Asia
canta! I “musical” orientali al FEFF 8
di Fabrizio Colamartino
I siparietti musicali nel recente
Il gusto
dell’anguria di Tsai Ming-liang (ma anche quelli
altrettanto godibili del precedente The Hole), la splendida – e solo
apparentemente dissonante – colonna sonora di In the Mood for Love e del
più recente
2046 di
Wong Kar-wai sono soltanto alcuni dei moltissimi esempi dell’importanza
della musica nel cinema dell’Estremo Oriente, al punto che, anche il titolo
scelto per la retrospettiva organizzata quest’anno da Roger Garcia per il
Far East Film Festival – “Asia canta! Panorama del musical asiatico” – può
apparire riduttivo e fuorviante, almeno per chi voglia prenderlo alla lettera,
fidando su categorie storico-critiche formatesi in Occidente, a Hollywood tra
gli anni Trenta e i primi anni Sessanta.
La vasta panoramica proposta dal festival ha spaziato, come di consueto,
principalmente tra le produzioni nazionali di Cina, Hong Kong e Giappone, e ha
offerto l’occasione di confrontarsi con i generi più diversi, dal musical vero e
proprio, all’opera rivoluzionaria, dal film di ambientazione musicale a veri e
propri “musicarelli” (più o meno contemporanei agli omologhi italiani con
Rita Pavone e Gianni Morandi), mostrando quanto vivace sia stata in
Estremo Oriente la produzione di genere anche in questo campo, oltre che in
quelli più “classici” e ampiamente sviscerati nel corso dell’ultimo decennio,
come il wuxiapian, il mélo, il kung fu, eccetera.
È chiaro che stiamo parlando di un panorama quanto mai esteso sia nello spazio
(non solo quelle di Cina, Giappone e Hong Kong le cinematografie rappresentate,
ma anche, sia pur con un solo film ciascuna, Taiwan, Thailandia, Corea e
Filippine) sia nel tempo, che va dagli anni Trenta agli anni Settanta e che
comprende i fasti neoconsumistici dei musical hongkonghesi, la celebrazione
della rivoluzione proletaria nei film rivoluzionari cinesi, la contraddittoria
rinascita economica del Giappone all’indomani della seconda guerra mondiale.
Forse anche per questo, i punti di riferimento adottati non solo dal pubblico
durante il festival ma anche dagli autori del catalogo per orientare
criticamente la visione dei film sono stati spesso quelli canonizzati in base
alla produzione statunitense di musical: è stato quasi impossibile prescindere
da questo genere, dalle varie fasi che ha attraversato nel corso dei decenni e
dai riferimenti coreografico-musicali che restano tuttora vividi nella memoria
di ogni spettatore, anche del più distratto. Ciò anche perché, inevitabilmente,
tutte le produzioni (in particolar modo quelle hongkonghesi) spesso non hanno
fatto altro che rielaborare, in maniera sempre originale, a volte davvero
geniale, strutture narrative, coreografie, musiche e un intero patrimonio
iconografico stratificatosi nel corso del tempo grazie alla diffusione
planetaria dei grandi musical statunitensi.
