Orson
Welles, an actor/director bigger than life
di Alessandro Morera
La vita non è che un’ombra che cammina; un povero attore che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena e del quale poi non si ode più nulla: è una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla.
(William Shakespeare, Macbeth, atto V, scena V, vv. 24-28)
Nelle sue
interpretazioni
Orson Welles
rivelava non solo il personaggio interpretato ma anche se stesso e il suo essere
un immenso attore capace di far brillare tutta la scena, laddove la scena fosse
povera e meramente illustrativa piuttosto che elemento del dramma, come nelle
sue prime interpretazioni teatrali. A dispetto di tutte le interpretazioni che
lo danno in contrasto con la tradizione attorica ottocentesca fu innegabilmente
un primo attore di straordinaria intensità e, consapevole di ciò (“Io sono di
quelli che interpretano i re. Devo farlo a causa della mia personalità, devo
essere sempre bigger than life”), ha sempre mostrato un’attenzione di
rilievo verso il ruolo della recitazione e gli attori in generale. Innumerevoli
dichiarazioni nel corso di tutta la sua carriera lasciano intuire come
l’attenzione verso la recitazione non sia solo una questione di cortesia verso
gli interpreti delle sue opere, ma un vero e proprio punto di partenza su cui
costruire il dramma.
Uno dei paradossi di Welles fu
proprio la sua personalità d’attore, dato che si poneva come centro assoluto e
fulcro sul quale ruotava tutto il dramma. Egotista assoluto, vero e proprio
deus ex machina della scena, anche come attore in film non suoi
(s’impossessava immediatamente del tessuto drammaturgico attraverso
l’interpretazione del personaggio), Welles come attore “non era un partner
comodo. Aveva l’imbarazzante dote di rubare la scena agli altri: più che la
scena - anzi - il film intero, anche quando la sua partecipazione si limitava a
poche inquadrature” (Roberto Nepoti, “Cuori di tenebra”, in
Orson, l’infernale Welles, a cura di Luca Giannelli, Dino Audino,
Roma 1993, p. 69).
Ciò non vuol dire che sia stato fautore della tradizione del primo attore nel
senso romantico del termine, ma che un aspetto fondamentale della sua arte si è
espressa sia attraverso la recitazione sia attraverso la regia. In tutte le sue
interpretazioni Welles s’imponeva come il demiurgo della scena. Come Mr. Clay si
proponeva di dimostrare la propria onnipotenza, Welles faceva ciò che non può
essere fatto, dirigere attraverso la recitazione, senza fuoriuscire dal
personaggio interpretato, pur tratteggiandolo con elementi del proprio
carattere. Ecco il paradosso del Welles attore: a differenza degli altri grandi
registi che, come da lui affermato, sono tutti attori che recitano la parte del
regista, lui sulla scena diventava un regista che interpretava il ruolo di
attore; fingeva, cioè recitava, la parte dell’attore.
Nella
costruzione del dramma il ruolo primario che Welles assegnava alla recitazione è
evidente fin dal primo filmino amatoriale che scrisse, diresse e interpretò nel
1934, Hearts of Age (in cui interpreta la morte pesantemente truccato da
anziano).
D’altronde, in ciò non si discostava da Gordon Craig e da tanti altri
numi tutelari del teatro del ventesimo secolo: tanto per Craig che per
Adolphe Appia e, sulla loro scia, per Welles, l’unico teatro che conta è
quello fatto dagli attori in quanto uomini che creano forme in movimento,
portatori del testo drammaturgico (qualunque esso sia, da un dramma teatrale a
un’elaborazione di un fatto di cronaca).i
Per Welles l’attore non era solo un elemento riproduttivo, ma
parte del processo creativo, elemento primario compartecipe del risultato
finale. Nel corso degli anni e in diversi contesti, lo stesso Welles ha espresso
energicamente il concetto che attribuisce una fondamentale importanza all’attore
e alla sua recitazione nella riuscita di una messa in scena, pur essendo ben
cosciente dei guasti che il ruolo dell’attore aveva provocato nel secolo
precedente, per dirla con Appia, nel porsi come elemento fagocitante tutti gli
elementi dell’arte drammaturgica, piuttosto che in sintonia con essi.
