Cinema
basco. L’incerta cinematografia di un paese che non c’è
di Diego Barboni
Prendo spunto da una rassegna organizzata
ad aprile dall’associazione culturale Euskara (www.euskara.it),
suddivisa in una retrospettiva su uno dei registi baschi più conosciuti, Alex
de la Iglesia, e la proiezione di alcuni dei film più significativi della
cinematografia di questa regione. Gradito suggello della rassegna,
l’interessante conferenza del documentarista Joseba Macías, dal titolo
Il cinema basco oggi, anch’essa fondamentale per quanto vado a scrivere.
La questione più importante, che un discorso sul cinema dei Paesi Baschi non può
esimersi dall’affrontare (e centrale, dunque, anche nella conferenza di Macías),
è quella riguardante la sua stessa identità: la particolare situazione politica
della regione, animata da sempre da forti (e fondate) tendenze indipendentiste,
sempre frustrate quando non brutalmente represse (in particolare, ma non solo,
durante il regime franchista), ha infatti sempre reso difficile, e nei momenti
peggiori impossibile, lo sviluppo di una cinematografia vera e propria, dotata
di tratti comuni e riconoscibili. La ricerca, o la rivendicazione, di
un’identità culturale e nazionale, e il sofferto racconto di questa ricerca (in
cui un ruolo fondamentale lo gioca l’attività dell’eta)
e delle sue contraddizioni, costituisce dunque a livello tematico il più
appariscente tratto comune, almeno fino agli anni Novanta, di tutto ciò che può
essere compreso nella definizione di cinema basco. I primi segnali di vita in
tal senso si hanno negli anni Venti, con alcuni film come El mayorazgo de
Basterretxe, ancora legati a una concezione vedutistica del cinema, e
caratterizzati da uno sguardo puro, “anghelopoulosiano”, come dice Macías. Per
circa quarant’anni, questi film costituiranno gli unici esempi del cinema dei
Paesi Baschi: la censura franchista, infatti, farà sentire il suo peso impedendo
la realizzazione di opere incentrate sulla questione basca, o in cui la regione
non sia semplicemente trattata come Spagna.
È nella simbolica data del 1968 che fa la sua apparizione quello che è
considerato il film capostipite della moderna cinematografia basca, ovvero
Ama Lur. Documentario dalle forti aspirazioni artistiche, Ama Lur
(letteralmente, “madre terra”: ciò la dice lunga sulle intenzioni degli autori)
assume, per le particolari condizioni della sua realizzazione (non ultimo il
finanziamento collettivo che ne ha permesso la produzione), per il suo ruolo
storico di unicum, per il contesto politico all’interno del quale si
situa, e al di là dell’effettivo valore artistico oggi da molti ridimensionato,
una dimensione mitica all’interno della stessa cultura basca. Realizzato da
Néstor Basterretxe, Julio Amóstegui e Fernando Larruquert, il
“canto alla madre terra” sfuggì fortunatamente (e, forse, fortunosamente) alle
maglie della censura e costituì un importante stimolo per tutti i cineasti
nativi di quella regione ad affrontare tematiche fino ad allora assolutamente
tabù. Ciò nonostante, bisognerà aspettare la morte di Franco per assistere a un
vero e proprio mutamento, che d’altra parte coinvolse il cinema e la cultura
spagnoli in toto, e al fiorire, per la prima volta, di un numero
consistente di opere. L’appena costituito governo basco individua nel cinema uno
dei mezzi di espressione più incisivi per promuovere la propria cultura e far
conoscere le proprie rivendicazioni, e decide di appoggiarlo con importanti
finanziamenti, a patto che “il carattere basco fosse evidente nel film, con una
serie di generi e temi relativi ad aspetti storici, a problemi sociali e
politici del momento, a volte anche con un certo folclore”.1
Nuovi produttori nascono, altri si avvicinano, come Elias Querejeta,
uno dei maggiori produttori della storia del cinema spagnolo, ed è negli anni
Ottanta che si sviluppa l’attività di alcuni dei più importanti cineasti baschi.
