Hollywood
vs Hitler. Parte II. Da Pearl Harbor alla guerra fredda
di Maurizio Francesconi
Mentre
in Europa si combatte, Hollywood comincia a occuparsi dei metodi usati dai
nazisti, in perfetta aderenza ai dettami dell’esecutivo che, superate le
resistenze del partito isolazionista, è divenuto più intransigente verso la
Germania. Film come Ho sposato una spia nazista (1940) e Underground
(1941), però, più che mostrare le reali condizioni delle popolazioni
tormentate dalle persecuzioni, trasmettono l’immagine del popolo americano
impegnato in una lotta senza quartiere contro il nazismo in difesa della
democrazia. Durante la guerra la copiosa produzione che illustra le fasi del
conflitto assume un carattere seriale che in qualche modo offre alle Majors la
possibilità di sottrarsi ai rigori delle varie commissioni, oberate dall’ingente
numero di pellicole a cui concedere il visto per la proiezione. Tra il 1942 e il
1945 furono infatti prodotti circa cinquecento film a carattere bellico, quasi
il trenta per cento dell’intera produzione hollywoodiana. Si tratta di
produzioni dal tono esortativo, interpretate dalle maggiori star del tempo, in
cui l’intento didascalico è molto forte. I film, infatti, dovevano spiegare agli
americani in maniera convincente le ragioni della partecipazione degli Stati
Uniti alla guerra. L’incubo della “quinta colonna” e dell’invasione diventano
lo sfondo di film che, pur nella affrettata messa in scena, provano le capacità
e la volontà di riscossa del cinema americano e della intera nazione. Sono
pellicole girate con budget limitato che coniugano intrattenimento e propaganda
all’interno di un pattern avventuroso, spesso basato su una storia di
spionaggio.
Modello del genere è Un americano qualunque (Joe Smith, American,
1942), un B movie della Metro-Goldwyn-Mayer. Joe Smith, un operaio che
lavora alla costruzione di un nuovo aereo, viene rapito e torturato da un gruppo
di agenti nazisti che vuole ottenere i piani di costruzione. Elusa la
sorveglianza dei suoi aguzzini, Joe fugge e denuncia il complotto all’Fbi.
Diretto con mano sicura da Richard Thorpe, il film trova il suo climax
morale nella sequenza in cui il protagonista viene torturato dagli agenti
segreti nazisti, il cui crudo realismo viene esaltato dalla fotografia di
Charles Lawton Jr. La mobilitazione generale coinvolge anche personaggi più
cinici e disincantati di Joe Smith. Sesta colonna (All Through the
Night, 1942), una produzione Warner diretta da Vincent Sherman,
combina brillantemente spy story, gangster movie e propaganda. Protagonista è un
piccolo gangster di Broadway, interpretato da Humphrey Bogart, deciso a
vendicare l’assassinio del suo pasticcere di fiducia. Ben presto scopre che
l’omicidio è parte di un complotto ordito da spie naziste (interpretate da
Conrad Veidt, l’inquietante Cesare de Il gabinetto del dottor Caligari e
Peter Lorre, protagonista di M, il mostro di Dusseldorf) che
hanno la loro base nella 42 Strada, il cuore di Broadway.
Anche Seven Miles From Alcatraz, diretto nel 1942 da Edward Dmytryk,
segue il modello della redenzione morale e del dovere dell’eroe, in questo caso
una coppia di evasi che scopre casualmente durante la fuga una rete di spie
naziste. Inevitabile il lieto fine, in cui i due galeotti, messa fuori gioco “la
quinta colonna”, sono riacciuffati dalla polizia ma ricevono il perdono
presidenziale. Non mancano di dare un contributo alla causa Lassie, Tarzan,
Sherlock Holmes, Stanlio e Ollio, Paperino, Bugs
Bunny, Daffy Duck, i Dead End Kids.
La produzione cinematografica del tempo di guerra assume tre diversi indirizzi.
Molto importanti sono i film che celebrano il coraggio degli alleati inglesi,
prodotti con lo scopo di giustificare l’intervento armato al loro fianco. Da
questi doveva emergere l’immagine di una nazione forte e motivata nella lotta
contro Hitler, al cui fianco fosse dignitoso schierarsi. Modello del genere
rimane La signora Miniver (Mrs. Miniver, 1942) di William Wyler.
Un altro filone produttivo esaltava la resistenza dei paesi occupati dai
nazisti. Si tratta di film cupi e disperati che coniugano melodramma e
avventura. Ambientati in Norvegia sono La luna è tramontata (The Moon
Is Dawn, 1943)
di
Irvig Pichel e La bandiera sventola ancora (Edge of Darkness,
1943) di Lewis Milestone. Alla resistenza francese sono dedicati II
giuramento dei forzati (Passage to Marseille, 1944), diretto da
Michael Curtiz e il toccante Questa terra è mia (This Land Is Mine,
1943) di Jean Renoir, di cui va ricordata l’intensa interpretazione di
Charles Laughton. La resistenza polacca trova una rappresentazione più
autoriale in Anche i boia muiono (Hangmen Also Die!, 1942) diretto
da Fritz Lang e fotografato in maniera espressionista da James Wong
Howe. Il sacrificio del popolo russo viene esaltato in Convoglio verso
l’ignoto (Action in the North Atlantic, 1943) di Lloyd Bacon,
che trova tensione e vigore nel duello navale tra le nebbie dell’oceano
Atlantico. I film ambientati in Unione Sovietica, prodotti essenzialmente con lo
scopo di evidenziare la rapacità omicida dei tedeschi (Tamara la figlia della
steppa / Days of Glory, diretto nel 1944 da Jacques Tourneur),
proponevano un’immagine del popolo russo molto vicina al modello americano, in
aderenza a una strategia propagandistica che tendeva a eliminare qualsiasi
differenza di ostacolo alla causa comune contro il totalitarismo hitleriano.