Giappone
Se è vero, come afferma Roberto
Campari nella voce “musical” (Dizionario universale del cinema a cura
di Fernaldo Di Giammatteo), che “il musical compendia il tema
primario della commedia (amore conquistato) e dell’avventuroso (successo
conquistato)”, in quasi tutti i film giapponesi visti nel corso della rassegna
questi due temi entrano in conflitto, innestandosi su un retroterra culturale
legato a una visione estremamente conservatrice che ritiene inconciliabili
ambizioni professionali e vita sentimentale o, alternativamente, i valori della
tradizione familiare scontrarsi con gli stimoli prepotenti della nuova società
influenzata dall’Occidente. È un’altra faccia di quel Giappone che nel secondo
dopoguerra doveva fare i conti con i frutti dell’occupazione statunitense,
trovando un compromesso tra la propria identità – spesso ancora legata a codici
pericolosamente antidemocratici e oscurantisti – e una modernità che rischiava
di annullarne la natura originaria. Non è un caso che i titoli di testa di quasi
tutti i film giapponesi visti a Udine scorrano su quelli che in Arashi o Yobu
Otoko / The Guy Who Started a Storm vengono chiamati i “fiori al neon”,
paesaggi urbani costellati dalle insegne luminose di locali notturni dai nomi
esotici (naturalmente per Tokyo o Hong Kong) come “Montecarlo”, “Pigalle”,
eccetera. Sono i segni più vistosi della modernità incipiente, ma non gli unici:
le storie narrate contrappongono quasi sempre – secondo uno schema ancora
mutuato dal musical classico – un personaggio goffo, ingenuo, rozzo, proveniente
dai quartieri più poveri, se non addirittura dalle campagne, naturalmente dotato
di doti canore (o sportive, come nel caso di The Winner, nel quale il
protagonista è un pugile) straordinarie ma inespresse, confrontarsi con un mondo
che ha le sue regole e i suoi padroni, quasi sempre spietati. Il caso e la
fortuna quasi sempre corrono in aiuto di questi sprovveduti disponendo di
affiancare loro delle figure che conoscono le regole del gioco e che sanno
guidarli attraverso innumerevoli peripezie e ostacoli verso il successo.
A volte, proprio come accade in The Guy Who Started a Storm, il dato
interessante è che la figura–guida è una donna, di solito bella e molto ben
introdotta nel mondo dello spettacolo. Non è un fatto da poco in una società
come quella giapponese che alla donna riservava un ruolo subalterno, raramente
indipendente da un uomo. In questo film di Inoue Umetsugu, invece,
Kitahara Mie interpreta con decisione una manager di successo che si
destreggia abilmente tra i gestori dei locali di Ginza (il quartiere di Tokyo
che, durante gli anni Sessanta, fu lo scenario della diffusione del jazz e delle
tendenze occidentali in Giappone) e i gruppi di musicisti, ovviamente jazz, per
i quali gestisce gli ingaggi. Così, se il giovane batterista ribelle Kokubu
(interpretato da Ishihara Yujiro che, grazie a questo film, diventò una
vera e propria icona per le giovani generazioni di “scapestrati” che ambivano a
una vita in tutto e per tutto occidentale) deve vedersela con gli anatemi della
vecchia madre a causa della sua condotta dissoluta e per aver traviato il
fratello (che in realtà studia da compositore e direttore d’orchestra al
conservatorio), la sua manager vive una vita tanto indipendente da potersi
permettere di ospitare lo stesso Kokubu nella sua casa in stile occidentale, di
concederglisi, ma anche di tenere testa alle sue intemperanze. Dal punto di
vista musicale il film è uno dei più interessanti dato che basa la sua
attrattiva quasi interamente sul ritmo frenetico degli assolo di batteria di
Kokubu e del suo rivale, spalleggiato dalla mafia e da un critico prezzolato
dall’aria viscida. Ovviamente, tutto finisce per il meglio con entrambi i
fratelli baciati dal successo e benedetti dalla madre che, di fronte alla
bravura del minore dei due, osannato per una sua composizione eseguita dalla
filarmonica di Tokyo, perdonerà anche il maggiore – il batterista spavaldo –
destinato a impalmare la giovane e bella manager dopo che la coppia era stata
vittima di una serie di malintesi. Il film, prodotto dalla Nikkatsu (la
compagnia di produzione a cui la scorsa edizione del Far East ha dedicato la
retrospettiva incentrata sui film d’azione), ha risvolti noir che ben si
coniugano con l’atmosfera di The Guy Who Started a Storm, prevalentemente
ambientato in nightclub o bar dai nomi evocativi come Asphalt e popolato da
figure femminili più in linea con la tradizione (sia del genere, sia nazionale),
delle femme fatale sempre capaci di rispondere a tono alle avance del
bullo di turno o di intenerirsi e sottomettersi di fronte a un “vero uomo”.