Welles sottolineava come anche i grandi registi debbano partire dal ruolo
dell’attore, sia quello proprio, in quanto anche i grandi registi sono
necessariamente e intrinsecamente attori, sia quello degli attori che
interpretano i personaggi: attribuendo alla recitazione un ruolo fondamentale
nella riuscita di una rappresentazione, sia teatrale sia cinematografica,
distinguendo così l’opera di un vero autore, superiore a quella del semplice
regista impiegato.
L’attore per Welles non è solamente il “messaggero” del testo, quanto testo egli
stesso, elemento che viene prima di ogni altra cosa, è quel teatro che viene
prima del dramma e che è l’unico teatro che conta, è il suono della voce,
l’espressione del viso, i movimenti del corpo, e in quanto essere vivente è il
teatro stesso. A proposito di Shakespeare, in una conversazione con
Richard Marienstras, Welles affronta questo tema con estrema chiarezza:
La tradizione
accademica è morta, ne convengo assolutamente. Ma oggi – e non parlo del cinema,
ma del teatro – io trovo che il regista sia diventato troppo forte.
Troppo forte per Shakespeare?
Sì, per Shakespeare, e anche per il teatro. perché la base del teatro, è
l’attore, e dopo l’attore, la pièce. In questo ordine.
In quest’ordine? Gli attori per primi?
Assolutamente. Perché prima del testo, nella storia del teatro, ci sono gli
attori.
Come nella commedia dell’arte?
Ma
certamente, dai tempi preistorici, e in ogni paese, anche in Inghilterra prima
di Shakespeare. E Shakespeare stesso era un attore, come Molière: non è un caso
se ha recitato Iago, il miglior ruolo di
Othello.
È sicuro che ha recitato Iago? Non c’è certezza.
Io
ne sono sicuro. Ci sono molte prove di ciò. È sicuro che abbia recitato anche il
ruolo del padre di Amleto.
Lo spettro?
Sì. Per me, è il secondo ruolo capitale nell’Amleto, il ruolo più
difficile. Non l’ho mai visto ben fatto o ben recitato, né al cinema né al
teatro.
Non è casuale
il riferimento a Molière, l’incarnazione dell’attore/drammaturgo, colui
che scrisse le sue commedie partendo dalla completa padronanza della scena come
attore e che, incarnando probabilmente il sogno di ogni attore, morì sulla
scena. Se Welles ha più volte ribadito come la scrittura sia ontologicamente
attinente alla recitazione, possiamo intravedere anche quanto in lui la
recitazione sia intrinsecamente congiunta alla regia. Con la sua presenza sulla
scena, Welles trasmetteva all’opera rappresentata una forza drammaturgica che
nasceva e si irradiava dalla sua recitazione, per infondere al dramma, ancor più
nettamente, un’impronta espressiva propria. Welles aveva infatti formato il
proprio gruppo di attori impregnandolo della propria concezione della
recitazione, dalla propria posizione di fulcro del gruppo del Federal Theatre
prima e del Mercury Theatre poi, attraverso il ruolo di direttore di scena:
[Welles] Come
Stanislavskji o Mejerchol’d, ma in termini del tutto personali,
aveva saputo imporre il suo stile a un gruppo di attori e appropriarsi di un
autentico corpus letterario… l’intero apparato del Mercury era organizzato in
modo da adattarsi allo stile idiosincratico e personale, e questo doveva far sì
che la sua presenza divenisse cosi rilevante e riconoscibile da imporsi, più
tardi, anche sullo schermo e anche in film a cui apparentemente si limitava a
partecipare come attore.ii
François
Truffaut
in un suo scritto aveva sottolineato questa particolarità di Welles, cioè quella
di avere creato un gruppo di attori sotto la sua direzione che dal teatro e
dalla radio passarono in toto a Hollywood, una situazione tutt’altro che
comune tanto all’epoca quanto ai giorni nostri; un aspetto della produzione
wellesiana che ha spinto il cineasta francese a ipotizzare che la composizione
del cast avesse, in qualche modo, influenzato la sceneggiatura di Quarto
potere:
[…] è del tutto
evidente che essendo la compagnia del Mercury Theatre, nel 1939, costituita da
una decina d’attori regolari che Orson Welles aveva riunito e ammirava, la
