Cannes
54 (2001). Dietro «Apocalypse Now».
di Laura Barberi
Ho sentito dire che la scena dalla piantagione francese è stata definitivamente eliminata dal film. Non è mai sembrata inserirsi bene. Io sono une delle persone a cui piaceva, ma in effetti interrompeva la continuità del viaggio di Willard. Oggi pensavo ai giorni di agonia che affrontò Francis durante le riprese di quella scena; le centinaia di migliaia di dollari spesi per il set e il cast fatto venire dalla Francia. Adesso tutto finirà in un rullo di celluloide su qualche scaffale.
Questa citazione di Eleonor Coppola è tratta dal suo
libro Notes On the Making of Apocalypse Now che la moglie di
Francis Ford Coppola pubblicò poco dopo l’uscita del celebre film nel 1979. Il libro,
tradotto in italiano nel 1980 col titolo Appunti dietro la cinepresa di
Apocalypse Now, non è altro che il diario scritto da Eleonor Coppola durante le
lunghe riprese del film, che narra la storia di un capitano dell’esercito
americano, Willard, incaricato di compiere una missione segreta durante la
guerra del Vietnam: risalire lungo il fiume Lung per rintracciare ed eliminare
un generale dei Marines, Kurtz, rifugiatosi in Cambogia da dove conduce una sua personale guerra al comando di un esercito di indios a lui
devoti come fosse un dio.
Il diario di Eleonor Coppola rappresenta fedelmente il lavoro
della troupe e le enormi difficoltà che dovettero essere superate per
completare il girato, e testimonia anche il lungo processo di montaggio che
tenne impegnato Coppola per più di un anno e le dolorose decisioni che
portarono all’esclusione di diverse sequenze del film che sembravano allungarlo
troppo e renderlo dispersivo.
Il libro torna oggi prepotentemente di attualità perché Francis
Ford Coppola ha deciso di rimettere mano al suo progetto cinematografico
più ambizioso, che la critica giudica unanimemente il suo più riuscito.
Difatti, gli estimatori del film non dovranno più rammaricarsi di non poter
godere dei preziosi minuti di riprese descritteci nelle Notes di Eleonor
Coppola e mai inclusi nel film: a più di vent’anni dalla sua uscita sta per
arrivare sugli schermi di tutto il mondo una versione rivista del capolavoro Apocalypse
Now. Il regista californiano ha presentato all’ultimo festival di Cannes
una nuova edizione del film (vincitore, proprio a Cannes, della Palma d’oro ex
aequo con Il tamburo di latta di Schlöndorff) che reintegra nella
storia alcune macrosequenze eliminate dal montaggio definitivo nel 1979, dopo
mesi di tentativi inutili di inserire nel lungometraggio le scene che, in
definitiva, sembravano nuocere alla continuità e allo sviluppo della trama.
Presto potremo finalmente vedere il frutto di settimane di riprese leggendarie
come quelle della cosiddetta French Plantation, dove Willard e il suo
equipaggio si fermano presso alcuni ex coloni francesi rimasti in Indocina
dopo la raggiunta indipendenza del paese asiatico.
Dei cinquantatre minuti che sono stati aggiunti al film, e che il
fortunato pubblico del festival francese ha potuto vedere in anteprima, già
molto potevamo immaginare grazie al bel resoconto delle riprese pubblicato
dalla moglie di Coppola e, forse, in parte noto al grande pubblico perché
alcuni suoi brani furono utilizzati come voce narrante nel film, uscito nel
1990, Heart of Darkness, a Filmaker’s Apocalypse, a opera di due
studenti di cinematografia che ebbero la possibilità di montare l’immenso
materiale girato dalla stessa Eleonor su incarico del marito, che aveva in mente
di utilizzarlo per un documentario poi mai realizzato.