Una struttura simile a The Guy who Started a Storm sostiene l’altro dei
sei film scelti per la piccola retrospettiva su Inoue Umetsugu (che comprende
anche The Performers, Hong Kong Nocturne, Tokio Cinderella Girl
e The Eagle and the Hawke), ovvero Shourisha / The Winner. Se il
titolo ribadisce la centralità del successo all’interno della fabula (e della
struttura sociale giapponese), qui la figura-guida è un maschio adulto, ex
pugile e proprietario di un night, che riconosce in un giovane boxeur dilettante
lo stesso talento e le medesime caratteristiche di combattimento di se stesso da
giovane: ciò, naturalmente, lo convince a diventarne il manager e a portarlo
attraverso il sacrificio al successo. I due uomini incroceranno sulla loro
strada una giovane e sprovveduta aspirante ballerina classica che farà perdere
la testa al ragazzo e si innamorerà dell’uomo, peraltro già impegnato con una
matura imprenditrice. Se la ballerina rientra nel modello della ragazzina che si
innamora del suo Pigmalione, salvo poi accorgersi che il sentimento provato è
una forma estrema di riconoscenza e d’idealizzazione, la seconda figura
femminile risulta davvero moderna ed emancipata, capace di sottrarsi agli
stereotipi della donna gelosa e frettolosa di accasarsi. Ispirato a Scarpette
rosse (1948) di Michael Powell ed Emeric Pressburger, The
Winner è interpretato ancora da Ishihara Yujiro, che qui conferma il ruolo
di duro dal cuore tenero, scapestrato e sbruffone ma onesto e leale. Rispetto a
The Guy who Started a Storm, The Winner ha una struttura più
complessa, una serie di personaggi più tormentati, situazioni maggiormente
credibili, pur attraverso la consueta alternanza tra commedia e melodramma
tipica di tutto il cinema estremo orientale.
Se questi due film più che essere dei veri musical erano pellicole di
ambientazione musicale (le parti cantate e suonate sono quelle dei brani
eseguiti dalle band nei locali notturni, dunque diegetiche e improntate al più
assoluto realismo), diverso è il caso degli altri tre della personale di Inoue
Umetsugu, che dal vero e proprio musical prendono non solo ritmi, sonorità,
personaggi e situazioni, ma anche la struttura del racconto, che si articola
attraverso un’alternanza di parti recitate e narrative con parti cantate e
digressivo/riflessive. Washi to Taka / The Eagle and the Hawke è
originale per l’ambientazione en plein aire (una vera rarità per un
c
inema prevalentemente d’interni e concepito in studio), ovvero su una nave
cargo popolata da una ciurma sgangherata e fracassona che, con la sua comicità
sguaiata, fa da contraltare alla linea narrativa principale, quella di un
thriller che vede il figlio del comandante, assassinato in circostanze
misteriose da uno dei componenti dell’equipaggio, decidere di imbarcarsi per
smascherare l’omicida. Naturalmente, a complicare questa trama (francamente
troppo scontata e lineare per i gusti del pubblico orientale) si innesta anche
una linea sentimentale che vede la figlia dell’attuale comandante della nave
(imbarcatasi all’insaputa del padre) contesa tra il protagonista e il primo
ufficiale. Il film, girato da Inoue nel 1957 come i due precedenti, è
interpretato ancora da Ishihara Yujiro che, come sempre, incarna il tipo del
duro e ribelle dal cuore tenero che si contrappone (idealmente e fisicamente)
alla figura del primo ufficiale, un giovane compito, rappresentante dell’ordine
e della disciplina a bordo. The Eagle and the Hawke, come accennato, si
giova di una luminosità pressoché inedita nel panorama di film visti in
rassegna e fa pensare un po’ alle pellicole interpretate più o meno nella stessa
epoca, ma negli Usa, da Elvis Presley: l’ambientazione marinara ed
“esotica” ha anche la funzione di creare un contrasto forte tra il mondo
sottocoperta, occupato dalla ciurma chiassosa e grottesca che crea continui
pretesti comici favorita dagli spazi esigui, e il ponte luminoso, cornice
privilegiata dei gorgheggi amorosi degli innamorati di turno e dei duelli al
coltello tra il protagonista e i vari sospetti.