composizione del casting per Quarto Potere ha preceduto l’elaborazione
della sceneggiatura e l’ha persino determinata, la qual cosa conferisce al film
un’omogeneità che all’epoca non si trovava spesso nelle Major Companies.iii
La
recitazione nei film di Welles è sempre fondamentale, non solo rispetto al ruolo
del personaggio all’interno del dramma, ma anche per la sua funzionalità
rispetto alla conception generale della messa in scena: ogni personaggio
interagisce non solo con gli altri personaggi e con l’ambiente circostante, ma
con tutti gli elementi dell’opera, dalle luci alla colonna sonora,
dall’angolazione di ripresa al ritmo del montaggio. Partendo dall’uomo in quanto
attore, e in quanto elemento decisivo della rappresentazione, Welles ha
trasmesso l’imprimatur del suo stile recitativo a tutti gli attori delle sue
opere, difatti questo stile lo ritroveremo negli anni successivi al suo esordio
hollywoodiano, dopo che si dissolse il gruppo del Mercury, anche in attori già
con una propria personalità interpretativa come Charlton Heston, Janet
Leigh, Anthony Perkins, Jeanne Moreau, John Gielgud:
Questo stile di
recitazione, dolcemente allucinato, unico al mondo, è d’una forza poetica
ineguagliata. Siamo talmente abituati a considerare Orson Welles come una
personalità di rilievo, che dimentichiamo troppo spesso che è un attore
prodigioso. Più tardi - quando egli stesso avrà abbandonato il ruolo del primo
attor giovane - si troverà a infondere, non trovo altre parole, a infondere
questa recitazione ad altri: a Charlton Heston ne L’infernale Quinlan,
Anthony Perkins ne Il processo.iv
È uno stile
che possiamo definire di “sottile estraniamento”, composto da una buona dose di
verità interpretativa ma nello stesso tempo rivelatore tanto del personaggio
interpretato che dell’attore che lo impersona. La personalità dell’attore è
sempre presente nei personaggi delle opere di Welles, egli costruiva i ruoli
sintetizzando tanto le caratteristiche individuali dell’attore, in quanto essere
umano, che quelle del personaggio, svelando cosi dietro ogni personaggio
l’attore che lo interpretava. Non adattava l’attore al ruolo, quanto il ruolo
alle caratteristiche dell’attore, il quale viene sempre caratterizzato in quanto
attore specifico, apparendo cosi riconoscibile allo sguardo dello spettatore per
la sua specifica personalità, al di là del ruolo interpretato. Una conferma
indiretta ci viene data dallo stesso Welles a proposito della parte di
Everett Sloane nella Signora di Shanghai:
Perché
hai azzoppato così completamente
Bannister, tutt’e due le gambe?
Everett Sloane era sostanzialmente un attore radiofonico; non aveva mai davvero
imparato a muoversi. Era come una marionetta. Questo andava benissimo per il
Bernstein di Quarto Potere. Ma non mi sembrava che una marionetta potesse
essere un grande avvocato penalista. Cosi l’ho deliberatamente azzoppato. Lui,
naturalmente, ne è stato felice. A tutti gli attori piace interpretare gli
zoppi.v
Un altro
esempio della ‘recitazione secondo Welles’ si incontra nel modo in cui ha
ripreso gli attori intenti a recitare dei dialoghi: quando i personaggi
dialogano quasi sempre vengono ripresi mentre parlano, quasi declamando,
rivolgendo direttamente lo sguardo verso la macchina da presa. Presentandoli
come se fossero su un palcoscenico, Welles sembra estraniare gli attori dal
contesto del film per esporli direttamente allo spettatore, come se gli si
rivolgessero direttamente, come se stessero recitando direttamente per lui. Una
tecnica tipicamente teatrale, usata per lo più quando l’attore vuole catalizzare
su di sé l’attenzione di tutta la platea. Una conferma indiretta riguardo a
questa tecnica mutuata dal teatro, la troviamo nello stesso Welles quando
sottolineava come non facesse distinzione tra i vari tipi di recitazione
utilizzata in differenti contesti drammatici, affermando l’esistenza solamente
della buona o della cattiva recitazione:
Cosa
ne dici della recitazione radiofonica, Orson? Diresti che assomiglia alla
recitazione cinematografica, nel senso che...
