«Il
Caimano», piccola storia del cinema italiano
di Gaetano Gentile
Il bello dello studiare Berlusconi
è che le ipotesi analiticamente giuste risultano sempre confermate a opera sua:
salta sulla preda, la inghiotte e digerisce, indi ripete l’operazione. I
paleontologi ricostruiscono un intero dinosauro da una vertebra. Idem qui. Persi
i protettori salta in politica e non perché gliene sia venuto l’estro:
impadronendosi dello stato vuol salvare una terrificante ricchezza in crescita
continua; siccome ha la cultura dei caimani, non gli passa in testa che esistano
poteri separati; e non stia bene diluirsi i falsi in bilancio, ai quali risulta
piuttosto dedito, o storpiare la disciplina delle rogatorie affinché prove
d’accusa spariscano dai processi milanesi, o codificare stramberie utili alla
fuga da Milano (Franco Cornero in La Repubblica dell’11 maggio
2005).
Ricco di suggestioni cinefile in forma di linguaggio intricato, di numerosi
caratteristi e citazioni al cinema di genere, prodigo nell’uso dei registi in
qualità di attori, ecco
Il Caimano, ultima fatica del Nanni
nazionale, che fa parte, ricordiamolo, della ristretta cerchia di cineasti
italiani con un certo credito internazionale. Lo confermano (casomai servisse)
l’ammissione in Concorso al festival di Cannes - insieme all’altro cristallino
talento di
Paolo Sorrentino,
autore dei bellissimi L’uomo in più e Le conseguenze dell’amore –
e la messe di David di Donatello, tra cui migliore regia e miglior interprete
principale a uno strepitoso Silvio Orlando.
Esaurita (ed estenuante) la questione sul
peso politico del film (che si può racchiudere nelle parole stesse di Moretti,
che, nel film, quando contattato
per interpretare Berlusconi dice -
cito a memoria: “Ma su Berlusconi tutti sanno tutto… se poi uno non vuole
capire non capisce… lui ha già vinto, cambiandoci i cervelli e il modo di
pensare con le sue televisioni…” (metà del paese che ancora gli crede sembra
suffragare questa ipotesi): provo a proporre delle ipotesi di lettura.
Iniziamo dalla sceneggiatura: oggetto di mistero corazzato da un set blindato ai
giornalisti (e “violato” dal sottoscritto, assunto come comparsa nella scena
degli studi televisivi girata alla Vasca navale nei pressi di ponte Marconi,
Roma, agli ex studi De Laurentiis ora Scuola di cinema), viene sottoposta
a continui “straniamenti” e depistaggi a mezzo stampa da parte dello stesso
autore, visto il film risulta indecifrabile a chi non abbia potuto seguire tutta
la lavorazione (e di difficile interpretazione a chi l’abbia seguita, a meno di
avere una copia della stessa). Un patchwork di più film in uno: quello da
fare, scisso in fase produttiva racchiusa nel racconto-cornice alla Boccaccio e
in quella girata, i trailer “di genere” che omaggiano l’horror-thrilling e anche
il poliziottesco anni Settanta, il film su Colombo in tre momenti (pre-produzione,
set, girato e set insieme). Una costruzione a scatole cinesi, insomma, un rebus
difficile da risolvere, il tutto diluito in salsa televisiva deconcentrante.
Che c’entra la televisione in tutto ciò? Ce lo spiega Vieri Razzini in
“Moretti Amarcord Fellini”, articolo apparso su Il Manifesto del
01/04/2006, sulle citazioni
del cineasta romano al maestro riminese e su quanto
quest’ultimo avesse preconizzato a proposito della distorsione mentale indotta
dal mezzo televisivo. Vale la pena riproporre le parole di Federico Fellini,
tratte dalla biografia di Tullio Kezich (Federico Fellini, la vita e i
film): “le continue interruzioni dei film trasmessi dalle televisioni
private sono un vero e proprio arbitrio non solo verso un autore e un’opera, ma
anche verso lo spettatore. Lo si abitua a un linguaggio singhiozzante,
balbettante, a sospensioni dell’attività mentale, a tante piccole ischemie
dell’attenzione che alla fine faranno dello spettatore un cretino impaziente,
incapace di concentrazione, di riflessione, di collegamenti mentali, di
previsioni […] lo stravolgimento di qualsiasi sintassi articolata ha come
risultato di creare una sterminata platea di analfabeti…”. Fellini preconizzava
ciò nel così lontano/così vicino 1985, ma il suo discorso non riguardava
solo i film in tv flagellati dagli spot (che nemmeno un referendum ad hoc
riuscì a eliminare) ma anche, con le parole di Razzini “tutto il nuovo mondo di
latta dorata e lustrini, ‘sana’ volgarità e vacuità, imposto con inedita
prepotenza all’immaginario collettivo”. Ancora secondo Kezich ripreso da Razzini
nel suo articolo “Ginger e Fred” (1986) era già “un viaggio nel nuovo
rincretinimento, nel degrado comportamentale e intellettuale di ‘una società di
seconda mano, affollata di imitazioni’ e già quasi
totalmente definitiva, con le
telecamere pronte a riprendere, nutrirsi e diffondere delle ‘realtà’ prive di
qualsiasi requisito spettacolare se non quello di venire spettacolarizzate”. Il
discorso anti-TV Fellini lo continuerà, poi, ne La voce della luna
(1986), ultimo suo film.