Così Fuoco a Oriente (North Star, 1943) di Lewis Milestone
offriva un’immagine paradisiaca e molto americana della vita nelle fattorie
socialiste prima dell’invasione nazista, mentre Mission to Moscow (1943)
di Michael Curtiz offriva una rappresentazione “accettabile” dei processi
moscoviti. La tragedia dei campi di concentramento viene sfiorata in Vogliamo
vivere (1942) di E. Lubitsch, in cui il regista, un altro esule
tedesco, ricorre, come già
Chaplin, all’ironia, per deridere l’ideologia nazista. Basti pensare alla
sequenza in cui, durante le prove di uno spettacolo teatrale, l’attore che
interpreta Hiltler risponde al coro di “Heil Hiltler” con laconico “Heil Me” -
una battuta che quasi contemporaneamente viene proposta anche in uno dei war
cartoons della Warner Bros - che ridicolizza il potenziale rituale e ideologico
ostentato dai nazisti. Giudicato di cattivo gusto, il film è il contributo di
Lubitsch alla causa per la democrazia e la tolleranza. Una visione più ingenua e
quasi naif di Hitler è invece proposta da Douglas Sirk nel suo
film d’esordio, Quel pazzo di Hitler (1943).
Il film antinazista ambientato in Germania trovò nuova linfa In Hitler’s
Children (1943) di Edward Dmytryk e Irving Reis, un melodramma
a cui è sottesa una forte vena di “amor fou” e La settima croce (The
Seventh Cross, 1944) di Fred Zinneman, efficace anche sul piano della
rappresentazione ideologica del nazismo. Al di sopra di ogni sospetto (Above
Suspicion, 1943) di Richard Thorpe ripropone invece in maniera
stereotipata l’ibridazione tra commedia e spy story del film antinazista d’ante
guerra.
Dopo la guerra, un’ondata di nazionalismo intransigente e fanatico e di lealismo
esasperato, simile a quella degli anni Venti, si abbatté di nuovo sul paese,
assecondata da politici troppo zelanti e sfruttata
da
demagoghi ambiziosi. È il periodo del
maccartismo: il tempo delle leggi discriminatorie, dei processi agli
intellettuali. Il sospetto si fece isterico, arrivò a coinvolgere qualunque
espressione di pensiero liberale. Scrittori, scienziati, attori furono
sottoposti a inchieste. Il Segretario alla difesa, il generale Marshall,
fu accusato di tollerare in piena consapevolezza una cospirazione antiamericana
all’interno dei Pentagono. Il cinema riflette la confusa situazione sociale e
politica del periodo. Dinanzi al mutato sistema di alleanze internazionali
vengono meno le deformazioni nella caratterizzazione del nemico di ieri. Sullo
schermo i tedeschi vengono umanizzati e assumono i tratti dell’antagonista leale
e coraggioso che per primo subisce le violenze del regime di Hitler. Dalla massa
anonima e omicida dei nazisti del cinema del decennio precedente emerge la
figura dell’eroe teutonico. La figura di Erwin Rommel, il carismatico
generale tedesco, si presta esemplarmente a questa opera di
riabilitazione “nazionale”. Rommel, la volpe del deserto (The Desert
Fox, 1951) di
Henry Hathaway
è infatti il primo film di guerra dalla prospettiva di un soldato nemico dai
tempi di All’ovest niente di nuovo. Anche formalmente, il film si
discosta notevolmente dai modelli dell’epoca, presentando una lunga sequenza
prima dei titoli di testa che introduce la narrazione in flashback. La
sceneggiatura di Nunnally Jhonson, anche produttore del film, prende
spunto dalla biografia di Rommel scritta da Desmond
Young.
La dimensione umana assunta dal generale tedesco generò un’ondata di polemiche
intorno al film che, in maniera provocatoria, metteva in luce le contraddizioni
e le lacerazioni sottese all’apparente unanimità ideologica americana. Il film
fu accusato di filonazismo da vasti settori di critica e pubblico che ancora
consideravano la Germania nella sua totalità come incarnazione del male. Il film
di Hathaway però sembra più intenzionato a mettere in rilievo nel confuso
contesto dei quegli anni “l’ossessione nei confronti del comando e della
responsabilità in un mondo di scarsa lealtà, una metafora
della
guerra fredda”. La redenzione del tedesco davanti alla nuova minaccia comunista
è solo una facciata di convenienza che maschera in quel tempo di delazione la
necessità di certezze ideali. Nel 1953, quasi per mitigare l’eccessiva
indulgenza di Rommel, la volpe del deserto, la Fox produsse I topi del
deserto (The Desert Rats), affidandone la regia a Robert Wise
che offriva una caratterizzazione del personaggio (interpretato ancora una volta
da James Mason) più aderente al modello tradizionale di spietato e
impersonale efficientismo nazista, quasi sempre ripreso in distanti apparizioni
di comando.
(01/05/2006)