Taormina
2002. Il
grande cinema al Teatro Greco
di Claudia Russo
Qualche
tempo fa, prima che un’Alfa Romeo lo travolgesse dilaniandogli il corpo, un intellettuale italiano di un certo spessore esprimeva, con
parole che non ricordo a memoria ma di cui ho colto il senso, un desiderio
simile a questo: “Vorrei che il teatro, che gli antichi greci vivevano come
rito religioso e che la borghesia ottocentesca interpretava come rito sociale,
diventasse, nella modernità, un rito culturale”. Cosa c’entra tutto questo
con una rassegna cinematografica? Molto più di quanto si possa immaginare.
In grado di
accogliere fino a diecimila spettatori, il Teatro Greco di Taormina (che a dire
il vero di greco ha ormai solo il nome, visto che le strutture oggi superstiti
sono di età romana) è non solo il maggior vanto della città, ma anche il
vero simbolo del Taormina Film Festival. È
in quest’antichissimo spazio, di cui rimane ben conservata la scena (la cavea
adattata in una cavità naturale è andata quasi completamente distrutta), che ha
preso vita la serie di proiezioni della sezione Il Grande Cinema al Teatro
Greco. Mentre le sale del Palazzo dei Congressi si sono offerte come luogo di
ricerca e sperimentazione cinematografica di respiro mondiale, proponendo opere
quasi sempre sconosciute e di ottima qualità, il vasto pubblico serale, forse
meno criticamente esigente ma certamente determinante per la riuscita e
l’esistenza stessa del Festival,
si è ritrovato al Teatro Antico per compiere, quotidianamente, il suo rito.
Non sono certa che si tratti di un rito culturale, più facilmente parlerei
ancora di rito sociale (di quella società elitaria che frequenta un certo
ambiente, guarda certi film, legge certe riviste, eccetera), ma la natura del
discorso non cambia. Il film c’è ed è lì per essere visto e commentato, mangiato
e digerito. Qualcuno lo ha giudicato ‘buono’ e lo ha selezionato per il grande
pubblico: noi, grandi o piccoli, giornalisti
o appassionati, lo aspettiamo puntuale, lo pretendiamo come un diritto!
Il
direttore artistico Felice Laudadio, certo non nuovo a questa esperienza
(è stato direttore del festival anche nel 2000 e nel 2001, e, a suo tempo, fu
il principale artefice del voluto svecchiamento della Mostra del Cinema di
Venezia) quest’anno ha voluto che le pellicole serali, tutte firmate da
registi affermati o interpretate da ottimi attori, avessero gli ingredienti del
successo o almeno della popolarità.
Si
comincia con il regista americano Joel Schumacher, già presente l’anno
passato con
Tigerland
e tornato con Bad Company - Protocollo Praga, film d’azione che non
disdegna l’umorismo pur puntando su un ritmo frenetico. Anthony
Hopkins, cui stanno un po’
stretti i panni del solito agente segreto della CIA (non solo per qualche
chiletto di troppo ma soprattutto perché non perfettamente in sintonia con
questo tipo di personaggio), è il maestro-compagno di una giovane canaglia
afro-americana cui deve insegnare rapidamente il mestiere per sventare un
perverso piano di distruzione del mondo (e stiamo parlando della parte migliore
dei mondi possibili!). Jake Hayes (un mobilissimo Chris Rock che
promette grandi cose) è costretto a recitare la parte di suo fratello gemello, un agente della CIA ucciso durante una pericolosa operazione,
rischiando egli
stesso la vita per amore della sua ragazza e di tutta l’umanità. Inutile dire
che, salvato il mondo, finirà con lo sposare la bella Julie (Kerry
Washington). La storia, scritta a quattro mani dagli sceneggiatori Jason
Richman e Michael Browning, è complessivamente godibile e
a tratti addirittura divertente… peccato che avrebbe dovuto forse essere anche
avvincente! Punto di forza, e
non è una sorpresa, è l’ottimo montaggio di Mark Goldblatt
(che si meritò una nomination all’Oscar per il film d’azione Terminator
2: Il giorno del giudizio e che ricordiamo al lavoro anche in Pearl
Harbor e Armageddon, entrambi prodotti da Jerry Bruckheimer)
realizzato in perfetta sincronia con le riprese. Ad affascinare e coinvolgere di