Eleonor partì per le Filippine il primo marzo del 1976 in
compagnia del marito e dei figli Gio, Roman e Sofia, che allora aveva appena
quattro anni. Si stabilirono a Manila dove avevano previsto di rimanere per i
successivi cinque mesi per girare il film il cui progetto iniziale risaliva
addirittura al 1969, e portava la firma di John Milius: era la
rivisitazione del romanzo Cuore di tenebra di Joseph Conrad, ma
anziché svolgersi nell’Africa dell’Ottocento era ambientato nel Vietnam
della fine degli anni Sessanta, in piena guerra tra americani e nord vietnamiti.
I cinque mesi previsti per la realizzazione del film si allungarono a dismisura
per una serie impressionante di ostacoli: da vere e proprie calamità naturali
come gli uragani, che distrussero completamente un intero set del film all’infarto
che colpì Martin Sheen quasi alla fine delle riprese, e che interruppe
la lavorazione forzatamente per diversi mesi, fino ai dubbi creativi dello
stesso Coppola che sul set scrisse e riscrisse la sceneggiatura stravolgendo sia
parte della trama che la caratterizzazione di alcuni personaggi.
Il libro della Coppola è una splendida occasione per
osservare dall’interno il processo creativo che portò alla realizzazione di
quello che, più che un film, alla fine diventò un’opera titanica: tutte le
incertezze del regista vengono registrate in presa diretta dalla moglie che si
trovò coinvolta, come il resto della troupe, in un vero e proprio viaggio che sconvolse anche la vita privata dei coniugi Coppola,
ormai sull’orlo del divorzio alla fine dell’estenuante lavorazione. Il
diario è diviso in tre parti, una per ogni anno di lavorazione, dal ’76 alla
fine del ’78, precedute da una divertente introduzione che riepiloga
brevemente i tentativi fatti da Coppola dal novembre del ’75 ai primi mesi
dell’anno successivo per mettere insieme il cast da lui desiderato per il film.
Il ruolo di Willard fu rifiutato da molte star per motivi legati sia a questioni
economiche sia, soprattutto, alla necessità di trascorrere diversi
mesi nelle foreste filippine. Tra queste basta citare: Steve McQueen,
Al Pacino, James Caan, Jack Nicholson, Robert Redford.
Fu scelto, infine, Harvey Keitel per il ruolo di Willard e,
faticosamente, Coppola convinse Marlon Brando a interpretare Kurtz. Dopo
poche settimane di riprese nelle Filippine, tuttavia, il regista interruppe la
produzione perché scontento del girato con Keitel e decise di tornare in
California per scegliere un nuovo attore: Martin Sheen. Risolti i problemi con
il cast cominciò l’odissea di girare un film in mezzo alla giungla, con tutti
gli ostacoli che questo comportava: come location per le riprese furono
scelte le Filippine perché, oltre a essere un paese territorialmente simile al
Vietnam ed economicamente favorevole per mantenere bassi i costi di produzione,
il governo del paese era disposto ad affittare i suoi elicotteri da guerra
americani e i suoi mezzi militari, sempre di fabbricazione statunitense. Per i
film girati sulla guerra nel Vietnam, infatti, le case produttrici hollywoodiane
dovevano aspettarsi ben poca collaborazione da parte delle autorità militari
stelle e strisce, e Coppola si lamenterà spesso, nel corso delle riprese, dell’atteggiamento
di ostilità mostrato dal Dipartimento della difesa, sostenendo che i film sulla
seconda guerra mondiale ottenevano invece ogni sorta di aiuto.
