Far East 8: primeggia il Giappone in unedizione transitoria

di Francesco Boille

 

L’ottava edizione del festival udinese, ormai appuntamento immancabile nell’agenda di ogni appassionato o studioso di cinema asiatico, ha regalato nuovi esempi interessanti del cinema popolare dell’Estremo Oriente dell’ultimo anno, come sempre accompagnati da qualche chicca più autoriale e da retrospettive storiche. Se un po’ tutti constatavano un calo della qualità media dei film proposti (ma le cose belle non sono mancate neanche quest’anno), probabilmente non tutte le ragioni sono ascrivibili a un calo delle produzioni di qualità da quelle parti: forse il calo di fondi alla cultura e allo spettacolo per la dissennata politica finanziaria dell’ex ministro dell’Economia Treconti Da Duesoldi e la conseguente difficoltà a impostare sulla base delle scelte migliori quello che è ormai riconosciuto come il più importante festival europeo di cinema asiatico (si veda a questo proposito l’ultimo numero dei Cahiers du Cinéma, e Dio sa quanto i francesi ci tengano ai loro primati e quanto poco a quelli degli altri!). Ciò vale tanto quanto per i film selezionati quanto per le retrospettive storiche: dopo quella davvero notevole dell’anno scorso sulla mitica casa di produzione Nikkatsu, la rassegna di quest’anno sul musical, che comprendeva esempi da un po’ tutti i paesi del Far East, pur di rilevante interesse storico e non priva di opere di pregio, non ha avuto la qualità di titoli paragonabile a quella dell’anno scorso. È infatti parsa a molti una retrospettiva, certo interessante, ma un po’ di ripiego, in attesa di tempi (conti pubblici) migliori. Ma è un danno duplice, perché ciò avviene proprio quando il festival di Venezia riesce sempre più a ospitare film asiatici, facendo pesante concorrenza a Cannes dove le cinematografie di quell’area geografica sono sempre state preminenti, e un accordo tra i curatori del Far East e Marco Müller, direttore del festival veneziano, avrebbe reso necessario un appoggio governativo. Ma tant’è.
Passiamo ora ai film di questa edizione, che ha visto premiato dal pubblico del Far East l’ennesima produzione sudcoreana sulla divisione/riconciliazione tra le due Coree, Welcome to Dongmakgol di Park Kwang-hyung. ImprintUn polpettone, ma tutto sommato godibile. Una tendenza, rilevata in alcune opere pare essere quella dei corpi femminili martoriati, torturati, sezionati. Cominciando da Imprint, l’ultima fatica di quel folle, visionario, ma inclassificabile regista che risponde al nome di Miike Takashi: appena 63 minuti realizzati per la tv (ma rifiutati) per un horror che lo è solo teoricamente: siamo infatti più nell’ambito dell’orrido, di una sorta di “poesia” di esso. Non mette granché paura a un adulto, ma a tratti lo può sconvolgere indubbiamente. Non è certo impresa nuova, per l’autore di film come la trilogia di Dead or Alive, Audition (1999), Ichi the Killer (2001) o Izo (cfr., su questo film, il nostro resoconto sul cinema orientale da Venezia 61: “Il Far East di Venezia 61: desiderio e incomunicabilità tra astrazione visiva e riciclaggio dei materiali”), tanto per citare qualche titolo nella ormai sterminata filmografia del regista. Ma qui, in questa fiaba ultranera, ambientata in un mondo altro e indefinibile, il sadismo sui corpi femminili, tra feti (cancri) mostruosi e torture altrettanto mostruose, mostri nella testa ed “esseri umani” - mostruosi - alla deriva, raggiunge livelli davvero al limite del sopportabile. Il nichilismo è ormai radicale, forse definitivo. I mostri della storia, del passato storico (giapponese e occidentale rappresentato dal personaggio di Christopher) mai risolto, mai affrontato, sono cancri tali che c’è ormai posto soltanto per la bugia, per la manipolazione, come giustamente scrive Pier Maria Bocchi sul catalogo del Far East. Miike affronta temi nodali, tutti legati l’uno all’altro, come quello della vittoria definitiva del male, la sconfitta del concetto d’interrogazione del passato anche doloroso e scomodo in quanto strumento per costruire la speranza, la perdita della memoria (la sua rimozione ne è infatti un equivalente), intesa come valore per poter meglio pensare il futuro in quanto si è persa qualsiasi prospettiva riguardo a esso. ImprintDa qui, da questa constatazione, la rappresentazione “insostenibile”, per dirla sempre con Bocchi, di Miike Takashi. Non stupisce, quindi, che questo regista, così controverso ma certamente complesso e fecondo, sia finalmente oggetto di uno studio serio di taglio universitario, malgrado nel nostro paese sia ancora sconosciuto ai più. Il saggio collettivo Anime perdute. Il cinema di Miike Takashi (Il Castoro/Museo del cinema di Torino), diretto da Dario Tomasi, in collaborazione con l’associazione neo(N)eiga, presentato a Udine alla presenza dello stesso Miike, arriva quindi al momento giusto per far il punto della situazione.
