Far
East Film Festival 8. Intervista
a Yang Yazhou
di Cristina Costelli e Marco Dalla Gassa
Abbiamo incontrato Yang Yazhou all’ultimo Fareastfilm Festival. Il suo Loach Is Fish Too è stato il quarto film più votato dal pubblico. La conversazione con il regista è stata un’occasione per fare il punto della situazione sull’evoluzione del cinema cinese e per conoscere una visione della settima arte, quella di Yang, che recupera, forse inconsapevolmente, la lezione del cinema del realismo socialista, adattandola – soprattutto nello stile cinematografico e nelle nuove priorità di racconto – al complesso e variegato quadro culturale ed economico cinese. Non avremmo potuto conoscere e chiacchierare con Yang Yazhou senza l’indispensabile contributo di Maria Ruggieri. A lei va il ringraziamento di Frameonline.
frameonline –
Abitualmente ci si focalizza sul problema della produzione dei film. Vorremmo
invece che ci parlasse della distribuzione e della promozione, sia dei suoi
film, sia, in generale, dei film prodotti in Cina.
yang yazhou – L’industria cinematografica, così come la società cinese,
sta attraversando un periodo di grandi cambiamenti. Mentre in passato gli
investimenti erano statali, ora il cinema conta sui privati.
Lo scorso anno, in cui si è festeggiato l’anniversario del cinema cinese, sono
stati prodotti circa 260 film. Di questi, circa 200 non hanno avuto, e quindi
non avranno più, modo di essere mostrati. Uno dei problemi principali è che il
pubblico cinese preferisce vedere serial televisivi, piuttosto che andare al
cinema. Un altro problema è da attribuire al mercato, che non ha ancora
struttura definita. La situazione, quindi, è che non sono i bei film a essere
visti, ma solo quelli che hanno la possibilità economica di essere promossi e
distribuiti. Per esempio, venti anni fa l’unico divertimento era andare al
cinema. Ora, con l’apertura del mercato i divertimenti si sono moltiplicati e il
cinema costituisce solo una piccola parte. Il pubblico, inoltre, ora si sente
tradito, perché quello che ha modo di vedere sono i film dal grande budget,
promossi e distribuiti, ma è il pubblico stesso a criticarli e rinunciare ad
andare a vederli. Un altro problema è la mancanza della critica cinematografica
in Cina (intesa sia come commento, guida, sia come discussione sul cinema). Il
discorso rimane quindi legato alla possibilità economica di promuovere un film.
f. –
I suoi film vengono promossi o
rientrano nei 200?
y.y. –
I miei film rientrano nei 60 che hanno
l’occasione di essere visti dal pubblico, ma non entrano in competizione con
quelli dalle grandi promozioni che portano tanto pubblico nelle sale e
richiamano l’attenzione dei media. Mi auguro, soprattutto, che il pubblico non
si senta tradito dai miei film, come accade talvolta quando la promozione è tale
da “pompare” la pellicola, creando aspettative che la visione poi non mantiene.
f. –
Passiamo a
Loach Is Fish Too.
L’impressione più viva, dopo la
visione, è che, nonostante sia ambientato nella contemporaneità e tratti di un
fenomeno attuale, si tratti paradossalmente di un affresco storico. Me lo fanno
pensare il respiro della storia, il modo di raccontarla, le scene di massa, la
fotografia cupa e sgranata, l’idea che lo scorrere del racconto incida sul
destino dei singoli. Mi domando se questo effetto è voluto e se era sua
intenzione creare un affresco che durasse nel tempo di questo fenomeno.
y.y. –
Tutti i personaggi e le storie
all’interno del film sono veri. A partire dagli anni ’80 e soprattutto negli
ultimi dieci anni si è intensificato il fenomeno dei lavoratori migranti verso
le città. Lo sviluppo delle grandi città è opera di questi individui che tutti
evitano e non considerano. Quando arriva il capodanno cinese, essi si spostano e
ritornano ai propri paesi d’origine per festeggiare. Le città così si svuotano,
perché si tratta di circa 140 milioni di persone, senza contare le famiglie a
loro carico. Nonostante il numero considerevole, non c’è mai stato l’interesse a
fare film su questo fenomeno e su queste persone. Alcuni studiosi, quindi, hanno
sostenuto che il film può essere importante non solo per il cinema, ma per il
paese. Sia i dettagli sia la storia di per sé sono molto veri, ma ci sono molti
simboli nel film. Per esempio i due protagonisti si chiamano entrambi “loach” (ni
qiu?). Il loach è un tipo di pesce molto piccolo che non viene nemmeno
considerato da mangiare. Si tratta però di un pesce molto resistente, che può
vivere in qualsiasi condizione e non muore nemmeno fuori dall’acqua. Per questa
capacità di vivere e sopravvivere in qualsiasi condizione, mi sono sentito di
paragonarlo alla parte della società che vive in grandi difficoltà e non viene
considerata. Un altro simbolo è la Città proibita, che in passato era la
residenza dell’imperatore e che ora è la dimora di questi lavoratori che la
ristrutturano.
f. –
Ci sono molti altri simboli nel
film dalla parte del popolo che lavora e, nascostamente, produce quella
ricchezza di cui altri usufruiscono. Ho intravisto però anche uno sguardo amaro
in questa simbologia. Questa amarezza è legata a una visione problematica
dell’evoluzione che sta investendo le città e la Cina più in generale?
y.y. –
In tutti i miei film e i miei serial
televisivi ho sempre scelto come protagonista la gente comune. Mi hanno definito
il regista del popolo. Mi piace girare film che parlano di gente comune che, pur
nelle difficoltà, non abbandona la speranza. I miei personaggi soffrono ma
ambiscono alla felicità e a una vita migliore. Del resto, il fatto di essere
riuscito a fare un film in cui le difficoltà convivono con un atteggiamento
positivo rispecchia il cambiamento della realtà cinese. Il fatto stesso che il
film abbia passato la censura senza problemi è indicativo del miglioramento; in
altri tempi, un film come questo non si sarebbe potuto fare. Nel cinema cinese
si fa molto riferimento al passato; i film che parlano della Cina contemporanea
sono pochi. Non importa che siano belli, brutti, precisi o superficiali. Sono
comunque al riparo dalle critiche del pubblico, perché non si occupano della
realtà contemporanea, cioè del vissuto quotidiano degli spettatori. Per quel che
riguarda lo sguardo amaro, direi che amara è la condizione di vita dei
protagonisti. Ma ciò che mi interessa mostrare è lo spirito dei miei personaggi.
