John
Turturro, an italianamerican: un esempio di teatralità cinematografica
di Alessandro Morera
John Turturro,
attore americano con genitori italiani (il padre è di origini pugliesi e la
madre di origini siciliane), nato nel 1957, si è fatto le ossa di attore durante
gli anni Ottanta, recitando nei teatri off-broadway e in ruoli marginali in
grandi film hollywoodiani (da Toro scatenato a Il Siciliano,
passando per Vivere e morire a Los Angeles e Mississipi Burning).
Tutto ciò prima dell’affermazione vera e propria attraverso il personaggio del
pizzaiolo italo-americano razzista in Do the Right Thing (Fa’ la cosa
giusta, 1989) di
Spike Lee,
regista con il quale ha girato ben sette film, nonché con il meschino e laido
personaggio Bernie Barnaum di Miller’s Crossing (Il crocevia della
morte, 1990) dei fratelli
Coen. Un personaggio, quello di Barnaum, assimilabile in parte a
Harry Lime, il mitico protagonista di The Third Man (Il terzo uomo,
1949) di Carol Reed interpretato da
Orson
Welles, per l’attesa con cui viene preparata la sua entrata in
scena durante la prima parte del film attraverso i dialoghi degli altri
personaggi: la sua prima apparizione, improvvisa e avvolta nell’oscurità,
rimanda direttamente all’ingresso di Lime nel film di Reed.
La teatralità recitativa, che permette a Turturro di interpretare personaggi
stralunati e onirici, ai confini del grottesco, esplode letteralmente sullo
schermo grazie all’interpretazione dello scrittore teatrale folle che approda
nella fastosa Hollywood, basato in parte sulla figura reale del drammaturgo
Clifford Odets, nello splendido Barton Fink dei
fratelli Coen
(palma d’oro al festival di Cannes nel 1991),1
affermandosi così come uno dei migliori attori contemporanei non solo
cinematografici, poiché la sua più grande passione rimane a tutt’oggi quella
iniziale: il palcoscenico teatrale.2
Non è un caso se i suoi tre film da regista nascono direttamente dal teatro,
addirittura sotto forma di presentazione per trovare i finanziamenti necessari
alla realizzazione del film stesso, come nel caso della prima opera
cinematografica da lui diretta nel 1992, Mac. Per il suo primo film
Turturro realizzò delle prove in teatro con i suoi
amici (il drammaturgo Brandon Cole e gli attori Michael
Badalucco e Carl Capotorto), quindi riprese le prove facendone
dei brevi filmati da mostrare per reperire i finanziamenti per la realizzazione
del film vero e proprio. Alcuni produttori gli risposero che il film si sarebbe
potuto fare a patto di trovare un buon regista e due o tre nomi di richiamo come
attori principali. Il risultato fu che Mac lo diresse e interpretò lo
stesso Turturro, insieme a Badalucco e Capotorto, nella parte degli altri due
protagonisti, facendo a meno dei consigli e dei produttori stessi.
Nell’opera
cinematografica di Turturro regista il teatro interviene quindi ancor prima del
vero e proprio progetto cinematografico, come conditio sine qua non che
preesiste rispetto all’opera cinematografica. Il co-sceneggiatore del film è il
già citato drammaturgo Cole, del quale Turturro ha messo in scena molti testi
teatrali sui palcoscenici off-broadway. La storia del film narra di tre fratelli
muratori italo-americani cresciuti nel Queens a New York negli anni Cinquanta,
che tentano l’avventura imprenditoriale in proprio, cercando di accrescere la
propria condizione sociale, esasperando però tutte le loro contraddizioni
caratteriali, che esploderanno nel finale. Il film è un chiaro omaggio al padre
di Turturro, che come molti altri italo-americani svolse per l’appunto il lavoro
di muratore. Molti critici sottolineano, a proposito di questo film, alcuni
aspetti visivi dell’opera, che rimandano direttamente ad alcune sequenze dei
film di Scorsese e dei fratelli Coen (la geniale gettata di cemento sopra
ai titoli di testa). Osservazioni pertinenti ma che offuscano i ben più profondi
riferimenti letterari, o meglio il riferimento letterario primario al quale
apparentare un film come Mac: nella fine caratterizzazione dei tre
protagonisti (in particolar modo dell’ossessivo e nevrotico fratello maggiore
interpretato dallo stesso Turturro con il suo stile recitativo marcatamente
teatrale), nelle dinamiche dei loro scontri riecheggiano le pagine de La
confraternita del Chianti (The Brotherhood of the Grape, 1977) nelle
quali il romanziere John Fante rievocava la figura di suo padre ed il
rapporto conflittuale che ebbe con questa ingombrante figura, facendone
l’emblema degli italo-americani onesti che emigrarono negli States per
costruirsi una vita attraverso la fatica e il sudore. Non solo l’analogia delle
vicende narrate (risulta ovvio scorgere nel fratello maggiore del film, Mac, la
stessa figura paterna, Nick Molise, presente nel romanzo di Fante, e nei due
fratelli minori quelle dei compari di Molise, Zarlingo e Cavallaro), ma
soprattutto la teatralità con la quale Turturro riprende la gestualità
quotidiana dei protagonisti, risulta essere la stessa teatralità tipica dei
tanti operai italo-americani che, seppur sradicati e in terra straniera,
conservando la loro identità, il loro orgoglio, fino ai limiti dell’assurdo,
sono descritte in maniera magistrale in numerose pagine nel libro di Fante, del
quale riportiamo di seguito due brani
tratti proprio da La confraternita del
Chianti (Marcos y Marcos, Milano 1995, p.121 e p. 127)
Il mattino seguente era cupo e pestifero: sotto le ceneri della sera precedente ardevano i suoi occhi. Era pericoloso, sì, con quel respiro affannoso, e tutta la sua nuova ostilità nei confronti della tetra prospettiva di una nuova, grigia giornata. La iniziò col rito abituale del vino: da un cartone prese una boccia da gallone, se la rovesciò sul gomito, e si mise a succhiare con l’avidità di un poppante. Rimesso il tappo, si voltò verso di me ringhiando – Alzati è ora di lavorare -.