Ma vi sono corpi femminili martoriati anche in altri due film horror visti a Udine, che hanno la particolarità di esser tratti dall’opera dello scrittore giapponese Edogawa Rampo, considerato una sorta di risposta a scrittori occidentali come Conan Doyle o Allan Poe. Entrambi hanno come regista un veterano del cinema giapponese, Jissoji Akio, anche se uno dei due solo parzialmente. Rampo noir è un film a episodi suggestivo ma diseguale, come spesso accade quando mani diverse concorrono a uno stesso progetto filmico, tentando di aderire a un progetto tematico unitario. A far da filo conduttore dei quattro episodi è l’attore principe di tanto cinema indipendente nipponico, Asano Tadanobu (Zatoichi di Kitano, Ichi the Killer di Miike, Vital di Tsukamoto, Café Lumière di Hou Hsiao-hsien, eccetera). Due di loro, Takeuchi Suguru (autore del primo episodio, il più breve, il più privo di narratività, suono assente, forse il più sperimentale anche se magari un po’ debitore dell’estetica New Age) e Kaneko Atsumi, sono due autori della generazione più giovane, mentre Sato Hisayasu e il già citato Jissoji Akio sono di una generazione decisamente più matura. Uno dei due episodi che ci è piaciuto di più è quello di Atsumi (l’ultimo), a tratti un po’ kitch-psichedelico, che ci conta una storia di dominazione in cui non è chiaro chi sia il mostro: Asano, infatti, qui interpreta due parti, dell’autista timido e dell’amante sadico di un attrice. Rampo NoirAncora una donna torturata, ancora un gioco di sottomissione, in questo film all’insegna della schizofrenia. Sottomissioni che tornano nell’episodio di Sato, l’altro nostro preferito: qui però è la donna la dominatrice, che tratta il marito tornato dalla guerra mutilato, senza più piedi, mani e lingua, ridotta a sorta di ameba: è sorprendente la sua crudeltà nel far uso di quest’essere informe e indifeso come giocattolo sessuale, o per torturarlo: l’atmosfera claustrofobica e appicicaticcia in cui si è immersi (solo alla fine si esce fuori tra le rocce) costringe lo spettatore a sentire in maniera ravvicinata la sofferenza, il terrore, il masochismo, il puzzo anche, di quell’uomo rimodellato in un verme dall’amore sadico di una donna. 
L’altro film tratto da Edogawa Rampo, Murder on D Street, è opera di Jissoji Akio: non male, quantomeno nella sua parte iniziale, si rivela via via più convenzionale (come, del resto, l’episodio girato dal regista in Rampo noir. Il gioco della metafora teatrale (il film è ambientato principalmente in luoghi chiusi), di un deus ex machina che muove i destini (rappresentato da quelle pedine che simboleggiano i vari personaggi in quello che è il quartiere di Dangozawa, rappresentato in miniatura, e la cui apparizione è utilizzata a mo’ di siparietto nei diversi momenti del film), la libreria dei libri usati (la memoria che essi racchiudono), il tema della copia, del falso e del vero nell’opera d’arte (ragazze legate dipinte da un artista sadomaso), la donna propensa al sesso perverso (ancora la dominazione): altrettanti temi ultra sfruttati ma qui concentrati assieme e che potevano dare per questa ragione qualcosa di originale fino alla fine. Ma a un certo punto tutto si stempera in un giallo tradizionale, malgrado la messa in scena seducente. Peccato.