Nel senso che non devi farti sentire dal loggione? La famosa differenza tra
recitare per la machina da presa e recitare in scena? Sono tutte sciocchezze.
Esiste solo la buona o la cattiva recitazione.vi
James Cagney
dev’essere tenuto per il più grande riempischermo nella storia del cinema.
Riempischermo?
Sposta l’aria, in scena. Il vero
test di quell’orrendo termine, ‘star quality’, i francesi la chiamano ‘présence’.
Ed eccoti un paradosso, anzi non direi un paradosso, è semplicemente la prova di
quel che ho sempre sostenuto: che semplicemente non esiste qualcosa come la
‘recitazione cinematografica’.
In alternativa
vuoi dire alla recitazione teatrale?
C’è solo la recitazione, buona, cattiva, passabile, e grande. Tutto il gran
parlare della speciale tecnica necessaria per recitare davanti a una macchina da
presa è un puro cumulo di balle. Gli attori di teatro si suppone che recitino
troppo in grande. Be’, Cagney era un attore di teatro e nessuno ha mai recitato
più in grande di cosi. È entrato nel cinema come se stesse recitando per il
loggione in un teatro d’opera.vii
A differenza
di molti critici, che invece hanno cercato di scindere il Welles regista dal
Welles attore, sono stati per lo più dei registi a sottolineare come
l’importanza della recitazione di Welles, la qualità del suo essere attore, sia
così intrinsecamente legata alla sua concezione della rappresentazione scenica.
Lo stile visivo
di Orson Welles non appartiene che a lui ed è inimitabile, tra l’altro perché,
come in Chaplin, costituisce una tecnica organizzata attorno alla
presenza fisica dell’autore-attore al centro dello schermo. È Orson Welles che
cammina all’indietro attraverso l’immagine, è Orson Welles che organizza un
baccano infernale cui pone fine prendendo improvvisamente la parola a bassa
voce, è Orson Welles che lancia le sue risposte guardando sopra la testa dei
suoi partner come se non potesse dialogare che con le nuvole (influenza
shakespeariana), è Orson Welles che, contro ogni abitudine, libera il blocco
orizzontale della cinepresa in modo che a volte l’inquadratura si muove
verticalmente e che la terra sembra cedere davanti all’eroe che a grandi passi
cammina verso l’obiettivo.viii
Carmelo Bene
ha focalizzato in un articolo su un quotidiano nazionale, apparso il giorno dopo
la sua morte, la caratteristica personalità attorica di Welles, sottolineando la
sua immensa grandezza di interprete:
Per me Welles è
stata una personalità fondamentale: però penso che sia stato incensato - e
odiato - non per il suo valore reale, che si rivela soprattutto nel suo essere
attore […] L’altrove di Welles non ha nulla a che fare con la solita etichetta
di genio e sregolatezza. Il suo altrove è qualcosa di inquietante, che ha sempre
spaventato gran parte della critica cinematografica. L’essere altrove, infatti,
da un mondo che ragiona solo in termini di spettacolo, di esteriorità è qualcosa
di fondamentale sia per Welles che per pochi altri geni… La fortuna di Welles è
che ha potuto sbagliare. Solo i grandi maestri sanno farlo. Ma sbagliando,
cercava. L’ho visto al cinema che ero ancora piccolo; mi affascinava questa sua
inquietudine, come mi affascinavano i suoi occhi; un universo, un nulla
profondissimo.ix
Una delle
caratteristiche proprie di Orson Welles, è stata quella di aver creato nelle sue
opere una dialettica armoniosa tra due elementi della messa in scena
apparentemente in contrasto tra di loro: il regista, inteso come demiurgo