Gli appunti di Eleonor seguono quasi quotidianamente le
riprese del film, in cui, come abbiamo visto, era impegnata anche lei come
regista del documentario, per l’ufficio promozione della United Artists:
sono brevi descrizioni vivide, istantanee che, come brevi flash, permettono al
lettore di intuire l’atmosfera quasi irreale che presto si instaurò sui
giganteschi set costruiti nel bel mezzo della giungla, e consentono di entrare
nel ritmo rallentato che guidò il lavoro di Coppola. Le prime pagine degli
appunti sono ancora cariche dell’entusiasmo che governava la troupe durante le
prime settimane di lavorazione; Eleonor ci presenta il "suo" cast, le
persone che con lei condivideranno questa esperienza unica: quindi, oltre ai
più stretti familiari, incontriamo lo scenografo Dean Tavoularis, il
direttore della fotografia Vittorio Storaro (descritto come un principe
del Rinascimento) con la sua famiglia e i suoi collaboratori italiani (i
macchinisti e i tecnici delle luci Alfredo Marchetti, Mauro Marchetti,
Luciano Galli, Enrico Umetelli, sempre con rispettive mogli e
figli al seguito), i quali all’interno della produzione formeranno una specie
di gruppo a parte: "The Italians". Tra le pagine più evocative del
sentimento di fratellanza che si creò tra i principali artefici della
produzione del film vanno sicuramente segnalate le cene a casa degli "Italians"
a base di spaghetti al pomodoro portati dall’Italia e custoditi gelosamente.
L’ambizione del progetto di Apocalypse Now rallentò
da subito le riprese: le celebri scene di azioni di guerra e di bombardamenti
richiesero molto tempo perché bisognava coordinare il volo di diversi mezzi e
gli effetti speciali, come le esplosioni che chiaramente potevano essere
effettuate una volta soltanto (non si può provare l’esplosione di migliaia di
litri di napalm); spesso poi le condizioni nelle quali erano state provate le
sequenze di volo non erano le stesse il giorno fissato per le riprese effettive, e
inoltre l’aviazione filippina mandava ogni giorno militari diversi sul set,
quindi ogni volta bisognava istruire da capo tutti i piloti.
Richiese poi molto tempo anche la definizione dei due
personaggi principali del film: Coppola passò giorni interi a discutere con Marlon
Brando sulla caratterizzazione di Kurtz. È celebre l’aneddoto di Brando
che si presentò sul set troppo sovrappeso per poter interpretare un generale
dei Marines per cui si decise di nascondere i suoi chili di troppo girando le
sue scene in penombra, uno stratagemma che oltre a essere utile a fini pratici rappresentò anche un’intuizione azzeccata dal punto di vista
creativo: Kurtz che parla nella penombra perde corporeità come personaggio e
diventa quasi la voce della cattiva coscienza di Willard, il suo doppio di cui
non riesce a distinguere il volto.
La forza principale del libro è senz’altro questa: farci
assistere al work in progress del film, a come Coppola cambiò giorno per
giorno la sceneggiatura originale, che non riteneva più sufficiente, cercando,
tentativo dopo tentativo, di dare una nuova forma al film. Ormai insoddisfatto
dello screenplay originale, Coppola cominciò a provare diverse soluzioni
di trama, di caratterizzazione di personaggi, di ripresa, abbandonando ogni
certezza anche a livello del semplice intreccio, per affidarsi all’ispirazione
che gli fornivano le circostanze in cui si trovava a girare. In questa ricerca
espressiva estrema il regista coinvolse tutti i suoi più stretti collaboratori
e gli attori: le discussioni con Brando sul personaggio di Kurtz; le
improvvisazioni di Sheen (che praticamente inventò, anche grazie all’effetto
dell’alcol, la famosa scena iniziale ambientata in una stanza di albergo di
Saigon, dove l’attore si ferì veramente alla mano con uno specchio e Coppola,
piuttosto cinicamente, non fermò le riprese perché interessato a preservare l’autenticità
del momento); l’enorme contribuito creativo fornito dallo scenografo
Tavoularis e da Vittorio Storaro. A questo proposito la cosiddetta "scena
francese", che potremo vedere nel nuovo montaggio approntato da Coppola, è
significativa. È girata in una ricca dimora di ex coloni francesi che Willard
incontra mentre stanno pranzando; Coppola girò decine di volte i dialoghi in
francese tra gli attori, alla ricerca della giusta atmosfera, senza però
riuscire a raggiungere un quadro veritiero: per ottenere qualcosa di spontaneo
provò a girare una lunga scena senza interruzioni, ma non fu contento del
risultato. Le pagine delle Notes descrivono con cura le discussioni con
Storaro, che invece proponeva di tagliare la scena in brevi brani da due battute
ciascuno fino ad arrivare a un insieme soddisfacente, seguendo quello che
Eleonor Coppola definisce un approccio europeo: partire da una singola
inquadratura e renderla perfetta prima di passare oltre, mentre il regista
americano preferiva far procedere l’azione per sviluppare un’emozione, da
catturare poi con la macchina da presa (nella discussione Coppola ricorda come De
Niro impazzì lavorando con Bertolucci perché non gli era mai
consentito sviluppare il suo personaggio recitando una scena intera, ma doveva
sempre recitare battuta per battuta).