VoiceHorror è anche quello di uno dei tre bei film che riguardano le adolescenti: il coreano Voice, di Choi Equan. “Cosa mi ha ucciso?”, recitava a proposito del film il programma del Far East. Questa indefinitezza della situazione in cui si trova la giovane Young-uhn di un liceo femminile pare la metafora del limbo dell’incertezza, dell’indefinito, in cui sembrano trovarsi tante (e tanti) adolescenti di oggi. Una sera una forza misteriosa la uccide mentre si esercita al canto. La mattina dopo si sveglia sempre nella scuola ma non ricorda bene, non gli pare di essere morta, malgrado gli altri non la vedano, anche se la sua migliore amica almeno la sente. Da quel momento inizia un’attesa, di una presa di coscienza, di un’assunzione di responsabilità, della proprio parte malvagia, dei propri atti: questo nella stilizzazione metafisica usata nel film. Nel reale, magari un’accettazione dell’età adulta. Voice, in realtà, è intriso dell’incertezza dell’età adolescenziale, che in filigrana è il vero tema del film, a cominciare dal difficile distinguo tra amicizia femminile molto stretta e amore lesbico. I personaggi sembrano avvolti - indimenticabile l’uso del canto vocale in tutto il film - da una malinconica solitudine: pur senza raggiungere quelle vette, l’opera fa pensare al nipponico Dark Water di
Nakata Hideo (quello di The Ring, se ci fosse bisogno di precisarlo), un capolavoro sulla solitudine degli esseri umani nel mondo contemporaneo.
Linda, Linda, LindaE visto che parlavano di Giappone, ecco Linda, Linda, Linda di Yamashita Nobuhiro, vincitore del terzo posto nel voto dato dal pubblico del festival. Davvero uno strano caso: un motivo musicale che più pop varietà non si può, di quelli simpatici ma che ti sfonderebbe la testa se i media ti ci dovessero bombardare, per una storia non poco sottile nel suo minimalismo dal punto di vista socio-psicologico. Nulla a che vedere con quello che, di solito, il cinema popolar-giovanilista dell’Estremo Oriente propone. Regia rigorosissima, asciutta, spesso con inquadrature fisse, dialoghi semplici, nel tentativo di rappresentare il quotidiano di adolescenti impegnate in un ardua impresa: la costituzione di una band rock, tentativo che sarà felicemente coronato dal successo anche grazie al motivo che dà il titolo al film. Se quest’ultimo è così giusto, così equilibrato nella sua alchimia, è grazie innanzitutto al lavoro di regia e di montaggio misurato che fa respirare le inquadrature, dando così una densità e una profondità che altrimenti la sceneggiatura, nell’insieme di qualità media malgrado alcuni momenti forti, non avrebbe. Un buon esempio teorico-pratico dell’importanza del regista.

Nana
, tratto dallo splendido omonimo manga di successo di Yazawa Ai (pubblicato anche da noi), è al contempo un ottimo film sugli adolescenti (le ragazze principalmente, ma non solo) e un adattamento realmente riuscito da un fumetto, cosa poi non così frequente. NanaQui, il regista Otani Kentaro mette in scena l’incontro tra due ragazze diversissime: di nuovo torna la labilità del confine tra amicizia e amore lesbico, di nuovo torna la band rock, ma il contesto è molto diverso. Una ragazza rockettara dark un po’ marginale al “sistema”, si lega d’amicizia con una ragazza che è il prototipo dell’integrazione al sistema medesimo. Ma c’è in lei una grande delicatezza, una grande levità, che, via via, finisce per rendere sempre più intensa, sempre più salda, l’amicizia tra le due. Si muove con sapienza il regista, e per due volte: cerca di restituire l’ambiente in cui si muovono le due nel fumetto originario, sceglie pochi esterni, ma quei pochi sempre notturni, sempre avvolti in un’atmosfera, una luce, altamente irreale, quasi fiabesca senza esser sciropposa, per non rischiare di sabotare la veridicità della storia e dei suoi personaggi. La seconda volta: le interazioni tra le due ragazze (e i loro ragazzi) sono raccontate con finezza, spesso con grande brio, ma sempre credibilmente. Difficile non fare un parallelo con uno dei migliori film indipendenti Usa degli ultimi anni: Ghost World di Terry Zwigoff, tratto dal fumetto omonimo di un altro grande del fumetto indipendente Usa, Daniel Clowes (che partecipò alla sceneggiatura). Stessa dialettica tra due adolescenti che si completano nella loro estrema diversità, anche fisica (con il lesbismo in meno, però), stessa indefinitezza sul proprio futuro, stessa dimensione irreale, vagamente onirica (ma con meno scene notturne). C’è da chiedersi perché questi tre film non abbiano distribuzione in Italia, soprattutto Nana (rispetto agli altri avrebbe i fan del fumetto a fare da tam tam al momento dell’uscita).