assoluto della conception scenica, e l’attore bigger than life,
che da solo era capace di condensare nella sua interpretazione tanto il
personaggio che l’intero dramma. Carmelo Bene, nel suo omaggio a Welles, apre
una strada verso un particolare che può essere considerato l’elemento di
congiunzione che permette la risoluzione dialettica dell’apparente contrasto tra
la recitazione e la regia: gli occhi. Attraverso lo “sguardo interpretativo”,
Welles magnetizzava le scene nelle quali appariva, rimandando, con i suoi occhi,
a quel nulla profondissimo che, nello stesso tempo, era un condensato di
molteplici significati, dove ogni interpretazione critica è valida in quanto
nessuna lo è in senso compiuto, un universo significante, piuttosto che un
universo di significati. Lo sguardo di Welles, in quanto attore, era lo specchio
che rimandava allo spettatore lo sguardo del Welles regista, la sua imponenza
recitativa era lo schermo attraverso il quale proiettava il se stesso autore.
Definito come il massimo autore dell’ambivalenza, delle contraddizioni, da
questo aspetto dualistico deriva la visione dell’ambiguità wellesiana.
D’altronde la concezione che Welles aveva della regia, come abbiamo visto, era
una concezione totalizzante, seppur determinata da un’infinità di cause ed
eventi, una concezione che prevedeva un solo e assoluto creatore, un’immagine
non dissimile da quella che hanno incarnato i personaggi da lui interpretati. È
noto come Welles abbia recitato solo in due film con il suo vero naso, (Il
terzo uomo e La ricotta), attribuendo al trucco la facoltà di
proteggersi, ma, sempre in virtù dei paradossi wellesiani, più si mascherava,
più rivelava se stesso come autore. Questa particolarità è proprio quello che
abbiamo definito “stile wellesiano” a proposito della recitazione che prevede
proprio la rivelazione di se stessi, oltre al personaggio interpretato. Anche
nel caso della recitazione, come nelle sue regie, Welles utilizzava una sintesi
sperimentale di tecniche apparentemente antitetiche, oscillando tra la
recitazione di stampo stanislavskijano e l’interpretazione brechtiana, volgendo
quest’ultima in chiave prettamente personale, ponendo l’accento sulle
caratteristiche individuali dell’attore. Già in una famosa intervista con
André Bazin Welles affermava a proposito delle sue interpretazioni:
Adesso mi
direte che un attore non recita altro che la propria parte: quando si recita un
personaggio si comincia col togliergli quel che non ci appartiene, ma non gli si
aggiunge qualcosa che non si ha. Nessun attore può interpretare qualcosa di
diverso da se stesso. E cosi, naturalmente, in tutti questi personaggi compare
ogni volta Orson Welles. Non posso farci niente: è lui che li recita, non solo
fisicamente, proprio Orson Welles.x
Non c’è
dubbio che Welles, in ogni sua apparizione sulla scena rivelava inevitabilmente
sempre e comunque se stesso, come individuò molto bene
Pier Paolo Pasolini,
utilizzandolo come l’interprete principale del ruolo del regista in La
Ricotta:xi
Io scelgo gli
attori per quello che sono realmente; scelsi Welles per quello che è: un
regista, un intellettuale, un uomo che aveva qualcosa del personaggio che viene
fuori ne La ricotta…xii
Pasolini
svelava così Welles, svelava quel suo essere “altrove” rispetto ai termini dello
spettacolo dominante, come ciò che egli era anche nella sua veste d’interprete
davanti alla macchina da presa, un demiurgo assoluto, creatore e narratore delle
sue stesse creazioni.