Hong Kong
È ancora la figura di Inoue Umetsugu ad
aiutarci nel passaggio dal Giappone a Hong Kong e a quella che, probabilmente, è
stata una delle chicche del festival, un film che, al di là dell’interesse
storico e sociale, è anche uno dei più originali nel suo genere. Xiang Jiang
Hua Yue Ye / Hong Kong Nocturne (1967) – storia delle vicissitudini
di una famiglia composta da padre illusionista e tre figlie ballerine-cantanti
che si esibiscono in locali notturni – è il più interessante dei molti film (ben
diciassette) che Inoue girò tra anni Cinquanta e Sessanta per Run Run Shaw,
il mitico produttore hongkonghese che trasformò la colonia britannica nella
mecca del cinema con gli occhi a mandorla. Nel corso della sua conversazione
pubblica con Mark Shilling Inoue, ospite d’onore del Far East, ha
rievocato i suoi ricordi di quei tempi, ammettendo che la ragione principale per
cui venne chiamato da Shaw a lavorare a Hong Kong fu la sua proverbiale rapidità
nel girare: all’apice della carriera il regista arrivò a dirigere addirittura
cinque film all’anno. Infatti, la lavorazione di Hong Kong Nocturne, vero
e proprio feuilleton della durata di più di due ore, durò meno di tre
mesi, un vero e proprio record considerando che Inoue lavorò con attori e
collaboratori che parlavano esclusivamente in cantonese, cosa che richiedeva
spesso la presenza di ben due interpreti: uno che traducesse dal giapponese al
mandarino e un altro dal mandarino al cantonese, e viceversa. Shaw fu
impressionato soprattutto per l’alta qualità (definita “occidentale”) e per
l’insistere del regista di far interpretare molti dei ruoli ad attori non ancora
affermati. Nei ruoli principali riconosciamo Lily Ho, già vista al Far
East nel 2004 in Intimate Confessions of a Chinese Courtesan (1971) di
Chor
Yuen (film sensazionale per l’epoca per l’ardito mix di
wuxiapian e dramma storico con scene erotiche – sia eterosessuali sia
lesbiche - e violenza a profusione) e la splendida Cheng Pei-pei, nota
anche al pubblico occidentale meno esperto di cinema orientale per la sua
straordinaria interpretazione
di Volpe di giada in La tigre e il dragone
di
Ang Lee,
anche se è impossibile non ricordarla, ad esempio, per il ruolo da protagonista
in Come Drink with Me, un capolavoro del genere wuxiapian
firmato da King Hu. La trasferta hongkonghese sembra – almeno dai pochi
elementi che abbiamo per giudicare la sterminata filmografia di questo regista –
giovare a Inoue soprattutto dal punto di vista della libertà creativa e
dell’affrancamento dai canoni del realismo. Specie nella prima parte, quella più
leggera e anche più varia, con le tre protagoniste non ancora coinvolte in
storie sentimentali e vicende familiari drammatiche, le invenzioni visive si
susseguono vorticose: mirabile, ad esempio il sogno da seduttrice di una delle
tre sorelle che si immagina, complici le maliziose trasparenze di veli e
tendaggi, a bagno in una monumentale vasca piena di schiuma. Il resto del film,
ricco di colpi di scena tragicomici, ha uno schema più volte incontrato nel
corso della rassegna, quello del backstage drama (mutuato anch’esso dal
musical hollywoodiano), ovvero la narrazione delle vicissitudini di una
compagnia che deve mettere in piedi uno spettacolo all’insegna del motto “the
show must go on”, ancora più calzante in un contesto come quello
estremo-orientale in cui successo e sentimenti quasi mai vanno d’accordo.