L’ipotesi che azzardiamo è quella che Moretti abbia voluto usare volutamente un
linguaggio frammentato, ischemico, dadaista ma anche dialettico, che richiede
un’attenta interazione da parte del pubblico, credendo (o disperando) nel fatto
che le persone siano ormai irrimediabilmente permeate da emissioni catodiche dal
linguaggio balbuziente e, in fondo, irridente delle intelligenze. Tuttavia, allo
stesso tempo fa un film complesso, fortemente autobiografico (il suo Otto e ½,
come ha sottolineato Andrea Minuz in
“«Il
Caimano».
Pochi scarni elementi per una lettura scorretta”,
in Frame on line n. 54-55, marzo-aprile 2006), lucidissimo, con una parte
finale (quella interpretata dallo stesso regista) all’altezza del miglior
“grottesco sinistro” alla
Elio Petri e
dell’ormai “mitico” cinema politico italiano del compromesso linguistico. Non
sembra casuale il ricorso per il ruolo del vecchio regista a Giuliano
Montaldo, autore di Sacco e Vanzetti (1971) e Giordano Bruno
(1973), e aver nominato più volte
Gian Maria Volonté
e, più velatamente, film come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni
sospetto (1969) e Todo Modo (1974) proprio di Petri, nonché Il
caso Mattei (1973) di Francesco Rosi.
Cataratte. Stivaloni porcelloni. La vendetta delle streghe assatanate. Mocassini
assassini. La poliziotta con i tacchi a spillo. Susy la misogina. Oceano di
paura. I
piedi di Laura. Violenza a Cosenza. Maciste contro Freud. Vigilia di
sangue per lo sceriffo Clark.
E inoltre Le ultime parole di Benda nera, ultimo film di pirati girato
alla Vasca Navale. E ancora, il repertorio dell’ex presidente del consiglio che
cita il Gillo Pontecorvo di Kapò, il prison-movie e il
nazi-porno.
Sono titoli verosimili per l’epoca (gli anni Settanta) quelli delle locandine
affisse nell’ufficio del produttore o solo citati, omaggio a quasi tutti i
generi, oltre che conferma dell’ossessione per i piedi e per le scarpe, suo
leitmotiv. Stavolta è forte il rapporto con il cinema di genere italiano e
Moretti sembra strizzare l’occhio ai Cahiers du Cinéma, grandi
rivalutatori del nostro (erroneamente detto) b-movie. Silvio Orlando
incarna Bonomo, un navigato produttore alle prese con un debutto, specchio di
una situazione della produzione italiana che sopravvive, tranne poche eccezioni,
con il basilare sostegno dello stato e con la schiavitù dei/dipendenza dai
diritti televisivi. L’uomo di cinema rievoca i bei tempi quando in Italia si
producevano film solo per la sala, si giravano due film contemporaneamente
sfruttando gli stessi set, e il cinema di genere procurava i fondi per quello
d’autore. Intanto è strangolato dalle banche, affitta il teatro di posa per
delle televendite fotografate nel film con le brume di un incubo, cerca di
salvare il salvabile editando dei dvd
dei suoi film rimasterizzati (completi di tagli di censura, trailer originali,
interviste ai reduci), partecipa a rassegne rievocative, anche se Dino Risi
non lo invita più alle sue feste. Moretti gira alla Lucio Fulci (ossia
alla grande e con sadica efferatezza)
la scena splatter del ristorante, alla
E. G. Castellari (altrettanto bene) quella dell’assedio della polizia, con
le pantere Alfa Romeo in cristallino stile settantino. Cito Fulci e Castellari
come paradigmi registici, omettendo tantissimi altri nomi, nonché la stucchevole
definizione di “artigiani del cinema”.
Alla luce di quando detto, emerge fortissimo il discorso metacinematografico:
oltre che il suo Otto e ½, Moretti gira il suo Effetto notte e una
sensibilissima versione di Kramer contro Kramer. La scena dei sorpassi
degli ex coniugi a separazione avvenuta è struggente come la musica di Damien
Rice che accarezza, lambisce le rive della poesia. Le situazioni con i
bambini traboccano di verità senza le derive patetiche da fiction televisiva.
L’introvabile pezzettino di Lego pare uno scontato simbolo della ricerca della
felicità o il tassello perennemente mancante.
Ne Il caimano c’è, inoltre, continuità con Sogni d’oro (1981) che
ha una struttura simile e un comune interprete, il critico Tatti Sanguineti,
che in Sogni d’oro faceva l’aiuto-regia, un regista (lo stesso Moretti)
alle prese con un film su Freud, un alter-ego sotto forma di regista in crisi
(lì era Alessandro Haber) e con un violento conflitto edipico. Il film
nel film era La mamma di Freud e, tra i titoli citati ne Il caimano,
troviamo Freud contro Maciste: una commistione tra Bergman e il
peplum?! Altra evidente paternità è costituita
dal personaggio di Botero ne
Il portaborse (1991) di Daniele Luchetti: lo stesso Moretti lo
interpretava con caustico cinismo, e il “suo” Berlusconi ne pare un’evo/invo-luzione.
Il caimano, tra i tanti
spunti che offre, può essere visto con squisito occhio cinefilo, sembra una
piccola storia del cinema italiano sotto tutti i suoi aspetti, catalizzati
intorno alla figura-martire del produttore, deus ex machina del film. È,
inoltre, un film molto intimo e un film politico, anzi militante che, come
sottolineano le due recensioni già pubblicate su questo sito, richiede una
seconda, se non addirittura una terza visione cinematografica. La forza del
Moretti cineasta e intellettuale, insomma, è quella di rendere universale il
proprio solipsismo.
Gaetano Gentile, 28/04/2006