Film delicato è anche Always – Sunset on Third Street (vincitore del secondo posto tra il pubblico votante del Far East), anch’esso tratto da un manga di successo di Saigan Ryohei (la cui prima pubblicazione risale al 1973). Always – Sunset on Third StreetIl giovane regista, specialista di blockbuster fantascientifici nipponici, giunto al suo terzo film, realizza un’opera che potremmo definire un melodramma, sembra uno di quei filmoni per tutta la famiglia che si facevano un tempo. In questo senso il film di Yamazaki Takashi ha un indubbio fascino. Per la meticolosa ricostruzione d’epoca anzitutto, effettuata in studio (ma anche avvalendosi della computer grafica), del centro di una Tokyo del 1958. Dalla ricostruzione scenografica alla fotografia, passando per la sceneggiatura e il tono generale, il film è avvolto da un gusto retrò, da una nostalgia per qualcosa di irrimediabilmente perduto. Vale a dire di una città ancora per gli esseri umani, a misura d’uomo, abitata da gente semplice, forse anche, come si diceva, da un cinema che non si fa più: una cosa che ormai pare un lontano “altrove” appartenente al mondo del sogno, un altro mondo, anche cinematografico. Da qui il fascino del film, che racconta una storia d’altri tempi molto semplice: quella di una famiglia proprietaria di una piccola officina, del loro figlioletto un po’ troppo vivace, di una ragazza di campagna venuta ad abitare in quella famiglia, di un toccante venditore di dolciumi anche romanziere fallito e frustrato, divenuto autore di storie per ragazzi, di un ragazzo di strada che per un certo periodo verrà preso sotto il proprio tetto proprio dal venditore di dolci. Alternando con abilità momenti di allegria spensierata ad altri malinconici se non tristi, il film dall’inizio alla fine ha una machiavellica (ma tutto sommato sincera) capacità di muoversi in equilibrio tra il registro strappalacrime (ma senza mai scadervi del tutto) e quello lievemente umoristico (a tratti un po’ cartoon), una capacità a momenti degna di Spielberg.
The Glamorous Life of Sachiko HanaiCon il folle The Glamorous Life of Sachiko Hanai di Meike Mitsuru ci spostiamo nell’ambito di quel particolare genere cinematografico tutto giapponese che sono i pink movie, sorta di porno soft per anziani, ma che nei suoi migliori esempi finisce per divenire cinema underground che parla del reale in maniera distorta, per poterne dare una lettura veritiera o comunque con un’angolazione più originale. Ne viene fuori un incredibile susseguirsi di situazioni surreali, paradossali, ossessive in cui un’emanazione clonata del dito di George Bush (divertente ma anche angosciante) cerca di invadere le cosce della giovane protagonista Sachiko. Aiutando gli altri a liberarsi dalle loro frustrazioni sessuali grazie al proiettile al centro della fronte che provoca l’esplosione del suo quoziente d’intelligenza, si libera a sua volta delle proprie frustrazioni, di tutt’altro genere, cioè intellettuali: inizia così a divorare Kant, Sontag, Sartre, Chomsky (esilarante il tormentone su quest’ultimo, che dura lungo quasi tutto il film). Poi tutto finisce: nell’apocalisse nucleare.

Ski jumping pairs – Road to Torino
di Kobayashi Masaki, Mashima Richiro, è uno pseudodocumentario, sulla falsariga dello Zelig di Woody Allen, di analoghe opere di Rob Reiner, Peter Jackson. Qui si immagina la storia di due campioni di salto con gli sci a coppie, che riescono progressivamente ad affermare il loro sport fino a giungere a partecipare alle Olimpiadi di Torino 2006. Il tutto dà luogo a una serie di incredibili gag visive, di grande inventiva, assolutamente surreali. Parallelamente si segue il documentario che ricostruisce la loro storia. Questo genere ultimamente è tornato decisamente in auge, a Venezia 62 innumerevoli erano i film falsi documentari (The First On The Moon del russo Aleksey Fedortchenko) o che mischiavano fiction edocumentario (Good Night, and Good Luck di George Clooney, Mary di Abel Ferrara, The Wild Blue Yonder di Werner Herzog) . Qui c’è un’innovazione, l’uso dell’informatica e del digitale che, è il caso di dirlo, fa fare un bel salto al genere.
You and MeGiocattolone digitale è invece Shinobi di Shimoyama Ten. Sorta di wuxiapian alla giapponese (ricordo che le storie con spadaccini sono una specificità del cinema di Hong Kong), sembra una sorta di strana fusione tra wuxiapian classico, il film di supereroi alla X-Men (uno dei personaggi fa davvero pensare a Wolverine) e il videogioco. Mix poco digesto ma ludico.