Un altro grande protagonista del musical made in Hong Kong è Wang Tianlin,
regista a cui va il merito di aver introdotto nell’allora colonia inglese il
genere del film cantato in mandarino con un’altra delle
pellicole più importanti
passate a Udine: Tao Hua Jiang / Songs of the Peach Blossom River (1955).
Si tratta di quello che gli esperti definiscono “musical integrato”, ovvero un
genere nel quale i brani musicali non sono parti a sé stanti, bensì influenzano
la caratterizzazione e il plot narrativo in maniera determinante (situazioni e
dialoghi, insomma, “proseguono” nelle parti musicali). Si tratta dell’ennesima
conferma di come, nell’immediato dopoguerra, l’industria di Hong Kong si sia
letteralmente nutrita della migrazione di professionisti e maestranze dagli
studi di Shanghai sotto la spinta della rivoluzione comunista che rendeva sempre
più rigide le norme a cui era necessario attenersi per poter produrre un film. È
un fenomeno che potremmo paragonare (fatte le debite differenze) a quello della
migrazione durante gli anni Trenta dei più grandi talenti cinematografici
dell’Europa centrale negli Stati Uniti sotto la spinta della dittatura nazista.
Songs of the Peach Blossom River è un film dalla doppia anima: la prima
parte, ambientata tutta in campagna, è un idillio nei campi che vede
protagonista una spensierata e ingenua contadina dalla voce melodiosa; la
seconda, invece, narra il passaggio dalla campagna alla città della ragazza
(interpretata da Zhong Qing, una delle più celebri interpreti di film
musicali, qui al suo esordio) che, non senza difficoltà, riuscirà a imporsi come
stella canora. Il film, come suggerisce Wang Tianlin nella bella intervista
rilasciata a Tim Youngs e Carol Liu per il volume monografico
sulla rassegna, ebbe successo clamoroso perché, in fondo, parlava
metaforicamente dei problemi di integrazione dei moltissimi cinesi emigrati
dalla Cina – spesso proprio dalle campagne – a Hong Kong nel dopoguerra. Il
medesimo sentimento di perdita e al tempo stesso di novità era alla base di
In the Mood for Love di Wong Kar-wai che, come dichiarato più volte
dal regista, è un omaggio nostalgico e affettuoso alla comunità shanghaiese
stabilitasi a Hong Kong nel corso degli anni Cinquanta, a cui lui stesso e sua
madre appartenevano.
Ma Wang Tianlin merita di essere ricordato soprattutto per quello che
Francesco Boille in
“Far East
8: primeggia il Giappone in un’edizione
transitoria”
definisce come un vero e proprio capolavoro, Ye Mei Gui Zhi Lian / The Wild,
Wild Rose (1960), un film straordinario sotto tutti i punti di vista, un
piccolo cult-movie per alcuni registi asiatici, per Tsai Ming-liang in
particolare che così descrive il fascino esercitato all’epoca da questo genere
di pellicole: “La gente adorava i musical ridondanti come It’s Always Spring,
Because of Her e The Wild, Wild Rose. Solo negli anni Novanta
hanno incominciato a circolare a Taipei i vhs di The Wild, Wild Rose;
avevo dimenticato completamente il film, figuriamoci il nome del regista;
ricordavo solo le canzoni: di queste, a parte Unspeakable Pleasures, la
più affascinante era Carmen. Come potevo sapere all’epoca che si trattava
di un’aria tratta dall’opera omonima di Bizet? […] Per tutta la mia vita
non dimenticherò mai […] Grace Chang che canta Unspeakable Pleasures
con traboccante entusiasmo (per l’articolo completo rimandiamo alla pagina del
sito internet del Festival des Trois Continents:
http://www.3continents.com/f3c2005/eng_cathay.html). Tsai non ha perso
l’occasione di omaggiare l’oggetto di tanta ammirazione proprio in The Hole,
uno dei suoi film più celebri, riattualizzando le performance di Grace
Chang attraverso una serie di coreografie ispirate ai musical anni Cinquanta e
