Intervista a Silvia Ferreri

di Alessandra Salvatori

 

In anteprima per Frame on line l’intervista a Silvia Ferreri, giovane attrice e regista italiana interprete del film You am I (Aš esi tu) del regista lituano Kristijonas Vildziunas, presentato in concorso al 59° Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard.

 

frameonline - Lavorare in Lituania non è una cosa da tutti i giorni per un attore europeo. Com’è stata per te questa esperienza?
silvia ferreri –
Sapevo che il primo film di Kristijonas era andato a Venezia ma non avevo avuto modo di vederlo, quindi sono partita davvero alla cieca.
Alla fine è stata un’esperienza formativa eccitante, ma poi anche assolutamente stancante, difficile, non solo negli aspetti che riguardano la lavorazione, ma soprattutto nella difficoltà di vivere e lavorare in un paese così diverso dal nostro.

f. - Trovi una grande differenza tra il modo di lavorare europeo e i set di altri paesi?
s.f. -
In Francia mi sono sentita molto apprezzata e stimata, c’è grande rispetto per gli attori. In Giappone, con il regista non ho mai parlato direttamente, avevo sempre un intermediario. Lui faceva solo dei grandi inchini e diceva: “Thank you”!. Ero parte di un grande ingranaggio produttivo di cui mi sentivo una piccola parte, ma l’attenzione della produzione era gigantesca per chiunque fosse sul set.
Per un regista italiano non ho mai lavorato su un set così imponente, è stato un colossal e i turisti giapponesi ancora mi fermano in giro per Roma.

f. - E per You Am I, com’è andata?
s.f. -
Per quanto riguarda You am I, quando la produttrice (Uljana Kim) mi ha contattato non mi ha detto il solito: “This is a low budget film”, ma: “This is a low budget country”. Nonostante ciò è stata di una serietà impeccabile: mi ha mandato la sceneggiatura, tutte le informazioni tecniche sulla casa di produzione e i conproduttori (Pandora) e informazioni sul regista e su tutto quello che aveva fatto. Mi è sembrato pazzesco. Mai successo prima.
La storia mi piaceva, e soprattutto mi piaceva l’idea di andare a girare un film in Lituania. Così ho deciso di accettare. Ovviamente, non avevo idea di quello a cui stavo andando incontro.
Il film è stato interamente girato nella foresta. E non in una di quelle con le panche per i pic-nic della domenica.
La differenza nel lavoro rispetto ai film italiani è stata enorme. Non c’erano star, non c’erano attori di serie A e serie B, non c’era differenza di trattamento. Tutti vivevamo allo stesso modo dalla produttrice alla comparsa. Mangiavamo lo stesso cibo dove capitava, dormivamo nelle stesse condizioni.
Il lavoro era sfacciatamente duro, lo era per tutti, anzi lo era molto di più per gli attori principali. Non c’erano orari, né notte o giorno che tenesse. Spesso finivamo di girare all’alba per ricominciare nel primo pomeriggio. Ma non era solo una fatica fisica, era una fatica anche molto mentale. Si viveva sul set, non si tornava a casa. Non c’era modo di prendere una macchina e andare a cambiare aria. La prima città era a decine di chilometri. A sera, quando si finiva di lavorare, ci si metteva intorno a un tavolo a bere birra e a parlare della giornata. Non c’era modo di uscirne. E questa era la precisa volontà del regista, fare in modo che tutti
fossero concentrati sul film e solo su quello per tutto il periodo delle riprese. In Italia nessuno avrebbe accettato una dedizione così assoluta, forse nemmeno io. La forza del film, erano le energie trascinanti: la produttrice Uljana Kim e il regista.

f. - Com’è il tuo personaggio in You Am I? In che modo hai contribuito a costruirlo?
s.f. -
Non so se mi somiglia. Credo che in qualche modo sia un po’ diverso da me, almeno per come si relaziona con un paese straniero. Anna, il mio personaggio, arriva in un posto nuovo, in un paese così diverso dal suo, e sembra poco interessata a scoprirlo, poco interessata alle altre persone che incontra. Sta bene con la sua amica che l’ha portata lì e le scoperte che fa nella foresta le fa tramite lei. Con lei parla inglese, non conosce il lituano e non ha nessuna intenzione di impararlo.
La prima cosa che faccio io di solito in un paese straniero è tentare di imparare un po’ la lingua, almeno le basi per la comunicazione. È quello che d’altra parte ho fatto anche là, avevo il mio quaderno su cui scrivevo parole nuove e alla fine della lavorazione riuscivo persino a comunicare con la troupe… e il lituano non è una passeggiata.
In sceneggiatura Anna era descritta semplicemente come una ragazza straniera, io le ho dato la nazionalità italiana. Nel film c’è addirittura una citazione di Amarcord di Fellini che solo un’italiana poteva tirare fuori.

f. - Hai sempre lavorato di più all’estero. Perché?
s.f. -
Non si è trattato propriamente di una scelta, diciamo che è capitato e io ovviamente ne sono molto felice. Quando studiavo al Centro sperimentale i miei maestri mi dicevano che dovevo espatriare, che nel cinema italiano avrei fatto fatica, forse per la mia fisicità poco “italiana”. Soprattutto, mi indicavano la Francia. Io ho sempre pensato che prima di andarmene dovevo e volevo almeno tentare. Invece, le cose sono venute da sé: i registi stranieri mi chiamano molto più di quelli italiani. Pur non essendomi mai trasferita definitivamente in un altro paese, i ruoli più interessanti li ho recitati in inglese. Ovviamente delle risposte a questa anomalia me le sono date, ma non sarò né la prima né l’ultima che dall’Italia è costretta ad andare a lavorare fuori!

f. - Come vivrai l’esperienza di Cannes?
s.f. -
È la prima volta che vado a Cannes durante il festival, quindi non posso dire se e in cosa sia diverso dagli altri. Di solito i festival mi piacciono. Rispetto ai primi sono molto più rilassata e meno ansiosa. Mi godo il mio film, cerco di guardare il più possibile altri lavori, ma cerco anche di rilassarmi, non sono una di quelle stoiche che guardano dieci film al giorno!

(12/05/2006)