Tra questi, Imanol Uribe è forse la figura più rilevante, autore di
alcuni dei film fondamentali della cinematografia basca come El proceso de
Burgos (1979), riguardante un processo, tenutosi nel 1970, a sedici
etarras (membri dell’eta);
La fuga de Segovia (1982, proiettato anche nella rassegna da cui prende
spunto questo articolo), sulla tragica fuga, nel 1976 alla vigilia di
un’amnistia generale, di un gruppo di prigionieri appartenenti all’eta
dal carcere della città spagnola; La muerte de Mikel (1984), sull’oscura
morte di un attivista politico omosessuale, con rapporti (tanto per cambiare)
con l’eta,
in seguito a un violento interrogatorio al commissariato della polizia. Accanto
a lui, registi come Montxo Armendariz, e il ritorno di autori come
Pedro Olea ed Eloy de la Iglesia, precedentemente attivi a Madrid, o
l’apporto di registi non baschi che realizzano alcune delle opere più importanti
riguardanti la questione basca, come il madrileno Alfonso Ungría, con
Ehun metro (1987) e l’italiano Gillo
Pontecorvo, con Ogro (1979), altre due opere incentrate su membri
dell’eta.
Tratto dall’omonimo libro di Ramon
Saizarbitoria, primo romanzo pubblicato in
lingua euskara, Ehun metro narra in
un’alternanza di passato, presente e futuro, gli ultimi minuti di vita di un
etarra, i fatti che l’hanno portato in quella situazione, e l’indagine della
polizia che ricostruisce l’evento. Ogro, forte di un cast nel quale
spiccano attori come
Gian Maria Volontè,
Eusebio Poncela, Angela Molina, ricostruisce
l’attentato che costò
la vita al generale Carrero Blanco, probabile successore di Franco,
tentando di ritrarre nel contempo le fratture sorte in seno all’attivismo basco
all’indomani della fine della dittatura.
Alla fine degli anni Ottanta, e all’inizio dei Novanta, comincia a verificarsi
una svolta, con l’apparire di film svincolati dalla problematica basca, come
Tu madre está loca (1987) e Todo por la pasta (1991) di Enrique
Urbizu, Alas de mariposa (1991) di Juanma Bajo Ulloa o
Acción Mutante (1992) di Alex de la Iglesia. Se nei due film di Urbizu
l’istanza basca cede il passo alle esigenze commerciali del cinema di genere,
rispettivamente la commedia e l’azione, con quelli di Bajo Ulloa e de la Iglesia
comincia a delinearsi quella che sarà la tendenza principale degli anni Novanta,
ovvero la presenza di un discreto numero di cineasti interessati a un discorso
cinematografico più spiccatamente autoriale, a un modo di fare cinema che
permetta, al di là delle tematiche trattate, l’espressione di una poetica e uno
stile assolutamente personali. Con
Alas de mariposa e il successivo La madre muerta, Bajo Ulloa
sviluppa un cinema animato da “una tensione drammatica piena di letture
psicologiche di origine familiare, che poteva anche rifarsi a determinati tratti
del cinema basco precedente, ma vi aggiunge una forza visiva, un uso del
linguaggio cinematografico e un’assimilazione delle tecniche di Alfred Hitchcock
e altri classici”,2
virando poi verso l’azione con Airbag (1997) e il sentimentale con
Frágil (2005), visto nella rassegna romana; così de la Iglesia porta avanti,
raffinandolo di opera in opera, un cinema ludico e graffiante, fortemente
influenzato dal fumetto e
da tutta una tradizione spagnola del grottesco e
dell’humour nero, ivi compreso il grande Buñuel al quale rende dichiaratamente
omaggio nell’ottimo
Crimen perfecto
(2004),
ottenendo un grande successo commerciale anche all’estero, soprattutto col
divertente La comunidad (2000); così anche Julio Medem, altro
autore di notevole talento, persegue il suo personalissimo cinema “fatto di
casualità che si intrecciano nel tempo, desideri erotici complessi e
un’affascinante composizione visiva che concede ai suoi personaggi una
dimensione quasi soprannaturale”,3
sebbene a volte
viziato da un certo formalismo,
in opere come
La ardilla roja, (1993) Los amantes del circulo polar (1998), o il
fortunatissimo
Lucia y el sexo
(2001).