più del film, girato tra New York e Praga,
sono proprio le scene ambientate nella città ceca. Come afferma lo stesso regista: “Praga è una delle più belle città
del mondo. Hitler non l’ha bombardata, quindi la maggior parte
dell’architettura è ancora intatta e in un certo senso sembra come il regno
di una favola”. Da segnalare le
riprese sul tetto della National Opera (nessuna troupe cinematografica ci aveva
mai messo piede) e quelle che dall’isola di Strelecky guardano verso il
magnifico Charles Bridge. Una fotografia che gioca bene su alcuni contrasti
cromatici e una scenografia certo ben curata (è all’opera Jon Raelfs)
non bastano a evitare che il film cada, soprattutto nella seconda parte, in una
serie di momenti ‘tutto coraggio e patriottismo’ tipici del thriller made in
Usa. Era il film adatto a inaugurare la rassegna? Be’, se pur non lo fosse
stato, a giudicare dagli applausi che hanno accompagnato i titoli di coda, il
pubblico certo non se n’è accorto: lo spettacolo, quindi, può aver inizio.
Dopo
l’action thriller è la volta della commedia ‘divertente ma non
troppo’, sentimentale ma non smielata, didascalica ma con brio: About a Boy.
La pellicola, tratta dal romanzo Un ragazzo di Nick Hornby (autore
anche di Alta fedeltà, premio Writer’s Guild nel 1996 da cui la Disney
ha realizzato una trasposizione cinematografica di successo) e sceneggiata e
diretta da Chris e Paul Weitz (proprio quelli di American Pie),
si avvale dell’interpretazione del bello di turno Hugh Grant che, a
sorpresa, si rivela meno ‘bello e impossibile’ del previsto e, dopo la
noiosa e antipatica performance ne
Il
diario di Bridget Jones
(ennesima trasposizione cinematografica di un best seller), mostra questa volta
qualche qualità espressiva in più. Buona parte dell’interesse della
pellicola, soprattutto tra il pubblico femminile, si deve in realtà alla
naturale carica di simpatia scatenata dal giovanissimo Nicholas Hoult nei
panni di Marcus, figlio attento e perspicace di una ragazza-madre hippy a dir
poco stressata (la candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista
ne Il sesto senso, Toni Colette, sempre all’altezza della
situazione). Sebbene giocato sul filo della commedia sentimentale,
scandito com’è dai tentativi di Will di conquistare giovani donne attraverso
bugie e tranelli che lo vedono nei panni di padre-premuroso, il film si rivelerà
a mano a mano una storia di amicizia e solidarietà tra uomini di età diversa ma di
uguale sensibilità.
Molto fedele al
romanzo da cui è stato tratto (pubblicato a Londra nel 1998 e subito apprezzato
da critica e pubblico), la pellicola permette una facile e immediata
identificazione con i personaggi (stesso processo alla base del Diario di
Bridget Jones) affrontando contemporaneamente un tema sempre più attuale e
sentito nella nostra società, quello dei genitori single. Eppure, per tutto il
film aleggia il chiaro sentore che non sia certo il matrimonio la soluzione dei
problemi esistenziali che sempre più spesso sembrano mettere in crisi l’uomo
contemporaneo: la
sindrome depressiva (di Fiona), la latente insicurezza e immaturità (di Will),
la difficoltà di inserimento e integrazione (di Marcus con i coetanei).
Non
a caso, e mi par questa un’ottima idea, l’iniziale progetto di Marcus di
‘sistemare’ mamma e amico cede il posto a una più sana e naturale esigenza
d’affetto per nulla legata alla sovrastruttura del matrimonio. Sono passati i
tempi delle commediole americane per ragazzi, come Il cowboy con il velo da
sposa (David Swift, 1960) che già nel titolo suggeriva l’esito
felice degli inganni di due ragazzine molto sveglie che fanno riavvicinare i
genitori separati da anni. Oggi facciamo i conti con la nevrosi,
l’incomuni
cabilità, il bisogno di legami autentici per non restare soli, e,
con questo, l’anello o l’abito bianco non c’entrano niente! About a Boy
inoltre, pur essendo diretto a prodotto da americani, trae spunto da un’idea e
da un contesto molto inglesi, rispettando l’ambientazione londinese del
romanzo e il suo humour tragicomico.