Stese la malta e prese
la pietra dalle mie braccia, lottando aspramente, sopraffatto da quel peso, e
tuttavia riuscì a piazzarla nella giusta posizione. Dopo due ore che
trafficavamo con le pietre piccole, cercava di stare in posizione eretta ma
aveva le reni a pezzi e non ce la faceva più. Piegato come uno scimmione,
barcollò fino alla riva del torrente e tirò su il boccione. Si distese sulla
pancia e si attaccò al vino freddo, la faccia penosamente afflosciata, gli occhi
smarriti. La foresta lo guardava, comprendendo la sua crisi.
Nel sudore assorbito dalla
canottiera bianca, nella nicotina della sigaretta perennemente accesa
insinuatasi definitivamente tra la pelle delle dita,
nel rapido bagnarsi le mani nel vino per
segnarsi ogni qualvolta ne cada una goccia in terra, in queste figure testarde e
orgogliose fino al parossismo, tracciate in maniera così minuziosa, espressione
di un’analoga antropologia socio-culturale, in questa gestualità così teatrale e
così realistica del quotidiano si ritrova uno stile di scrittura comune a Mac
e a La confraternita del Chianti, pur nella differenza dei mezzi
espressivi utilizzati. D’altro canto, l’intreccio narrativo di Mac
ricorda anche quello dei Tre porcellini di Jacobs Joseph,
nel quale i protagonisti, stanchi di sottostare al capomastro polacco (il lupo
cattivo), decidono di mettersi in proprio per costruire le proprie case. A
differenza della favola inglese, il più grande e pignolo dei fratelli sarà la
causa del mancato happy end: egli distruggerà, con il suo desiderio di
perfezione egemonico e tirannico, il legame familiare con i fratelli, anche se
il tema di fondo della fiaba, quello della crescita, viene conservato.3
Meritatissima camera d’or al festival di Cannes, il film riesce ad
amalgamare in maniera compatta diverse istanze culturali (da quella teatrale a
quella letteraria passando per quella favolistica) attraverso uno sguardo
cinematografico lucido e assolutamente attuale. Il personaggio
interpretato da Turturro sembra dar ragione al regista che decide di girare e
interpretare il film in prima persona, senza ricorrere, come suggeritogli
inizialmente dai possibili produttori, ad altri, quando afferma: “Ci sono due
modi di fare le cose: quello giusto e… il mio. E
coincidono!”.
Il secondo film, John Turturro lo realizza sei anni dopo la prima, felice
esperienza da regista: Illuminata (1998) è tratto dalla commedia teatrale
del solito (interessante e tutt’ora mai rappresentato sui palcoscenici italiani)4
Brendan Cole, Imperfect Love, di nuovo co-sceneggiatore del film insieme
allo stesso Turturro. Ancor più del precedente Mac il teatro è nuovamente
la fonte primaria ed essenziale del film anche perché la trama5
prende a pretesto, trasfigurandola e volgendola in farsa, la relazione
sentimental-teatrale tra Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio,
rappresentata attraverso la vita dietro le quinte di una compagnia teatrale
sull’orlo del fallimento. L’esistenza degli attori s’intreccia inevitabilmente
con il teatro e i suoi riti, fino a mescolarsi completamente proprio nella
piéce, Imperfect Love, che il giovane drammaturgo Tuccio (un Turturro che
ammanta il personaggio di un idealismo simile a quello del personaggio di Barton
Fink, ma con toni e sfumature molto più attenuate) vuol mettere in scena, grazie
anche alla spinta della sua compagna, la prim’attrice (interpretata dalla moglie
di Turturro, Katherine Borowitz). La messa in scena avrà luogo non tanto
per la determinazione dei due, quanto per una serie di tresche amorose tra i
vario personaggi: Tuccio passa una notte a letto con una star teatrale sul viale
del tramonto (una smagliante Susan Sarandon) e l’esilarante e potente
critico teatrale (interpretato da un bizzarro Cristopher Walken) dopo
essersi fatto sedurre dal bello della compagnia (Rufus Sewell) esalterà
la piéce e la sua messa in scena dopo esserne rimasto disgustato al termine
della prima.
