Realtà
e illusione:
i tre valori dell’immagine in «Blow-Up»
di Giancluca Rame
La
perplessità di fronte alle problematiche del reale, il rapporto tra verità e
illusione e una condizione umana di strutturale incertezza: attraverso questi
temi Antonioni costruisce magistralmente il suo Blow-Up,
un’indagine su un omicidio che diventa indagine sulla condizione
dell’uomo, sul suo essere di fronte al nulla, sulla condizione stessa
dell’essere.
La percezione, al centro della cinematografia di Antonioni, è qui messa in
discussione, il film si sviluppa costantemente su diversi piani, dal reale al
virtuale, attraverso immagini che non sono mai chiarificatrici ma che si muovono
sempre sul terreno dell’ambiguità e dell’ambivalenza: rumore e silenzio,
descrizione di una città (la Londra degli anni Sessanta) caotica e brulicante
di vita in contrapposizione alla calma del parco, il cambio di stato d’animo
del protagonista, euforico per le foto all’ospizio o per un’enorme elica
acquistata da un antiquario, insoddisfatto delle modelle fotografate nel suo
studio, silenzioso di fronte alla mano dell’assassino e nel finale del film.
Gli stessi oggetti all’interno della pellicola testimoniano
quest’ambivalenza tra realtà e sogno, tra mondo reale e visione onirica.
Attraverso un rapporto tra micro e macro possiamo considerare come metafora del
racconto il manico della chitarra, lanciato dai musicisti durante il concerto
verso il pubblico e afferrato da Thomas dopo una breve colluttazione con i
ragazzi; appena fuori dalla sala questo però perde il suo valore, fuori da quel
luogo non significa più nulla: Thomas lo abbandona al lato della strada.
In modo ancora più deciso, Antonioni conclude il film con un oggetto irreale,
metafora ancora più forte della condizione del protagonista: una partita di
tennis mimata da un gruppo di ragazzi mascherati e giocata con una pallina
inesistente. In questa sequenza, vero e proprio specchio dello stato d’animo di Thomas, è
possibile trovare un’inquadratura ricca di significati, che merita un
approfondimento: da un totale sul campo da tennis, la pseudo-giocatrice segue
con lo sguardo la pallina e la macchina da presa panoramica verso sinistra, e la
segue fin dietro la rete dove si va a fermare. Nell’ultima parte del piano un
carrello di accompagnamento segue in dettaglio la traiettoria della pallina che
lentamente si ferma sul prato. L’unità d’azione conferisce
all’inquadratura una sua precisa autonomia. La parte finale del piano, con un
dettaglio che ci fa supporre la traiettoria della pallina immaginaria, potrebbe
essere considerato, secondo la casistica proposta da Christian Metz sulla
segmentazione filmica, un inserto esplicativo. L’astrazione, inoltre, non è
data solo dal tipo di inquadratura ma dalla concezione stessa del tipo di
ripresa: la pallina effettivamente non c’è, non esiste, viene materializzata
dal movimento della macchina da presa.
Quest’ultima inquadratura racchiude in sé tre differenti valori. Il primo è
propriamente diegetico, in questo caso legato alla sorte della pallina da tennis
scaraventata fuori dal campo, alla relazione tra inquadrature precedenti e
successive, all’andamento del gioco tra i ragazzi mascherati. Il secondo è
dato dall’immagine stessa, dalla funzione statica delle forme: fotogramma dopo
fotogramma le immagini descrivono il parco, i ragazzi e Thomas: ciò che lo
spettatore vede è quello che effettivamente è raffigurato all’interno
dell’inquadratura. In questo caso la particolarità è data da un terzo
livello non esclusivamente legato al valore delle immagini in sé, ma dal
movimento della macchina da presa che diventa esso stesso significante. Senza
quello specifico movimento di macchina e senza l’uso dello zoom,
l’inquadratura non avrebbe senso, perché priva del lato più importante
attraverso il quale è costruita: l’immaginazione di Thomas e quindi dello
spettatore. Non ci sono, nell’ultima parte della sequenza, attori che fingono
di giocare: paradossalmente mimo diventa lo stesso obiettivo e il cavalletto
sopra il quale è montata la cinepresa. C’è un passaggio di consegne dalla
pseudo-giocatrice all’operatore di macchina che continua a descrivere la
finzione del gioco.
Come possiamo quindi collocare questo passaggio all’interno della casistica
proposta da Metz? Possiamo asserire che l’intera inquadratura è riconducibile
a una panoramica, ma nell’ultima parte non è possibile affermare con la
stessa sicurezza che lo zoom dell’obiettivo descriva un inserto esplicativo,
poiché non è presente, all’interno del fotogramma, il soggetto da esaltare.
Mezt definisce l’inserto esplicativo come un dettaglio ingrandito: “[…] il
motivo viene sottratto al suo spazio empirico per essere trasportato nello
spazio astratto di una intellezione”.
La particolarità di questa inquadratura è data quindi da una doppia
intellezione, il rapporto tra significante e significato è messo in
discussione: il livello denotativo, dato dalla “somiglianza percettiva”,
pone come analogia il rapporto tra Thomas e la percezione e, a un secondo
livello, il rapporto tra lo spettatore e l’immaginazione. Questa inquadratura,
davvero appropriata, concentra in sé il senso del film, una metafora
dell’uomo che ha rapporti con cose che esistono solo nella mente di chi le
vuole vedere. Non ci si può che rassegnare a vivere dentro la realtà che si
percepisce, che è dunque filtrata, dunque fittizia, dunque virtuale.