Sessanta da lei interpretati e utilizzando come colonna sonora proprio le sue
canzoni originali. Tornando a The Wild, Wild Rose, è necessario anzitutto
sottolineare la straordinaria qualità del lavoro nel suo complesso: tutto, dalle
interpretazioni alla sceneggiatura, dalla fotografia alle scenografie, dal
montaggio alle musiche è curato a un livello difficile da incontrare nella media
dei film di questo genere visti a Udine. La storia, certo, essendo ispirata alla
Carmen poggia su basi solide e, tuttavia, il
racconto si struttura in
maniera originale su un’alternanza tra dentro e fuori, interni ed esterni,
camerini e palcoscenico che allude alla sostanziale falsità delle apparenze, le
stesse che celeranno per buona parte del film la protagonista sotto le spoglie
della maliarda senza farne intuire la reale indole positiva. La storia è
semplice: Teng Sze-chia, affermata cantante di night-club, seduce per scommessa
Liang Hanhua, un ingenuo pianista fidanzato con una “ragazza onesta” e destinato
all’insegnamento in una scuola di musica. A causa dei propri trascorsi, Teng
trascina nel fango Liang che, innamorato perdutamente, lascia madre e fidanzata
per vivere con lei. Imprigionato per un furto commesso da altri, all’uscita di
prigione Liang troverà ad aspettarlo Teng che, innamorata perdutamente di lui,
tenta di convincerlo a riprendere la retta via, ma inutilmente. Preda dell’alcol
e ormai privo di qualsiasi dignità, Liang costringe Teng ad abbandonare il suo
lavoro di ballerina e cantante (ottenuto grazie all’intervento di una vecchia
amica) per sprofondare in un abisso di perdizione. Ormai folle, dopo essere
tornato dalla madre e dalla ex fidanzata per un ultimo saluto, Liang uccide Teng
nel suo camerino dopo averla sentita cantare per l’ultima volta proprio la
canzone ispirata alla Carmen, quella con cui la donna anni prima l’aveva
sedotto. Non si può che concordare con Tsai quando afferma che la forza scenica
di Grace Chang, ancora oggi, è semplicemente straordinaria, anche perché
valorizzata da una serie di coreografie concepite dallo stesso Wang Tianlin e
dagli adattamenti melodici del musicista giapponese Hattori Ryoichi.
Lo “zampino” di Wang Tianlin e di Grace Chang è anche in un altro dei film
citati da Tsai Ming-liang nell’articolo poc’anzi citato, ovvero Jiao Wo Ru He
Bu Xiang Ta / Because of Her (1963), diretto da Wang insieme a Yi Wen:
si tratta proprio di un melodramma flamboyant, eccessivo in tutto. Sembra
scritta da Douglas Sirk la storia di Li Mei-shin, giovane e ingenua
cantante lasciata incinta da un altrettanto giovane collega, che incontra sulla
sua strada un maturo manager talmente irreprensibile da decidere di sposarla per
coprire lo scandalo, e di vivere con lei un rapporto platonico. Rassegnata a
recitare nella vita soltanto il ruolo di madre attenta e di
moglie casta, Li Mei-shin dovrà prima tornare a calcare le scene per salvare dalla bancarotta il
marito e poi ritrovarsi accanto come musicista della compagnia il collega che
l’aveva abbandonata. Malgrado un finale a dir poco improbabile, il film
ripresenta quel conflitto tra successo e sentimenti incontrato nelle pellicole
giapponesi di Inoue, complicandolo, tuttavia, con un tema, quello del rispetto
delle apparenze sociali, che, tutt’altro che estraneo alla cultura orientale,
qui viene trattato con un piglio decisamente moderno, ovvero consegnando, ancora
una volta, al personaggio femminile un ruolo decisivo. Il film si giova di una
splendida sequenza di quindici canzoni e balletti sullo sfondo di scenografie
esotiche che rappresentano i più diversi angoli della Terra, e si distingue da
tutti gli altri per una cupezza di personaggi e situazioni che stride con le
note squillanti della fotografia (era, infatti, il primo film a colori della
casa di produzione MP&GI).