Sarà lo stesso Welles a svelarsi definitivamente come tale nei suoi ultimi due
film portati a termine, (anche se abbiamo visto come usare parole quali
terminato, concluso, definitivo, finito siano inadeguate soprattutto verso
l’opera wellesiana): Storia immortale e F for Fake. Il demiurgo
Mr.Clay che, in Storia immortale, racconta allo spettatore quella
storia che avrebbe voluto creare all’interno dell’opera, sdoppia già la figura
del regista che interpreta quella dell’attore che rivela se stesso come
mago-narratore, come artefice che ci narra del suo artifizio, svelando i
congegni della propria teatralità; in questo film, attraverso la scarnificazione
della messa in scena, Welles svela(va) se stesso. Il soggetto del film, più che
la storia del vecchio Mr. Clay che vuole mettere in scena nella vita la leggenda
del marinaio, è il film stesso, è il racconto della capacità narrativa e di
metteur en scéne di Welles stesso. Joseph McBride nella sua biografia
su Welles a proposito di questo film ha sottolineato come:
La Storia immortale
è l’opera più teatrale della carriera di Welles. La scena è semplice e spoglia,
i sostegni meccanici sono esposti alla nostra ispezione, i risultati sono
dichiarati e ripetuti in chiavi diverse, come se i personaggi fossero coscienti
dei propri ruoli.xiii
I personaggi
di questo film, con la coscienza del proprio ruolo, rivelano in maniera
inequivocabile l’utilizzo, da parte di Welles, della recitazione come svelamento
di se stessi, oltre il personaggio, una recitazione che ormai possiamo
tranquillamente definire ‘wellesiana’.
Come nel Don Quixote dove non a caso Orson Welles vi compariva nella
parte di se stesso e non recitando una parte,xiv
in F for Fake il gioco viene definitivamente smascherato, attraverso lo
stesso Welles, che, non a caso, interpreta se stesso, un se stesso che
dissimula, come un mago alo specchio, le tracce del proprio sé nel momento
stesso in cui le rende evidenti.
È qui soprattutto, nel Welles che interpreta se stesso, che il gioco del
vero/falso risulta più interessante di tutto il film (e della sua operazione sul
noto
falsario Elmyr de Hory). È in Welles come presenza che si
rispecchia tutto il discorso sul sottile confine tra vero e falso, tra
l’illusione della realtà e la realtà dell’illusione. È il Welles-mago che appare
in quanto tale in questa sua ultima opera, è lo stesso Welles-mago che è sempre
apparso oltre le sue interpretazioni, al di là dei ruoli impersonati, anche
quando cercava di dissimulare la sua posizione di deus ex machina, di creatore e
dominatore assoluto della scena. Nel 1978, Alberto Farassino, il sempre
troppo poco rimpianto critico cinematografico, in un suo articolo su un
quotidiano nazionale, aveva colto finemente questo aspetto wellesiano proprio in
questa opera cinematografica:
Su questi due
piani agisce il regista-attore Orson Welles, presentandosi di volta in volta
come un mago, con un gran mantello nero che tramuta gli oggetti e fa levitare i
corpi, e come demiurgo del cinema, seduto alla moviola per offrirci le varie
sequenze intrecciate del film, ora con immagini di elaboratissima sontuosità ora
con riprese sguaiatamente documentarie con interviste e materiali della sua
carriera di falsario.xv
Welles è
stato un abile falsario in quanto ha saputo abilmente mescolare e fondere in una
sola personalità una variegata gamma di ruoli all’interno della messa in scena,
donando a ciascuno di essi la propria impronta creativa, dalla recitazione alla
messa in scena, dalla scenografia ai dialoghi, dallo sviluppo narrativo alla sua
rappresentazione iconografica, Welles ha impersonato l’ideale del creatore
assoluto, dominatore di tutti gli elementi che costituiscono e contribuiscono
alla realizzazione di una messa in scena. Welles era molteplice di per se