Questa ricerca e improvvisazione sul campo, nello sviluppo
del film, non termineranno con la fine delle riprese, ma anzi si amplificheranno
nella fase del montaggio: un lavoro enorme che porterà via più di un anno sia
a causa dell’immensa quantità di materiale girato da montare, sia per l’indecisione
di Coppola sulla forma definitiva da dare al film. Soprattutto la questione di
come terminare il lungometraggio appassionò per mesi il regista, che arrivò a
ideare tre diversi finali: uno dove Willard si sostituisce a Kurtz dopo averlo
ucciso, diventando la nuova divinità dei guerrieri cambogiani, un secondo dove
Willard, dopo l’assassinio di Kurtz, fugge e fa bombardare il villaggio dall’aviazione
americana, e un terzo dove lo stesso Willard viene ucciso dal bombardamento. Ogni
finale è in grado di donare una luce diversa al resto del film, e vista la
ricchezza simbolica dell’opera, per mesi Coppola sembrò non voler decidere
quale chiave di lettura privilegiare, dato che scegliere è sempre un po’
anche sacrificare altre possibili vie di sviluppo (anche lo stratagemma della
voce fuori campo che narra la storia aumentò i dubbi del regista, perché
consentiva una grande libertà a livello di trama, dando la possibilità di
riportare degli episodi senza direttamente metterli in scena o di suggerire agli
spettatori delle sensazioni senza doverle comunicare tramite dei dialoghi e
delle scene apposite, assicurando, cioè, una elasticità nel trattamento del
film a volte difficile da gestire).
Rileggendo a distanza di anni il libro di Eleonor Coppola e
rivedendo Apocalypse Now nelle sale, il dato che prepotentemente emerge
è proprio quello di trovarsi di fronte a un corpo vivo: un girato di una forza
evocativa, di una ricchezza, di una complessità e di un simbolismo tale da non
poter essere racchiuso nei canoni classici della narrazione (premessa e/o
introduzione, sviluppo, conclusione).
I finali diversi che circolano sin dall’uscita del film; il
documentario Heart of Darkness, la nuova versione rivista e
allungata che sta per arrivare nelle sale sono tutte prove della vitalità del
capolavoro di Coppola, rappresentano innesti su un’opera viva sempre attuale
grazie non solo all’universalità dei suoi temi (la ricerca di sé; il fascino
del male, la fine dell’innocenza, i rapporti di forza che regolano le
relazioni sociali, tematiche valide sia per l’Inghilterra di fine Ottocento di
Conrad, sia per gli Stati Uniti degli anni Settanta, sia per noi oggi) ma anche
al modo in cui questi temi vengono affrontati: in Apocalypse Now la
ricerca non è solo il tema della narrazione, ma anche la struttura portante del
film, la linea guida attraverso la quale si snoda. Una ricerca che dà enormi
emozioni e suggestioni, ma che al tempo stesso resta sfuggente nelle sue
conclusioni, lasciando sempre aperta la possibilità di una nuova e imprevista
svolta o di un nuovo e diverso finale. È questa la magia di Apocalypse Now,
ed è questa l’eredità che ci lascia.
Sul Making Of di Apocalypse Now, vedi
anche:
Laura Barberi, “Recensione
a Appunti dietro la cinepresa di Apocalypse Now di Eleonor Coppola”,
in Frameonline, sezione Libri.
Inoltre:
Apocalypse Now –
Redux. L’uso evocativo della
fotografia nel cinema
a cura di
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