Ricordo
di Imamura Shohei
di Alessandro Carlini
Mentre apprendo della
scomparsa di Imamura dal messaggio di un amico penso con tristezza che è
morta una persona che con i suoi film sapeva turbarmi e consolarmi. Nell’inverno
del 2001, progettando un articolo sulla rassegna su Imamura all’Istituto
giapponese di Roma appuntavo che “In Attualità della tragedia, uno dei
capitoli più fascinosi di Tra mito e politica, J. P. Vernant
afferma che ‘quando inventa una coreografia orientale e veste i suoi attori con
costumi che rievocano l’India, il Giappone […] Ariane Mnouchkine si serve
dell’effetto di straniamento […]’. Rileggo per caso questo passaggio e scopro di
averlo corrotto nella memoria. Ricordavo infatti un riferimento ad allestimenti
orientaleggianti di Sofocle, e non escludo di averne fatta menzione informale.
Appunto tutti i sospetti su Introduzione all’antropologia, il
meraviglioso film di Imamura a cui ho assistito dopo la mia ultima rilettura
dell’Edipo, e paventando effetti memopoietici di ben altra portata mi
dispongo a piccoli riti tranquillizzanti”.
Reputo di aver ricevuto una prima prova fisiologica della forza del cinema di
Imamura durante una proiezione di Desiderio rubato. Gli spettatori
violavano quel rimarchevole tabù che inibisce reazioni di ilarità collettiva a
battute sottotitolate, se non per scene di comicità corporale. Ma come resistere
allo “Allora mi metto a preparare la coca-cola” con cui la locandiera di uno
sperduto paesino del Giappone postbellico accoglie la notizia dell’arrivo della
compagnia di teatranti? Girata nel ’58 in un magnifico bianco e nero, questa
incantevole storia picaresca muove da un prologo pseudo-documentaristico e
termina in una dolce-amara resa al principio di realtà; contrappone la tensione
esistenziale di un giovane e frustrato regista, innamorato di una attrice e
della cultura teatrale che vuole salvare innovando, alla vitalità animale del
clan di mestieranti della tradizione con cui collabora, tra conflitti
generazionali portati involontariamente in scena ed espedienti teatrali
applicati alla lotta per la sopravvivenza. Sempre nel ’58 Imamura gira Il
diario di Sueko. Ambientato in un desolato villaggio abbarbicato a una
miniera in crisi, narra della grandezza e delle miserie dei fuoricasta
condannati a espiarvi l’esistenza, o a un’infida nostalgia. A quarant’anni dalla
sua uscita invita ancora all’identificazione e alla riflessione, corrispondendo
quel diffuso bisogno di un’epica del lavoro, negato da tanta consolatoria
bozzettistica corrente. Di una bellezza impressionante le scene in cui,
dall’angusto tunnel della miniera, come oracoli di una divinità degli inferi
escono i minatori, ad annunciare lutti o scioperi alla folla inquieta dei loro
cari. Il presentimento della fine di un mondo e di nuove incertezze che affligge
gli alter ego scenici di Imamura nei primi film, si trasformerà in rimpianto
impossibile. Come in
Pasolini,
nella filmografia di Imamura l’impianto tragico emerge parallelamente
all’affinarsi della critica della modernità. A partire da Desiderio
inappagato, il tema dell’incesto, nei primi film insidiosamente latente,
diventa un basso continuo e quasi l’emblema dell’impossibile connubio tra una
modernità che snatura l’uomo e una tradizione insostenibile poiché votante
all’infelicità. In Desiderio d’omicidio la protagonista finisce per
seguire e inseguire l’uomo che la ha violentata, certo non peggiore dei suoi
familiari; il Subu di Introduzione all’antropologia è un padre di
famiglia che garantisce il benessere dei suoi producendo filmini pornografici e
si innamora tragicamente della figliastra, andando incontro alla rovina e a una
strana forma di santità. Nelle scene finali del film apparirà che la sua vita è
stata soltanto proiettata: forse da un Dio idolatra, che come i clienti
di Subu o di Imamura stesso consuma immagini.
