Far
East Film Festival 8. Intervista
a Meike Mitsuru
di Paola Galgani
frameonline - Come nasce l’idea
di
The Glamorous Life of Sachiko Hanai, in cui la satira politica è
inserita nelle forme di un pink-movie?
meike mitsuru – All’inizio volevo
fare semplicemente un pink, ma lo sceneggiatore era un patito di spy-story; da
lui è nata l’idea dell’intrigo con la spia sud-coreana, e poi durante la
lavorazione sono venuti fuori i dialoghi su Chomsky e Susan Sontag. Tutti gli
elementi satirici in realtà non sono nati come provocazione, perché questo
avrebbe snaturato la caratteristica del pink, che sono semplici film erotici in
cui si può inserire ciò si vuole purché siano presenti scene di sesso almeno
ogni dieci minuti. Questo, paradossalmente, dà all’autore grande autonomia e il
via libera per ogni tipo di sperimentazione: quale altro produttore mi avrebbe
permesso di parlare di Bush, e in questo modo? L’idea di infilare Bush nella
storia mi sembrava al passo coi tempi, perché lui è un’icona moderna. Anche lo
sceneggiatore non aveva intenzione di esprimere idee politiche, ma piuttosto di
proporre un film che fosse un mix di cose contemporanee, fare qualcosa di
divertente e spensierato.
f. - Dunque lo ritiene un film
politico o no?
m.m. - No, io lo ritengo
semplicemente un pink. La politica giapponese è subordinata a quella americana,
e io non ho voluto usare il pink come veicolo politico, ma solo ritrarre una
realtà, un fatto che fa parte della nostra cultura.
f. - Era consapevole di fare un
film comico?
m.m. - Direi di no!
f. - A quale target avete
pensato lei e lo sceneggiatore quando avete iniziato a lavorare a questo film? È
un film per i giapponesi?
m.m. - Sì, è nato per gli
spettatori giapponesi, in quanto abbiamo pensato semplicemente al pubblico medio
dei pink. Lo dimostra che in origine il film doveva avere la lunghezza di 60
minuti, che è il tempo medio di un pink, poi è stato allungato fino a 90 minuti,
e solo allora è stato distribuito nei cinema.
f. - Come funziona la
diffusione dei pink-movies in Giappone?
m.m. - Un po’ come per i b-movie
italiani: oggi il fenomeno sta diminuendo, ma c’è un rinnovato interesse dei
giovani che hanno trasformato il genere in un cult. Negli anni d’oro se ne
producevano 200 l’anno, ora solo 80. Io li ho sempre amati, tanto che ho
organizzato una rassegna e ho vinto dei premi come migliore autore di pink.
f. - Ha iniziato a realizzare i
pink per amore del genere?
m.m. - Sì, ma anche perché hanno
un basso costo di produzione e quando ero studente avevo bisogno di guadagnare.
In più era un modo per fare i film che volevo.
f. - Che succede quando si
proietta un film come The Glamorous Life of Sachiko Hanai in un cinema
che solitamente offre pink tradizionali? Provocare è forse l’unico modo di
attirare l’attenzione del pubblico verso la politica?
m.m. - Questo è semplicemente un
pink, è slegato dalla politica, anche se è un tipo di protesta. È un film molto
libero e anche molto personale, mentre se avessi voluto fare un film politico
non avrei mai trovato un produttore disponibile in Giappone.
f. - Come mai uno dei
personaggi è proprio il dito di Bush?
m.m. - Perché era più facile che
introdurre Bush in persona.
f. - Se ci fosse stato il
premier Koizumi al posto di Bush sarebbe stato lo stesso?
m.m. - No, perché Bush è un’icona
ben riconoscibile: i giapponesi non parlano mai di politica e la figura di
Koizumi non sarebbe interessata a nessuno. Sarebbe stata una critica al capo, ma
anche a chi sta sotto di lui, i giapponesi, e a tutti quelli che l’hanno votato.
Quando gli Stati Uniti attaccarono l’Iraq è stato un vero shock per i giapponesi
e ci tenevo a fare qualcosa anche io per esprimere la mia opinione, anche se in
modo indiretto come attraverso un film.
f. - Anche il suo prossimo film
tratterà di politica?
m.m. - No, sto già lavorando a una
love story, ma sempre, naturalmente, inserita in un pink.
(26/04/2006)