Illuminata è
strutturato come un vero e proprio testo teatrale: la suddivisione in tre atti,
la centralità dell’interpretazione degli attori, tutti capaci di esprimere al
meglio delle loro possibilità una recitazione tipicamente teatrale
trasportandola sullo schermo cinematografico (magnifico Ben Gazzara nel
ruolo del vecchio attore, notevole la presenza di Leo Bassi, il geniale
apolide clown-perfomer-circense-teatrale, per la prima volta sullo schermo nella
parte di uno dei due clown), il film non solo gioca tra le interconnessioni tra
la vita e l’arte, mescolando sapientemente i due piani narrativi, ma già nei
titoli di testa dichiara la sua palese appartenenza a un mondo teatrale dove
inevitabilmente il romanticismo dei protagonisti (e della storia narrata) volge
decisamente verso il farsesco.
Lo stesso Cole parlando della sua piéce teatrale l’ha sempre definita una farsa
romantica, tono sul quale Turturro basa tutto il suo film, a tratti esilarante
anche attraverso un sapiente uso di dialoghi e battute fulminanti (“Pensi
che la masturbazione sia un peccato?”. “Dipende da cosa fa l’altra mano”),
il film evidenzia non tanto la possibilità che la vita diventi materia artistica
(come nel magistrale Pallottole su Broadway di Woody Allen) ma
come tutto l’apparato teatrale sia in balia degli umori e delle passioni
sessual-sentimentali dei suoi protagonisti. Nel film è la loro vita quotidiana a
risultare più teatrale (e di conseguenza spettacolare) della messa in scena
stessa dell’opera, Cavalleria rusticana o Imperfect Love che sia.
Ancora una volta Turturro mostra una mano sicura nella direzione degli attori e
nella costruzione a incastri dell’intreccio narrativo, seppur in questo suo
secondo film il ritmo narrativo sia piuttosto lento, risentendo probabilmente
dell’eccessiva impostazione teatrale e di un montaggio statico nel
contrappuntare il turbinio delle vicende raccontate.
Per ammissione dello stesso regista, il suo ultimo film,
Romance &
Cigarettes, nasce sul set di Barton Fink, quando
nell’interpretare il protagonista doveva “pur battere qualcosa sulla macchina da
scrivere”. Al di là degli aneddoti, la gestione di Romance & Cigarettes è
stata di certo lunga, visto che si pone come un compendio dei due film
precedenti e dei temi da essi affrontati. Un vero e proprio musical
sessual-proletario, nel quale la vita si trasfigura in una farsa romanzata,
grazie al fondamentale ausilio della musica del cuore del regista (e non solo
del regista, passando da Janis Joplin a Bruce Springsteen
attraverso James Brown). Nick, l’operaio italoamericano interpretato da
un opulento James Gandolfini, marito infedele della non più giovane Ketty,
una Susan Sarandon affascinante e in forma come ai tempi di The Rocky
Horror Picture Show, ha una cotta per l’ammaliante Tula, una rossa esplosiva
e caliente (la sorprendente Kate Winslet). A far da contorno le
due figlie della coppia, il collega di Nick, un ciarliero Steve Buscemi e
un cognato grottesco e spassoso interpretato ancora da Cristopher Walken. Più
che la trama, nella quale tentano di inserirsi i testi delle canzoni (in parte
come nel film di Alain Resnais Parole, parole, parole, ma con
minor efficacia), rimangono nella mente dello spettatore le singole
interpretazioni delle scene musicali, questo per avvalorare la tesi che il film
sia costruito più su singoli quadri, che dalla loro concatenazione narrativa.
Infatti sia il ritmo del racconto che quello del montaggio risultano nel
complesso abbastanza discontinui e privi di una compattezza filmica, come se il
tentativo di unire in un’unica forma narrativa cinematografica le
caratteristiche tipiche dei film di ambientazione proletaria a quelle
trasognanti del musical non fosse del tutto riuscito (stridono nel complesso del
film le continue inquadrature sul posacenere della macchina colmo di cicche,
alternate alle visioni musicali del protagonista nelle quali appare
all’improvviso la donna dei suoi desideri).