“Sono tornato per portargli Jefferson e lo spirito di iniziativa, ma a loro
interessano soltanto i gangster e la beat generation’ affermava invece
l’affarista nippoamericano in Porci e corazzate, film che per
spettacolarità ed efferatezza compete con l’ultima Hollywood e che, allo stesso
tempo, è una delle più dure (e forse schematiche) condanne dell’americanismo di
comodo come male morale mai pronunciate. La critica alla società giapponese,
costante nel cinema di Imamura e mai disgiunta da un amore, incondizionato e
pensoso, per i poveri, i reietti, gli esclusi, raggiunge il suo apice negli anni
’70. Madame Ombro (“La signora squallore”), la storia del Giappone del
dopoguerra attraverso le parole di una prostituta, affronta l’ascesa politica
della setta buddhista Sokka-gakai, il razzismo dei giapponesi e la corsa
all’arricchimento del dopoguerra. Zegen, che inizia con un
rocambolesco approdo di naufraghi a Hong Kong, ha per protagonista un piccolo
uomo che, di disavventura in raggiro, diventa un boss della malavita
specializzato nello sfruttamento della prostituzione. Nel finale vedrà
ingenuamente nelle truppe giapponesi che avanzano nel sudest asiatico
un’opportunità di guadagno, evidentemente ignorando, come milioni di giapponesi
ingannati dalle reticenze e dalle falsità della storiografia di stato, che
l’esercito dell’imperatore considerava i paesi occupati alla stregua di bordelli
gratuiti. La prostituzione, la mercificazione dell’uomo, è un tema portante del
cinema di Imamura, assieme all’onnipresenza della menzogna, distruttrice e
consolatrice, nei corpi, nelle menti, negli usi degli uomini.
Il protagonista di A me la vendetta, di cui non sarà possibile nemmeno
disperdere le ceneri raccolte in un’urna di fortuna, perché il cielo si pianta
più volte in un fotogramma, perché è come se la pellicola non ne volesse più
sapere di scorrere di fronte a tanto dolore, è un uomo che diventa assassino ma
avrebbe potuto benissimo fare l’attore, il professore o il politico: nella sua
rocambolesca latitanza si dimostra infatti maestro di travestimenti e abile
stratega. Yukio Mishima fa affermare allo psicoanalista io-narratore di
Musica che “la psicoanalisi è un mezzo per arrivare alla verità, ma nel suo
procedimento bisogna dare sia alle bugie che alla verità la stessa importanza”.
Questa frase potrebbe segnare la linea diaretica tra la nozione classica di
catarsi e la nozione psicoanalitica di rielaborazione come l’incipit di un
saggio sul cinema di Imamura. Nel bellissimo La ballata di Narayama,
Imamura descrive un’arcadia la cui popolazione pratica per tradizione
l’eliminazione dei genitori anziani. Il peso della tradizione diventa letterale
nelle scene sconvolgenti dell’ascesa alla montagna dei geronticidi, in cui il
conflitto tra cultura comunitaria e sentimenti individuali dilania i
protagonisti. Raccontando la tragedia di Hiroshima e dei suoi sopravvissuti, il
suo ennesimo capolavoro Pioggia nera culmina nella vitalità di un’enorme
carpa che salta in uno stagno, forse una carpa fiabesca, forse una carpa
mutante, comunque regala un attimo di gioia a chi vive sulla pelle i segni
dell’apocalisse atomica.
Conosciuto dal pubblico italiano soprattutto per i suoi ultimi film (Dr.
Akagi, L’anguilla,
Acqua tiepida sotto un ponte
rosso, un episodio di
11 settembre),
Imamura appartiene al ristrettissimo novero di registi cui la inflazionata
definizione di grande maestro del cinema andrebbe riservata. Imamura è stato un
cineasta totale che sarà ricordato come un genio del montaggio allergico alle
teorie e per la sfolgorante bellezza fotografica dei suoi film; come un
tragediografo universale, un imprescindibile critico della modernità e uno dei
più acuti osservatori della società giapponese; un umorista travolgente e un
uomo coraggioso sempre in lotta contro censure e pregiudizi.
(03/06/2006)