Ancora a un’interpretazione di Grace Chang si deve, infine, Man Bo Nu Lang / Mambo Girl
(1957) che ha come merito principale quello di aver aperto la strada
all’introduzione nel musical di melodie e ritmi diversi da quelli tradizionali
(il mambo o qualcosa di molto vicino al rock and roll), cambiando per sempre il
genere. Come sottolinea giustamente Simon Ko nel catalogo della rassegna
non è difficile leggere nella storia della protagonista, figlia adottata che
fugge di casa per cercare la vera madre e che, una volta vista l’impossibilità
di un ricongiungimento, fa ritorno agli agi della famiglia adottiva, una
metafora dei transfughi cinesi costretti ad accettare l’“adozione” da parte
della ricca Hong Kong.
Cina
In Cina, negli stessi anni, non mancavano
i “musical”, anche se è davvero fuorviante indicare con questo termine i tre
film della Repubblica Popolare presentati nel corso della rassegna. Molto più
aderente al concetto è, ad esempio, Dong Fang Hong / L’Oriente è rosso
(1965) di Wang Ping, fusione dei musical hollywoodiani di Busby
Berkley e delle parate/spettacolo sovietiche degli anni Trenta. Anche
questi sono film di propaganda, ma decisamente più narrativi e meno
spettacolari: narrano le gesta dell’esercito popolare oppure sono opere in
costume, ambientate in un passato mitico o ispirati a leggende e,
preferibilmente, tra le minoranze etniche bisognose, specie nel corso degli anni
Sessanta, di essere coinvolte nel processo rivoluzionario.
Hong Hu Chi Wei Du / Red Guards of Lake Hong
(1961) di Xie Tian, Cheng
Fangqian e Xu Feng è il classico film rivoluzionario, ambientato
negli anni Trenta, che narra le gesta di un reparto militare comunista contro le
truppe del Kuomintang attraverso azioni di guerriglia, aiutato dalla popolazione
locale. La protagonista è Han, una giovane stratega che decide di consegnarsi al
suo nemico, l’infido proprietario terriero Peng, quando, in seguito a un’azione
di disturbo particolarmente riuscita, questi decide di prendere in ostaggio la
popolazione di un villaggio. Rinchiusa in cella, la donna incontrerà la madre e,
nel corso di una lunghissima sequenza cantata, la indottrinerà sulla necessità
della rivoluzione. Han riuscirà a evadere e, dopo una serie di peripezie, a
guidare verso la riscossa le sue truppe, che potranno liberare il villaggio sul
lago Hong. Si tratta, evidentemente, di uno dei prototipi per quelle che, poco
più di un decennio dopo verranno indicate come yang ban xi, le “opere
modello”, una decina di melodrammi esemplari animati da canti e danze, gli unici
autorizzati a circolare nelle sale cinematografiche o rappresentati in teatro. A
parte le scene girate in ambienti naturali, molte sequenze (in particolare
quelle nella casa del perfido Peng e nella prigione) riportano alla memoria
Jiang Jie, lo straordinario film di Zhang Yuan passato al
Far East 6, ricostruzione fedelissima di
uno di quei film girati durante la rivoluzione culturale. Mancano, è vero, i
colori sgargianti, le danze acrobatiche e la gestualità esasperata delle “opere
modello” (mutuati dai rivoluzionari direttamente dalla tradizione dell’Opera di
Pechino), ma le scene notturne en plein aire, in cui i soldati e
il popolo cantano uniti per sostenere Han prigioniera, sono animate da un
respiro epico di rara intensità.
Un discorso a sé meritano, infine, A Shi Ma / Ashima (1964) di Li
Qiong e Liu San Jie / Third Sister Liu (1961) di Su Li,
due esempi di film sulle minoranze etniche. Un vero e proprio genere, risalente
agli anni Trenta, che negli anni della lotta antigiapponese e ancor più
all’indomani della liberazione conobbe una vera e propria fioritura. L’intento
era, ovviamente, di diffondere il più possibile in un paese sconfinato una
coscienza nazionale, divulgando usi, costumi e leggende appartenenti a
popolazioni che abitavano regioni sperdute o montuose praticamente
irraggiungibili. Un ruolo fondamentale, all’interno delle storie (in Third
Sister Liu, in particolare), lo svolgeva ovviamente l’Esercito di
liberazione in quanto simbolo di unione di tutti i popoli sotto i valori
universali del comunismo.