Sebbene dalla fine degli anni Ottanta, la problematica basca smetta di
costituire l’argomento centrale dei film prodotti da registi nativi di quella
terra, un discorso sulla sua identità culturale, e anche a volte sulla lotta
armata dell’eta,
seppure meno vincolato a esigenze comunicative pressanti come lo potevano essere
nei primi anni della democrazia, continua ad affiorare nelle opere tanto di
alcuni di questi nuovi registi quanto di alcuni vecchi maestri: così, se da una
parte A ciegas (1997) di Daniel Calparsoro, un altro dei giovani
registi emersi negli anni Novanta, e Dias contados (1994) di Uribe
raccontano ancora storie di militanti dell’eta
(in modo solo parzialmente efficace il primo, in modo ben altrimenti pregnante
il secondo), opere come Vacas (1991), l’ottimo film d’esordio di Medem, o
Obaba (2005) del veterano Armendariz affrontano il tema
dell’attaccamento alla propria terra all’interno di una
dimensione
(meta)narrativa ben più complessa e aperta.
La domanda centrale su che cosa sia il cinema basco rimane dunque in piedi, ed è
probabilmente una domanda (per ora) senza risposta: se per cinema basco si
intende il cinema che affronta la tematica della questione basca, tale
definizione non può non comprendere alcuni titoli di autori non baschi, come
quelli citati di Ungría e Pontecorvo, riducendosi a uno scarso numero di opere;
se si intende invece il complesso di opere prodotte da registi nativi dei paesi
baschi, esso dovrebbe allora comprendere quelle di alcuni registi precocemente
allontanatisi dalla loro terra natale, come
Victor Erice
o Ivan
Zulueta, nelle cui opere sarebbe obiettivamente difficile riscontrare tracce
inequivocabili di “baschità”; se, ancora, si vuole restringere tale
denominazione soltanto ai film realizzati in lingua euskara, ci si riferirebbe,
ci informa Macías, a non più di una decina di opere.
Dove si possono individuare, dunque, i tratti caratteristici del cinema basco?
Macías li rintraccia in un certo peculiare, quantunque non meglio definito,
sguardo verso la realtà, mentre Ricardo Aldarondo, autore del saggio che
costituisce una delle fonti primarie a cui ho attinto (a fronte di una così
scarsa filmografia, la bibliografia di riferimento è ancora più esigua), li
individua in “un tipo di comicità ironica o una violenza latente”.4
La verità, comunemente riconosciuta, è che ciò che veramente è mancato fino a
oggi è una vera e propria scuola cinematografica basca. Per ora si può
registrare soltanto la presenza di un buon numero di registi di valore e di una
discreta presenza di maestranze tecniche di primo livello, il fotografo
Javier Aguirresarobe e il musicista Alberto Iglesias su tutti. La
strada per lo svilupparsi di un cinema propriamente basco, con tratti
riconoscibili, dovrà passare prevedibilmente per la nascita di un’adeguata
industria cinematografica basca, e questa a sua volta anche per precise
decisioni politiche. Si può più che altro rilevare che, come dimostra il caso di
La pelota vasca (il recente documentario sulla questione basca che è
costato a Julio Medem polemiche e contestazioni talmente vigorose da indurlo a
evitare, in futuro, l’argomento), il contesto politico da cui queste dovrebbero
sorgere costituisce ancora una materia facilmente infiammabile. È ancora
difficile, in Spagna, parlare della questione basca in modo non dico sereno, ma
lucido e libero da rancori e pregiudizi, e in questo senso la questione appare
dunque ancora lungi dall’essere risolta.
(11/05/2006)
1
Ricardo
Aldarondo, “Il cinema basco negli anni ’90”, in Armocida, P., Spagnoletti, G., Vidal, N.
(a cura di), Il cinema in Spagna oggi. Nuovi autori, nuove tendenze,
Lindau, Torino 2002, pag. 80.
2
Ricardo
Aldarondo, op. cit., pag. 82.
3
Ricardo Aldarondo,
op. cit.,
pag. 83.
4
Ricardo Aldarondo,
op. cit.,
pag. 84.