Tuttavia, se avessimo dovuto concepire un soggetto scritto dal personaggio di
Barton Fink l’avremmo immaginato proprio cosi: surrealistico, onirico,
imprevedibile fino al limite della distonia schizofrenica.
E’ vero, come osserva Ilario Pieri nella recensione pubblicata in questo
sito, che “il genere non è subordinato al racconto ma ne fa parte”, anzi in
questo caso specifico il genere fagocita completamente la narrazione
dissolvendola, proprio come una nuvola di fumo si dissolve nell’aria dopo una
tirata di sigaretta, come se risentisse in maniera eccessiva di una costruzione
a quadri teatrali, motivo per il quale anche il ritmo narrativo risulta a volte
un po’ appesantito. Mentre montava Romance & Cigarettes, Turturro era
impegnato anche sui palcoscenici off-broadway con la piéce di Eduardo De
Filippo Questi fantasmi (tradotta in Inglese come Soul of Naples),
diretta da Roman Paska con la scenografia di Donna Zakowska (la
stessa che ha curato le scenografie di Romance & Cigarettes). Una messa
in scena che ha riscosso notevole successo, nonostante le difficoltà nel
tradurre in inglese i monologhi (trasformati in dialoghi serrati) di Eduardo, un
successo che ha indotto Turturro a portarla direttamente a Napoli, dove è stata
apprezzata per la finezza della recitazione e per la capacità dell’attore di
cogliere il tono di fondo della commedia eduardiana. Turturro aveva conosciuto
il testo di Questi fantasmi sul set di La Tregua di Francesco
Rosi. Proprio grazie all’omaggio della figlia del regista, Carolina,
compagna di Luca De Filippo, Turturro ha ottenuto il beneplacito da parte
del figlio del grande drammaturgo napoletano a realizzare per il grande schermo
Questi fantasmi, un’operazione complessa e non priva di rischi, ma
indubbiamente di notevole fascino.
Tra gli attori passati alla regia negli ultimi anni John Turturro si rivela
dunque come quello che ha saputo trasportare nel cinema un’impronta tipicamente
teatrale, e questo senza snaturare del tutto il mezzo cinematografico. Incapace
di nascondere attraverso il ritmo e la narrazione cinematografica la sua
impronta teatrale, questo italianamerican ci ha dato non soltanto degli
ottimi film ma dei veri e propri capolavori.
(02/06/2006)
1 - Ha fatto molte ricerche su Clifford Odets?
- Sì, molte. Ho letto una quantità di suoi libri, ma, contrariamente a
Clifford Odets, che era un seduttore, il suo personaggio nel film è
estremamente virginale. Ho tentato diversi modi per interpretare il
personaggio, specie per la scena d’amore.
“Une irresistible ascension…”,
intervista a John Turturro di Michel Ciment e Hubert Niogret, in Positif
n. 367, settembre 1991, p. 32.
2 - Com’è diventato attore? Quale è stata la
sua formazione teatrale?
- Mi sono sempre interessato di cinema e al college mi sono occupato di
teatro. A New York ho cominciato a studiare la tecnica dell’attore con Sandy
Meisner e Robert Modica continuando a lavorare, per guadagnare,
nell’edilizia. Poi sono tornato alla scuola d’arte drammatica per tre anni e
sono arrivato al diploma. Ho fatto molto teatro prima di fare cinema. Oggi
recito in teatro almeno una volta all’anno.
Ibidem, p.33.
3 Parafrasando il Cowboy-narratore del Grande
Lebowsky: “A volte è il cinema che
ribalta la fiaba, ovvero la letteratura nata per essere disegnata,
altre volte è la letteratura disegnata a ribaltare il cinema”.
Ogni riferimento all’avventura di Corto Maltese di Hugo Pratt in Concerto
in do minore per arpa e nitroglicerina rispetto a Giù la testa di
Sergio Leone è puramente suggestivo.
4
Attori e registi teatrali in Italia, conosciuti o meno, aspettano sempre le
traduzioni pubblicate nella nostra lingua e successive messe in scena
mondiali, prima di cimentarsi teatralmente con la drammaturgia
contemporanea, molto successivamente alla loro affermazione nel mondo dello
spettacolo, riconosciute come innovatrici espressioni del settore culturale
(quello teatrale) al quale appartengono. Segnaliamo a tale proposito come,
per esempio, Imperfect love ancora nel 2000, due anni dopo l’uscita
del film, andava in scena a Broadway con la regia dell’autore, nonostante
Turturro non abbia mai diretto né interpretato la pièce a teatro.
5 La stessa dell’opera teatrale originale
ripresa nel film, nel quale cambiano solamente i nomi dei protagonisti (per
es. Eleanora dalla Rosa invece di Celimene e Gabrielle Torrisi al posto di
Tuccio passando dall’opera teatrale al film).