Third Sister Liu, tratto
proprio da uno spettacolo teatrale tipico del Guangxi, è ispirato a una leggenda
diffusa in molte provincie, presso diverse minoranze e riassume un po’ tutte le
varianti della fiaba. La Terza sorella Liu, cantastorie ribelle celebre per le
sue melodie che esortano la popolazione a rivoltarsi contro i feudatari
(l’ambientazione storica è durante la dinastia Tang) è perseguitata da un
proprietario terriero che, per ostacolarla, decide di proibire il canto in tutta
la regione. Malgrado tutto, Niu (questo il nome della Terza sorella) riesce a
organizzare una gara di canto in cui lei e gli altri contadini sfidano il
padrone e gli intellettuali che lo spalleggiano. Naturalmente, la sfida viene
vinta da Niu che riesce a battere la prosopopea canora dei ricchi con spiritose
arie ispirate alla tradizione popolare. Girato on location tra gli
splendidi paesaggi di Guilin nel Guangxi, il film ha la particolarità di essere
stato il primo girato con il contributo dei tecnici dei neonati studi del
Guangxi, quelli che vedranno nascere circa venticinque anni più tardi la Quinta
generazione. Un contributo, quello locale, che ha influito non poco sulla
fattura della pellicola: le autorità, infatti, chiesero – e ottennero - che a
interpretare i ruoli principali fossero anche attori locali e che venissero
rispettati molti altri elementi originali, dai costumi alle acconciature, alle
melodie tipiche di quei luoghi. Il risultato è un’opera incredibile per la
luminosità che dà ancora più risalto ai personaggi e alle vicende mitiche di Niu,
una combattente rivoluzionaria capace di usare l’intelligenza e la sua voce
melodiosa per sconfiggere l’oppressore.
Del tutto diverso è, invece, Ashima, sorprendente, ma per altri elementi:
si tratta di una “fantasmagoria di cartapesta”, dato che a differenza di
Third Sister Liu è stato girato quasi interamente in studio, con i paesaggi
montuosi dello Yunnan quasi sempre ricostruiti. È una sorta di Promessi sposi
cinese, con due pastori – la bella Ashima e il baldo Ahei – che vedono il
proprio amore contrastato da Azhi, il figlio di un ricco capovillaggio. Quando
Ahei torna in montagna per la stagione del pascolo, Azhi fa rapire Ashima per
costringerla a sposarlo. Ahei dovrà liberare la sua amata grazie a un arco
magico, anche se non servirà: il vendicativo Azhi riuscirà ad annegare la
ragazza che, per un incantesimo, si trasforma in una roccia che canta, un
esempio per il suo popolo che saprà ribellarsi ai soprusi. Come testimonia la
recensione di Shelly Kraicer, si tratta di un finto film etnico, dato che
solo alcuni elementi sonori, i costumi e le scenografie sono tipici dello Yunnan.
Ciò che viene da pensare è che l’artificiosità dell’insieme (gli “effetti
speciali” approssimativi, i costumi eccessivamente sgargianti, le scenografie di
cartapesta) servisse, in fondo, a sottolineare il carattere fiabesco e
antirealistico della storia narrata, che, incentrata soprattutto nella seconda
parte sull’uso della magia, non era certamente in linea con l’ideologia di
partito che aveva vietato generi come il wuxiapian per la forte presenza
di elementi soprannaturali appartenenti alla cultura feudale. Si sa, tuttavia,
che il fine giustifica i mezzi e che qualsiasi mezzo può essere piegato a un
fine che si ritenga nobile e alto.
(17/05/2006)