È
ancora l’Inghilterra, questa volta quella sospettosa e complessa del XIV
secolo, quella indebolita dalla Guerra dei Cent’anni contro la Francia
(1340-1453), flagellata dalla peste e da problemi interni di carattere
socio-religioso, la protagonista di The Reckoning, ottimo film
dell’inglese Paul McGuigan. Nato come fotografo e documentarista ma
giunto alla regia del suo primo lungometraggio (Gangster No. 1) proprio a
Taormina nel 2000, McGuigan dirige con intelligenza un intenso e flessuoso Willem
Dafoe che veste i panni di un teatrante itinerante il quale, dopo aver
catturato un prete evaso di prigione (il bravissimo Paul Bettany), decide
di ingaggiarlo nella compagnia e di mettere in scena con lui non la solita
parabola biblica ma una pièce atta a dimostrare l’innocenza di una donna
sordomuta ingiustamente condannata. L’opera,
tratta da un romanzo di Barry Unsworth e ambientata nel medioevo, è
tutta giocata sul ruolo rivelatore del teatro che, attraverso la
rappresentazione della realtà, denuncia e svela la menzogna.
Il teatro di Shakespeare
e le atmosfere de Il nome della rosa vengono qui reinterpretati, senza
che questo li danneggi, secondo i canoni del thriller e dello spot
pubblicitario. The Reckoning non è affatto una confusa miscellanea di
stili, piuttosto è un visionario viaggio nel peccato e nella redenzione che
attraversa vie non ancora esplorate. La funzione conativa, tipica della
letteratura e della drammaturgia, è in quest’opera sempre presente poiché
solo il dialogo con il pubblico e la costante interazione di attori e spettatori
consentiranno il disvelamento del complotto sotteso alla vicenda che corre
parallelo al cammino di espiazione del prete-assassino. La prima parte della
pellicola si compone di oscuri inseguimenti, di volti mascherati e segreti
inconfessati, mentre la scena finale, quella dell’uccisione del religioso che
paga così le sue colpe, è un inquietante connubio di eros e thanatos, pulsione
sessuale e violenza annientatrice, massimo della vita e anche della morte. Il
tema religioso, apparentemente secondario rispetto all’indagine metateatrale e
al fascino della scene in palcoscenico, risponde invece all’esigenza di
esaltare la storica crisi in cui entrò la dirigenza della chiesa con il Grande
scisma d’Occidente. La scissione ai vertici dell’organizzazione
ecclesiastica, dovuta non a questioni dogmatiche ma a problemi di potere, ebbe
immediate ripercussioni a livello sociale che sfociarono nell’esigenza di una
radicale riforma in grado di rifondare la società sul modello di quella della
chiesa primitiva: un mito, questo, perseguibile attraverso il metodo della
purificazione e della redenzione a ogni costo.
Particolarmente
coraggioso risulta anche il film proposto dal regista australiano Phillip
Noyce che, con il commovente
Rabbit-Proof Fence, lascia poco spazio
alla fantasia per raccontare una storia vera sulla base del ricordo e della
testimonianza diretta. La vicenda narrata, infatti, ricalca quella reale di tre
ragazzine aborigene che, sulla base di una disumana legge governativa vigente in
Australia fino al 1970, furono separate dalle loro famiglie naturali e deportate
in istituti dai quali non potevano uscire se non qualora adottate da nuove
famiglie-bene (cioè della società bianca) in qualità di domestiche o
braccianti. A
fornirci la testimonianza dalla quale il regista ha realizzato uno dei più bei
film di questo festival, è una donna di ottantaquattro anni, Molly Craig,
che negli anni Trenta, ancora ragazzina, riuscì a fuggire, insieme a cugina e
sorellina, dall’istituto-lager diretto da religiosi bianchi in cui era
rinchiusa e tornare ad abbracciare la madre dopo un viaggio di oltre 1500
miglia. Questo lungo e doloroso capitolo della storia australiana, legato alla
politica della pulizia etnica anglosassone tesa a evitare che gli aborigeni di
sangue misto si accoppiassero con gli autoctoni, rigenerando così una razza che si
cercava a fatica di eliminare (in nome della cultura e della purezza della
razza bianca), è rimasto per anni celato all’opinione pubblica non solo
europea ma addirittura australiana. Gli aborigeni infatti, dopo aver subito una
tale violenza, sono stati indotti a dimenticarla, a rimuoverla. Questo film, che
ne parla invece apertamente e con la potenza-prepotenza dei mezzi
cinematografici, vuole essere uno dei tanti modi per denunciare, rivelare, non
dimenticare.
