Eric Rohmer: il segno
del Leone d’oro di Venezia 58
di Marco Cimini
Non è la prima volta che
un film di Eric Rohmer viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia,
e non è la prima volta che un suo film viene premiato. Limitiamoci a qualche
data a titolo di esempio: nel 1979, quando al festival venne presentato Perceval
(1978); nel 1984, quando per Le notti della luna piena (1984), Pascale Ogier ricevette il premio come miglior
interprete; nel
1986, quando lo splendido Il raggio verde (1986) vinse il Leone d’oro come miglior film.
Ma il motivo che dopo anni
di presenza filmica ma assenza fisica dal festival ha spinto il regista francese
a venire a Venezia a ritirare un premio è che questo, per dirla con le sue
parole "È un onore troppo grande, sarebbe stato scortese non
esserci". Il Leone alla carriera, in effetti, è un riconoscimento all’intera vita artistica di Rohmer, alla sua capacità di essere un
classico che si reinventa continuamente, essendo, per dirla con un paradosso, l’avanguardia di se stesso.
Nato a Tulle nel 1920,
ereditò da André Bazin la direzione dei Cahiers du Cinéma di cui fu
caporedattore dal 1957 al 1963. Fu una delle figure centrali di quella Nouvelle
Vague francese che rivoluzionò il cinema degli anni Sessanta e insieme a Truffaut,
Chabrol, Rivette e Godard rappresentò quel passaggio dalla
critica militante alla regia cinematografica alla ricerca di un nuovo modo di
fare/scrivere il cinema.
La cinematografia di
Rohmer,
infatti, è sempre fortemente legata a una scrittura letteraria del testo
filmico e alle possibilità reali del racconto per immagini, è uno sguardo sull’essere umano, sulla sua possibilità/capacità di relazionarsi con la
società. Un cinema fatto di ‘Parole, parole, parole’, per dirla con Resnais.
Spesso sovrapponendosi, diventando conversazione ripetuta, avvolta su se stessa,
talvolta sconfinando nell’anticinematografico, i dialoghi rohmeriani riescono a
raccontare con raffinata efficacia le diverse gradazioni psicologiche dei suoi
personaggi. Una parola, quindi, che proprio mostrando i suoi limiti spesso
riesce, per contrasto o per sovrastimolazione, ad addentrarsi nel campo minato
dei problemi dell’esistenza e della filosofia dell’essere, superando la scelta
di una rappresentazione meramente romanzesca.
A partire da La fornaia
di Monceau (1962), passando per La mia notte con Maud
(1969) e per Racconto d’autunno (1998) si dipanano i
fili rossi che caratterizzano buona parte della produzione rohmeriana: la
relazione a due, il rapporto tra i sessi, i condizionamenti ambientali sull’individuo.
La forza di questi film,
che rivendicano continuamente gli intrecci con la letteratura e il teatro, sta
nel riuscire a porsi come finestre aperte sulle epoche che raccontano; quasi
fossero documenti sociologici, rappresentano, senza ancorarsi a una ideologia
troppo marcata di riferimento, il continuo, disperato tentativo di raccontare la
vita che si muove tra i personaggi.
Il linguaggio, l’educazione
(Racconto di primavera, 1990), la fede, la fedeltà (La
mia notte con Maud), ogni finestra di Rohmer si apre su aspetti
diversi dell’umanità dei personaggi, rendendoli talvolta contraddittori e
perciò estremamente realistici.
Una produzione quasi
seriale, quella del regista francese, per la suddivisione che lui stesso
propone: Racconti morali (6), Commedie e proverbi (7), Racconti
delle quattro stagioni (4) e infine tre film in costume, adattamenti di
testi letterari classici: La marchesa von... (1976) tratto
da un dramma di Heinrich von Kleist, Perceval da Chrétien de
Troyes e il recentissimo
La nobildonna e il
duca, basato sulle
memorie di Grace Elliot un’aristocratica inglese vissuta a Parigi negli
anni della rivoluzione.
Ed è proprio con quest’ultimo film, che osa addentrarsi nel mito intoccabile della Rivoluzione
per rovesciarlo e raccontarlo con la voce di una aristocratica, che Rohmer
ancora una volta ci mostra la sua capacità di fornire una sfaccettatura in più
alle cose. Dopo Le due orfanelle (1922) di Griffith o La marsigliese
(1937) di Renoir, da un nuovo punto di
osservazione, ci troviamo di fronte una Parigi dai fondali dipinti a mano su cui
si stagliano, quasi a voler uscir fuori dall’insieme, le relazioni difficili e
talvolta pericolose della nobildonna inglese alle prese con una rivoluzione nel
pieno del periodo del Terrore e con il duca d’Orleans. Con un approccio quasi da
regia teatrale, Rohmer tratta in modo diverso dal Visconti di Senso
(1954) o dal Kubrick di Barry Lyndon
(1975) la
ricostruzione degli ambienti, dei gesti, dei costumi. Dopo La Marchesa von…
tutto girato in esterni al naturale, e dopo Perceval, girato in studio, La
nobildonna e il duca con i suoi panorami dipinti, così stranianti e cosi
evocativi che fanno da sfondo ai dialoghi serrati tra la nobildonna e il Duca d’Orleans, ci mostra un
Rohmer ancora capace,
dall’alto dei suoi ottant’anni, di suggestionare lo spettatore con estrema raffinatezza.
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