Dal Giappone alla Cina. You and Me di Ma Liwen. È una regista al suo secondo film, e del primo,
Gone Is the One Who Held Me Dearest in the World (2002), già presentato a Udine nel 2003, ne avevamo parlato a suo tempo (vedi “Dalla Cina con amore: storie di donne nel cinema cinese contemporaneo”). Qui si ripropone un duo al femminile un poco simile, questa volta una ragazza e la propria nonna. Il film non è straziante né magniloquente come il precedente, ma al contrario abbastanza minimale tutto giocato com’è nel microcosmo del cortile della vecchia, che si rivela presto infernale. Venuta dalla provincia per studiare a Pechino, la giovane cerca alloggio dalla nonna. Lungo le stagioni - si comincia con l’inverno – si snoda il rapporto difficile con una vecchia persona che pare raggrinzita nell’animo quanto nel fisico. L’anziana donna abita in una delle ultime case antiche di Pechino, con il loro bel cortile in stile tradizionale. Tutto intorno la città (il mondo) si è evoluta. Lei no, probabilmente da questo cambiamento se ne sente respinta e lo respinge: il suo comportamento, il suo modo d’essere, ne è il rivelatore. You and MeÈ chiusa in se stessa, e le mura del cortile-microcosmo ne sembrano la metafora. La ragazza, che pare rappresentare la novità, non può che esserne respinta. Almeno inizialmente, perché pian piano dopo tante incomprensioni e dispetti, talvolta divertenti (per lo spettatore), tra le due sboccia l’affetto. Affetto che verrà poi rimpianto dalla giovane: notevole, nella sua estrema semplicità, l’inquadratura finale, che suggerisce in un attimo l’assenza struggente della vecchia. All’inizio, quasi si sospetta che il film sia una specie di commedia noir, un po’ come all’inizio del più recente film di Ning Ying (si veda la recensione del suo Perpetual Motion presentato a Venezia 62 e l’intervista) con cui You and Me presenta delle analogie (ma non siamo a quel livello), un film imperniato su una sorta di strega infernale. Ma a un dato momento diventano chiari i veri temi del film, l’indagine delle relazioni femminili, la rappresentazione del dramma della solitudine. Forse il film resta sempre su un livello di onesto film di maniera, con alcuni momenti forti, nella rappresentazione dei sentimenti. Nondimeno, la delicatezza dei toni, una certa sobrietà e purezza di regia gli danno il suo valore.
Dell’altro film cinese di rilievo presentato al Far East, Loach is Fish Too di Yang Yazhou, a metà strada tra il dramma intimistico e sociale, rimandiamo alla recensione e all’intervista rilasciata dall’autore a Cristina Costelli e Marco Dalla Gassa.
In un’edizione che ha visto il cinema di Hong Kong, fino a qualche tempo fa superpotenza cinematografica, particolarmente penalizzato, il solo film davvero degno di una menzione è parso Isabella di Pang Ho-cheung, regista fedelissimo del Far East, presente al festival per il terzo anno consecutivo.
Singing LovebirdsInfine, qualche parola sui musical della retrospettiva Asia canta!. Dobbiamo dire che un vecchio musical giapponese (del 1939), ovviamente in bianco e nero, come Singing Lovebirds di Makino Masahiro, ci ha incantato: questa storiella del samurai cantante è talmente lieve e gioiosa, il refrain del motivo dominante talmente contagioso, che viene da chiedersi se film popolari così semplici e così baciati dalla grazia si sappiano ancor fare, ovviamente aggiornati ai tempi. Tra i molti riproposti di Inoue Umetsugu, un maestro nipponico del genere, segnaliamo The Guy Who Started a Storm (1957), storia delle disavventure di un batterista e bella fusione tra i topoi del personaggio del film di gangster, o comunque del teppista di strada, contraddittorio e portato alle scazzottate ma qui rielaborato in una variante musicale (quella del batterista, appunto) dal buon ritmo, in tutti i sensi. E Hong Kong Nocturne (1967), ottima fusione tra il musical e la commedia hollywoodiana. Ambedue i film sono a colori.
Per concludere non possiamo non segnalare un capolavoro assoluto: The Wild, Wild Rose (1960) di Wang Tianlin. The Wild, Wild RoseDa Hong Kong giunge questa strana fusione tra melodramma, noir e musical: girato in un bianco e nero di incredibile densità, più procede e più acquisisce in intensità. Questa storia di amour fou, amori impossibili o contrariati, nella più pura tradizione romantica, tra un bravo ragazzo e una cantante di night club, non ha tra le sue qualità soltanto l’ottima recitazione generale, una regia e fotografia raffinata, una sceneggiatura sapiente, ma ha soprattutto lei, la protagonista, la cantante-ballerina Grace Chang: una presenza scenica incredibile, una donna (felina) asiatica che riesce a essere credibile anche quando balla la musica sudamericana, in vera e propria simbiosi con il film e il suo personaggio, fiero animale da scena dal dolore interiorizzato.

(22/05/2006)