Accolto con passione e interesse da un pubblico australiano che
cerca le radici della propria identità, Rabbit-Proof Fence conserva
purtroppo il paradosso di esser prodotto, per esigenze di mercato, in lingua
inglese, motivo questo di qualche polemica. Particolarmente convincente
l’interpretazione di Everly Sampi, quattordicenne aborigena che veste i
panni di Molly, la protagonista della storia. L’intensità dello sguardo e
quel suo muoversi a scatti, selvaggio e legnoso, infondono nel personaggio la
giusta dose di rabbia mista a incoscienza che Noyce cercava. Che la giovane
attrice tentasse continuamente di fuggire dal set e di sottrarsi a qualsiasi
imposizione, racconta il regista, non faceva che confermare la scelta. Sullo
schermo si vedono tre ragazzette scure e magrissime, vestite di una semplice
tunichetta bianca, attraversare i territori australiani simili a deserti,
zone misteriose e inaccessibili magistralmente fotografate da Christopher
Doyle che, decolorando i contrasti cromatici e giocando con le forme e
gli accostamenti in modo così poetico, suggerisce la possibilità di una
visione diversa e alternativa. È proprio la fotografia, con quel suo stile volutamente onirico e
indefinito, a riallacciare la struttura del film alla più solida tradizione del
cinema australiano e all’opera che, per prima, ne fece conoscere le
peculiarità nel mondo intero: Picnic ad Hanging Rock (Peter Weir,
1975). Con tutte le differenze facilmente rilevabili, infatti, il senso
d’angoscia e la sottile inquietudine unite a un’apparente rigore
estetico-formale, nonché al tema dell’educazione giovanile (tema che Peter
Weir approfondirà in tutt’altro contesto, in un film poetico-eversivo entrato
nella storia: L’attimo fuggente 1989), accomunano due opere che hanno
interpretato la terra australiana come emblema della ricerca e del mistero (non
solo per gli inglesi bianchi del film di Weir,
ma addirittura per lo stesso
popolo degli indigeni, che ci vive da anni). Con Rabbit-Proof Fence
quindi, mescolando storia e sentimenti, memoria e denuncia, Philippe Noyce (che
ha voluto nel cast un attore come David Gulpilil, volto tipico dei film
della New Wave australiana) sembra voler riproporre quel tipo di cinema
antiaccademico e antihollywoodiano che aveva caratterizzato l’Australia degli
anni Settanta, ma che ha subito col tempo la forte influenza statunitense (si
pensi ad esempio a George Miller che, nella serie di film di Mad Max,
propone un intreccio di azione e violenza che incontra facilmente il gusto del
pubblico).
Inserito
all’interno della programmazione al Teatro Antico anche l’ultimo film di John
Mackenzie: Quicksand. La pellicola, che non ho visto ma che mi è
stata descritta come poco convincente, si basa tutta su una serie di intrighi
che ruotano intorno al set cinematografico di un film che si intitola, appunto, Quicksand.