stesso, come recita un famoso divertessement su di lui, citato da Jean Luc
Godard:
Una sera, ad
Amburgo, ci sono tre spettatori in sala. Lo spettacolo comincia. Orson Welles
entra in scena e si presenta: autore, compositore, attore, scenografo, direttore
di scena, regista, saggio, finanziere, buongustaio, ventriloquo, poeta. Poi si
meraviglia di essere venuto cosi numeroso mentre loro sono cosi pochi.xvi
Godard cosi
sintetizzava le molteplici capacità del Welles intrattenitore, sbagliandosi
solamente nell’attribuirgli l’aggettivo finanziere: l’unico elemento che Welles
non ha mai voluto controllare, e forse anche che non ha saputo dominare,
all’interno del mondo dello spettacolo, è stato lo stesso che gli ha causato
cosi tante difficoltà nel portare a termine un’infinità delle sue opere,
l’elemento finanziario. Però questo aspetto ormai appare più un pregio che un
vero e proprio ostacolo, un pregio evidenziato dalla capacità creativa che
Welles ne ha saputo trarre, un pregio vista anche l’infinità della sua opera e
l’importanza che essa riveste ancora oggi. Le opere di Welles appaiono ancora
più magnifiche di quanto già siano di per se stesse, se lette nella prospettiva
della povertà di mezzi e di economia con cui sono state realizzate. Il percorso
maledetto che Orson Welles ha dovuto intraprendere all’interno della società
dello spettacolo ha la smisuratezza tipica del ventesimo secolo, egli è stato il
personaggio che meglio di ogni altro ha sintetizzato i vizi e le virtù, la
genialità creativa e la follia irrazionale del Novecento, il suo itinerario
disperato è la metafora più appropriata per illustrare il secolo appena
trascorso.
Per questo non possiamo essere d’accordo con la frase che Tanya, la zingara,
riferisce a proposito di Quinlan nel finale del film: a modo suo era un grand’uomo,
ma che importa quel che si dice di un uomo, una volta morto…”xvii,
una frase che fa eco a un brano tratto da F for Fake, declamato dallo
stesso Welles davanti alla cattedrale di Chartres:
Questo
magnifico capolavoro d’arte è li da secoli. È forse la maggiore opera dell’uomo
in tutto il mondo occidentale. Eppure, non è firmata. Tutto ciò che resta, cosi
sembrano pensarla gli artisti d’oggi, è l’uomo, povero e, totalmente indifeso…
Le nostre opere nella pietra, sulla tela o nella stampa di rado vengono
risparmiate per qualche decennio o per qualche millennio o due, ma alla fine
ogni cosa viene annullata dalla guerra o si cancella nell’ineluttabile cenere
universale. Trionfi o inganni, tesori e falsi: è la realtà della vita. Dobbiamo
morire. Ma siate allegri: dal passato vivente giungono le grida degli artisti
morti. Tutte le nostre canzoni verranno messe a tacere. Ma cosa importa,
continuiamo a cantare. Forse il nome di un uomo non è poi cosi importante.xviii
Nel caso di Welles e della sua opera il nome di un uomo è importante, non tanto per l’eventuale gloria postuma, (nei confronti della quale egli ha sempre negato ogni tipo di interesse, come dimostra anche la sua volontà di far spargere le proprie ceneri vicino una remota fattoria della Spagna, situata a tre ore di autobus da Siviglia, dove aveva vissuto da ragazzo a 18 anni per qualche tempo, mantenendosi come scrittore di racconti e come torero occasionale), quanto per l’identificazione dell’opera con il suo stesso autore; un’identificazione, in questo caso, assolutamente inevitabile, come sapeva bene anche lo stesso Welles: dalla radio al trailer di Quarto potere, passando per i titoli del casting narrati ne L’orgoglio degli Amberson o nel Processo, fino a F for Fake, Welles ha sempre inserito nelle sue opere la presentazione, tramite il suo famoso timbro di voce, della propria inconfondibile personalità, utilizzando spesso una frase il cui senso possiamo riassumere nella tipica esclamazione: “My name is Orson Welles”!
