Sean Penn: tre film per la verità

di Susanna Pellis

 

The Indian RunnerPoco più che ventenne, Sean Penn aveva detto a Bruce Springsteen, avvicinandolo per la prima volta: “Un giorno voglio fare un film dalla tua canzone Highway Patrolman”. A quell’epoca, probabilmente, Penn doveva sembrare solo un surfista un po’ strampalato, uno dei bad boys strafottenti che interpretava nei primi film. Così il Boss non lo aveva preso troppo sul serio, e gli aveva risposto semplicemente: “Ok!”.
Invece, dieci anni dopo, Highway Patrolman è diventata Lupo solitario (The Indian Runner, 1991), opera prima di Sean Penn da regista. Proprio come nel pezzo di Springsteen, c’è un sergente della polizia stradale che si chiama Joe Roberts e lotta contro le tendenze distruttive del fratello minore Frankie, reduce dal Vietnam. Tutti gli sforzi di Joe (David Morse) sono vanificati quando Frankie (Viggo Mortensen) uccide senza motivo il proprietario di un bar; e la macchina da presa, con un bellissimo zoom all’indietro, lo abbandona al bancone, solo, dopo quell’assurdo omicidio.
Un ottimo esordio, con forti rimandi alla Nuova Hollywood degli anni Settanta, un’estetica sporca e il coraggio di guardare subito il cuore malato dell’America. Come ha spiegato lo stesso Penn: “È difficile trovare una ragione per la rabbia che si porta dietro Frankie. Ma ci sono i nostri peccati ancestrali, il passato criminale dei coloni che si insediarono negli Stati Uniti, questa terra rubata. Un passato che abita The Indian Runnerancora da qualche parte del nostro inconscio”. Per questo il titolo originale del film è The Indian Runner. (E per questo, potrebbe essere considerato l’antefatto del recente A History of Violence di Cronenberg, che si apre con lo stesso Viggo Mortensen in quello che sembra proprio lo stesso bar…).
Lupo solitario
poteva sorprendere solo chi continuava a ricordare Sean Penn per il matrimonio con Madonna, per le risse, le bevute, i tatuaggi. Non ha meravigliato chi invece conosceva le sue origini (è figlio del regista Leo Penn, blacklisted nell’epoca maccartista, e dell’attrice Eileen Ryan), chi sapeva le sue frequentazioni e i suoi punti di riferimento (a Springsteen, oggi suo grandissimo amico, vanno aggiunti almeno John Cassavetes, Hal Ashby, Terrence Malick; Charles Bukowsky e Sam Shepard; Marlon Brando, Dennis Hopper, Jack Nicholson).
E davvero non si può parlare, nel suo caso, di uno scavalcamento di campo - dalla recitazione alla regia - ma dell’esito naturale di un percorso artistico, di una precisa idea di cinema dove l’attore e l’autore sono inseparabili. “I film si fanno tre volte: si scrivono, si girano, si montano. Si dovrebbe anche poterli recitare tre volte, per continuare a far crescere il personaggio”. Alla costante ricerca della verità del ruolo e delle scene interpretate, Sean Penn ne ha sempre curato una specie di regia interna; ha sempre cercato tanto la complicità con il regista quanto il La promessacontrollo sul montaggio finale, per impedire la scomparsa di sfumature fondamentali dal personaggio.
Ma è stato spinto dietro la macchina da presa anche da una personale sofferenza emotiva: “Quando ti dai a una parte devi entrare nella testa di qualcun altro, se lo fai bene devi lasciare te stesso alle spalle per quel periodo. Non vivi la tua vita: ne perdi i pezzi”.
Ha continuato, fortunatamente, a sospendere la propria esistenza ogni volta che ne è valsa la pena: quasi non ci sono film sbagliati, nella sua carriera, e le sue interpretazioni sono sempre memorabili, anche prima e anche dopo l’Oscar per Mystic River (Clint Eastwood, 2003). Ma non ha mai smesso, nel frattempo, di scrivere le sue storie.
La sua successiva regia, Tre giorni per la verità (The Crossing Guard), del 1995, racconta di Freddy Gale (Jack Nicholson) gioiellere di mezza età, divorziato da Mary (Anjelica Huston) dopo che un ubriaco ha investito e ucciso la loro figlioletta. Determinato a vendicarsi, Freddy aspetta per cinque anni la scarcerazione dell’omicida: ma quando è a faccia a faccia con lui, decide di concedergli ancora del tempo. Tre giorni, alla scadenza dei quali i due uomini troveranno un’imprevista riconciliazione.
La promessaTre giorni per la verità è “una storia anti-vendetta”, coraggiosa ma anche ironica, sfacciata addirittura nell’affidare a Jack Nicholson una battuta all’indirizzo di Anjelica Huston (“stronza, spero davvero che tu muoia”) che sembra una citazione letterale, direttamente pescata dai loro turbolenti trascorsi di coppia.
Infine, nel 2001, il più importante e maturo dei suoi film: La promessa (The Pledge), tratto dal romanzo di Friedrich Dürrenmatt. Al centro della vicenda un detective della polizia (nuovamente il grande Nicholson), da poco in pensione ma ancora tormentato dal ricordo di una bambina vittima di un serial killer. La macchina da presa accompagna l’ex poliziotto nel suo crescendo d’ossessione sulle tracce dell’assassino; ma con tempi dilatati, momenti del tutto sospesi, in un contrasto continuo fra l’orrore che nascondono gli uomini e la bellezza ampia e mutevole del paesaggio americano. Thriller esistenziale, sull’inutilità della vecchiaia, non solo sulla giustizia tenuta in scacco dal crimine, La promessa respinge il lieto fine (“Dio santo, non voglio nemmeno parlarne” era la risposta che otteneva, da Sean Penn come da Jack Nicholson, chiunque si azzardasse a suggerirlo); e ci lascia con il protagonista accecato da follia e solitudine, in un finale sconfortante, dove batte un vento che non ha più niente da portargli via.
11 settembreSempre vite in disfacimento, nei film che scrive e dirige Sean Penn. Dove i legami di sangue sono forti, le perdite insopportabili (vengono i brividi, a pensare alla recente scomparsa di suo fratello, l’attore Chris Penn). Film dove ci sono sempre la famiglia, la strada, l’America. Anche il suo bellissimo corto sulla caduta delle Torri gemelle (in 11 settembre, 2002), interpretato da Ernest Borgnine, è una dichiarazione d’amore e di disperata appartenenza al suo paese, ribadita da un impegno politico militante.
Un solo decennio, tre sole regie. Sean Penn ha già raggiunto la maturità artistica, anche dietro alla macchina da presa. L’Oscar vinto come attore per Mystic River in questo senso segnala un passaggio di consegne e lo candida a diventare il nuovo Clint Eastwood. Democratico, per giunta.

(10/05/2006)

 

Filmografia da regista

Lupo solitario (The Indian Runner, 1991)
Tre giorni per la verità
(The Crossing Guard, 1995)
La promessa
(The Pledge, 2001)
09’11’’01 – September 11
(cortometraggio, 2002)