Michael Keaton, che interpreta il ruolo di un dirigente di
banca newyorkese incaricato di indagare su alcuni depositi a Monaco, si
scontra–incontra con Michael Caine, attore di film d’azione coinvolto
nella malavita della Costa Azzurra. Priva di motivati argomenti per criticare un
film che non conosco, mi limito solo a riflettere sulla scelta del cast e
dell’ambientazione, sottolineando quanta importanza attribuisca un regista
come John Mackenzie, a cavallo tra cinema e televisione, a entrambi questi
fattori, e chiedendomi se dietro tanto sfarzo di uomini e mezzi non si celi
forse qualche carenza contenutistica.
A
sancire la fine del nostro percorso cinematografico-rituale, Ticket to
Jerusalem di Rashid Masharawi e Sur le bout des doigts del
marocchino Yves Angelo.
Ticket to Jerusalem è stato più volte
definito dal direttore artistico Felice Laudadio la vera rivelazione del
festival. Film di forte impegno sociale e politico, descrive con chiarezza e
spontanea indignazione, l’assurda condizione di una coppia di palestinesi che,
vivendo in un campo profughi vicino a Ramallah, sono impossibilitati a
raggiungere Gerusalemme. L’uomo, malgrado l’occupazione, gira con un cinema
mobile tra i paesi e le città della zona ovest cercando di mantener vivo
l’interesse per l’arte e invitando la gente a non sottovalutarne
l’importanza (un po’ come faceva, grazie al teatro, il capocomico di The Reckoning), mentre la sua compagna fornisce assistenza presso i servizi
d’emergenza alla Red Crescent Society. Un giorno Jaber (interpretato da Ghassan
Abbas,l’attore feticcio di Rashid Masharawi) accetta l’offerta di un
insegnante di Gerusalemme che lo prega di proiettare un film per i suoi studenti
nella zona vecchia della città. Sebbene l’uomo sia fermamente deciso a
realizzare il nobile progetto e tenti in ogni modo di ridurre i rischi dei
continui andirivieni tra Ramallah e Gerusalemme, a complicare le cose ci si
mette l’intransigente paura dell’anziana madre della maestra che vive a
Gerusalemme e non vuole ospitare israeliani in casa. Mascherando e banalizzando
volutamente il tutto tramite l’escamotage della gelosia che si scatena in
Sanah (Areen Omary) per i continui spostamenti del marito, il regista,
fondatore tra l’altro della Cinema Production & Distribution Center,
dimostra di conoscere le regole della realizzazione di un prodotto che sia sì
impegnato e pedagogico ma che non perda mai di vista le esigenze di un pubblico
non sempre disposto al dialogo e al confronto. Dopo
aver vinto il premio Unisco al Festival Internazionale di Cannes con i film Curfew
(1993), Haifa (1995) e Rabab (1997), Masharawi continua
a scuoterci con intelligenza e sensibilità, invenzione e consapevolezza.
Sur
le bout des doigts, infine,
affronta il delicato tema del conflitto madre-figlia: Juliette, madre di Julie e
sua insegnante di pianoforte, si accorge che la figlia ha un talento
straordinario ed è in grado di suonare come mai lei riuscirà a fare. Quando un
musicista professionista crede che l’eccezionale musica
che ha udito sia suonata da Juliette, questa non lo smentisce e cerca di sostituirsi in
tutto alla figlia prodigio. Riguardo al regista Yves Angelo, mi sembra giusto
ricordare le sue collaborazioni come direttore della fotografia con cineasti
quali Bertrand Tavernier, Alain Courneau, Claude Sautet,
Claude Miller, oltre all’attribuzione, nel 1994, del premio Cesar come
miglior film con Le colonel Chabert.
Le
luci si spengono, il teatro si svuota, la rassegna è conclusa.
Arrivata al momento dei commenti e delle valutazioni, lascio ai tanti che
avranno l’occasione di vedere i film di cui ho scritto la libertà di
riflettere e decidere singolarmente come e quanto le diverse opere proposte
all’interno di questa vetrina di ampio respiro (che ha come punto di maggior
forza e debolezza proprio la mancanza di un taglio o di una linea univoca)
possano incontrare i gusti di un pubblico che, sempre più frequentemente e
insistentemente, deve chiedere e ottenere un cinema non solo di mezzi ma
soprattutto di qualità.
(25/07/2002)
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