Essi sono dotati di una speranza e di una vitalità che mancano del tutto a chi
vive in condizioni più agiate. In Cina, mi chiedono spesso se preferisco la
tragedia o la commedia. Io preferisco la tragicommedia, il confine tra le due.
In Cina le cose stanno cambiando e gli attori stanno diventando delle stelle. È
difficile che si prestino a questo tipo di ruoli.
f. –
In molti film cinesi le
protagoniste sono donne. Rispetto ad altre cinematografie asiatiche, capita più
spesso, e si tratta di figure forti e determinate. Ciò rispecchia il ruolo della
donna nella cultura e società cinese?
y.y. –
Credo che abbia a che fare con lo
sviluppo della cultura della nazionalità cinese. Il ruolo della donna è stato
determinante nei cambiamenti della società nel corso della storia. La mia
protagonista non è forte perché mi piaceva ritrarla così, ma è un dato di fatto
che la donna sia più determinata nella vita quotidiana.
Una delle cose che apprezzo di più nella recitazione è la capacità di
puntualizzare il carattere del personaggio. Ovviamente, oltre alla spontaneità,
che è quello a cui punto nella prima selezione.
f. –
Il suo film ha uno stile ben
preciso. In particolare, ricorrono due scelte particolari. Una è la carrellata
laterale, usata in particolare per riprendere la protagonista, per lo più nei
suoi movimenti “controcorrente” rispetto a quelli della massa degli altri
personaggi. L’altra è la carrellata aerea, la ripresa dall’alto delle scene di
massa. Cos’è che motiva queste scelte?
y.y. –
Queste scelte sono legate alla simbologia
relativa alla Città proibita, che era residenza dell’imperatore e sede di
cerimonie. Ho cercato di ricreare la sensazione del cerimoniale, del rito. Le
riprese aeree di scene affollate con movimenti forsennati mi hanno permesso di
creare la sensazione di un rito, fosse anche solo quello di ricevere il cibo,
una sorta di cerimoniale contemporaneo.
f. –
Le scelte di cinematografia
sono molto forti, sia quelle che caratterizzano i personaggi, sia quelle
stilistiche. La sua esperienza televisiva è stata messa al servizio del cinema o
cancellata nel suo fare cinema?
y.y. –
Non ho una formazione registica. Ho
iniziato a 20 anni come attore, poi sono stato aiuto regista. Sono convinto che
non si impari a fare cinema sui libri. L’esperienza di regista televisivo mi è
stata molto utile. Soprattutto, capire cosa funziona e ha successo nei serial
televisivi. Qui, mi è possibile sperimentare cose che poi entrano nei miei film
per il cinema, in particolare i dettagli della quotidianità. Ciò che cerco è un
rapporto il più possibile vicino alla realtà. Trovo che in generale, invece, ci
sia poco interesse per la realtà da parte di chi fa cinema. Essere vicino alla
realtà è forse anche il segreto del successo dei miei serial.
f. –
Quindi, crede che fare un
cinema di gente comune e vicino alla realtà possa riconquistare il pubblico
cinese e riportarlo al cinema? Il pubblico occidentale sembra invece apprezzare
maggiormente i film che trattano della Cina del passato…
y.y. –
I cinesi conoscono la realtà occidentale
e americana meglio di quanto gli occidentali conoscano la Cina. Molti dei film
cinesi prodotti non rappresentano la realtà della Cina di oggi. Ho un’esperienza
di 20 anni e so cosa piace al pubblico straniero dei film cinesi. Ci sono due
aspetti da sottolineare. Il primo è che i film che piacciono agli occidentali
sono quelli che parlano del passato della Cina, ma l’apertura all’Occidente ha
portato molti cambiamenti che nessuno ha mostrato. Il secondo è che anche i film
che mostrano questi cambiamenti trattano di casi singoli. Il pericolo che si
corre è che lo spettatore occidentale creda che quella mostrata sia la realtà
vissuta dalla maggior parte dei cinesi. Questo è ciò che accade con Peacock.
Al contrario di quello che fanno gli altri registi, ho scelto di mostrare il
vissuto di molte persone di cui pochi parlano. Al cinema mi piace l’idea di
mostrare agli stranieri come io vedo la Cina. Nei serial, invece, guardo di più
al pubblico cinese. In termini di numeri il pubblico cinematografico cinese di
un anno corrisponde circa al pubblico di una serata di un serial televisivo.
Dalla mia esperienza ho imparato che quando giro un film l’importante è “cosa
giro”, quando giro un serial l’importante è “come lo giro”.
f. –
Progetti futuri?
y.y. –
Ho in progetto un film, che è ancora in
via di definizione, e un serial televisivo. Il serial ha come protagonisti otto
fratelli. Sono interessato a mostrare all’estero i miei film del 2005 (Loach
Is Fish Too e Snow in the Wind), per far vedere come io vedo la Cina.
(27/04/2006)