(06/05/2006)
i
In proposito, si veda l’intervento di Craig in risposta a Silvio D’Amico,
alla conferenza sul teatro mondiale presieduta da Luigi Pirandello, l’11
ottobre 1934 a Roma: “Il signor D’Amico ha citato una frase di Mr. Bernard
Shaw, che risale probabilmente a una cinquantina d’anni fa e che è forse una
delle più diffuse bugie da quando esiste il mondo degli affari. Si tratta
dell’affermazione: il dramma fa nascere i teatri, ma un teatro non fa
nascere drammi. Ora, il signor D’Amico ha riportato la frase di Shaw
indicando col dito un modellino architettonico per un grande teatro, un
teatro di mattoni, legno e pietra. È probabile che gli edifici teatrali si
siano prodotti (magari con qualche aiuto degli architetti) per opera dei
drammaturghi. Ma quel teatro che viene prima del dramma, e che è l’unico
teatro che conta, non era e non è un edificio, è il suono della voce -
l’espressione del viso - i movimenti del corpo - della persona - cioè
l’attore, if you like!”: Teatro Drammatico. Atti del convegno di lettere,
8-14 ottobre 1934. Fondazione Alessandro Volta, Roma, Reale Accademia
d’Italia, 1935, p. 211.
ii
James Naremore, The Magic World of Orson Welles, (1978, IIa ed.),
First Southern Methodist University Press, Dallas 1989; tr. it. Orson
Welles. Ovvero la magia del cinema, Marsilio Editore,
Venezia 1993, p. 365.
iii
François Truffaut, “Welles e Bazin”, in André Bazin, Orson Welles,
(a cura di) Elena Dagrada, GS Editrice, Santhià 2000, p. 22.
iv
Ivi, p. 30.
v
Io, Orson Welles, a cura di Jonathan Rosenbaum, Baldini & Castoldi,
Milano 1993, p. 214. Un brano che rimanda a un altro passo dello stesso
testo il quale si soffermava sulla personalità di Everett Sloane e la sua
tragica fine: “…Everett Sloane, che invecchiava con me (in Quarto Potere),
non si è mai truccato! Gli abbiamo solo rasato la testa e tinto di bianco i
capelli intorno alla pelata. E non poteva avere più di ventuno anni. Ebbe un
profondo effetto su di lui. Perché ha pensato: ‘Com’è possibile? Riesco a
rappresentare un settantacinquenne senza trucco? Sarà che ho il naso troppo
grosso’. E cominciò a farselo sforbiciare. Avrà fatto venti operazioni prima
di ammazzarsi. Deve aver pensato: ‘Se solo riesco a farmi il naso giusto,
sarò un primattore”, p. 102.
vi
Ivi, p. 47.
vii
Ivi, pp. 168 – 169.
viii
François Truffaut, Les films de ma vie, Edition
Flammarions, Paris 1975; trad. it. I film della mia vita,
Marsilio Editore, Venezia 1978, p. 225.
ix
Carmelo Bene in “Corriere della sera”, 11 ottobre 1985.
x
André Bazin, Orson Welles, p. 131.
xi
Episodio del film RoGoPaG o laviamoci il cervello, film del 1963
formato da quattro episodi. Oltre a quello di Pasolini gli altri sono:
Illibatezza di Roberto Rossellini, Il nuovo mondo di Jean-Luc
Godard e Il pollo ruspante di Ugo Gregoretti.
xii
Pier Paolo Pasolini in: Pasolini su
Pasolini. Conversazioni con John Halliday, Guanda, Roma 1992, p.
90.
xiii
Joseph McBride, Orson Welles, Secker & Warburg, London 1988, p. 50.
xiv
Lei recita nel Don Chischiotte?
Compaio in quanto Orson Welles, non interpreto un personaggio.
Andrè Bazin, Orson Welles, op. cit., p.114.
xv
Alberto Farassino, Ritratto di un regista come un bugiardo, in "La
Repubblica", 29 marzo 1978.
xvi
Jean-Luc Godard, Jean-Luc Godard par Jean-Luc Godard, Editions Pierre
Belfond, Parigi 1968, trad. it., Il cinema è il cinema, Garzanti
Editore, Milano 1971, p. 156.
xvii
Da L’infernale Quinlan.
xviii
Da F for Fake.