La
resa dei conti dell’Occidente. La decadenza del potere nell’occhio di Hollywood.
di Carlo Antonicelli
È molto criticata la trivialità dei film americani in genere. Eppure uno qualsiasi di essi, anche il più modesto, racchiude sempre un particolare ingenuamente primitivo, un’ attrattiva integralmente fotogenica, un ritmo assolutamente cinematografico. […] È indiscutibile che possiedono il senso del cinema in grado molto più elevato di noi. (Luis Buñuel)
Al tempo della guerra infinita, delle
teste mozzate, dei muri che si ri-innalzano, della rincorsa agli armamenti, nel
quale la storia deve sempre guardarsi allo specchio, compiaciuta della propria
ciclicità senza fine e senza aver nulla da insegnare a governanti ottusi come
testate nucleari, quelle persone alle quali la società ha dato il compito di
guardare più profondamente dentro la realtà e che comunemente hanno il nome di
artisti si (e ci) stanno chiedendo se ancora oggi il nostro beneamato Occidente
possa guardarsi in faccia e riconoscersi, o se, invece, la nostra condizione non
assomigli più a quella di disfatti Dorian Gray, segnati a morte da un patto
firmato col sangue di tutti i terzi e quarti mondi possibili, inseguiti da un
passato che ritorna a chiederci il prezzo da pagare per centinaia d’anni di
ingiustizie vomitate fuori dai predicatori della nostra morte.
Non v’è dubbio che il 9/11 abbia dato una forte spallata a chi, a Hollywood,
pensava che l’american way of life fosse ancora il sogno di qualunque
uomo sulla terra, e che, da quel momento in poi, ha cominciato a pensare che il
giardino fiorito della civiltà occidentale cominci a puzzare di morte e
petrolio. In questi ultimi anni sono fiorite alleanze inedite nei piani alti
dello show business, specie dopo il successo inaspettato di
Michael Moore
o il progetto del film
11 settembre
firmato da autori già impegnati nella critica alle storture della
democrazia americana. Tanto inaspettate che, al limite tra i film più o meno
impegnati e critici verso un certo modello di società e che ci parlano di
“crisi” dell’Occidente, potremmo citare anche
Matrix
(certo, a un livello più astratto) o l’ultimo film di Andrew Niccol
Lord of War
con Nicolas Cage.
Vediamo insomma, come, nell’ultimo
anno, questa Hollywood più o meno alternativa ha mosso le proprie pedine contro Washington.
George Clooney o dell’impegno
Per una stranezza dell’attuale mainstream hollywoodiano un attore affermato e
dotato di tutti i crismi per essere un ipotetico James Bond, si è lanciato
su prodotti cinematografici che questionano lo status quo politico-economico, con
l’ambizione, però, di arrivare a un pubblico molto vasto. Parliamo di
George
Clooney, che da qualche tempo si dedica con grande passione
professionale all’analisi della scottante scena politica attuale. Abbiamo
parlato di stranezza, ma in verità ciò mette in risalto da un lato come sia
nata una nuova fetta di mercato che vuole conoscere di più di ciò che le viene
usualmente nascosto dall’establishment e, dall’altro - qui pare esserci la novità
- un’elaborazione politica da parte del cinema americano molto più sincronica
rispetto alla realtà che in passato. Nel suo secondo film da regista,
Good Night,
and Good Luck., Clooney mette sotto i riflettori la democraticità
dei mass-media riportandoci all’epoca della caccia alle streghe anticomunista
passata alla storia col nome di
maccartismo (dal nome del senatore McCarthy, capo della
commissione d’inchiesta del senato sulle infiltrazioni comuniste o
filo-comuniste nell’apparato statale, artistico ed economico della società
americana). La fotografia in bianco e nero, scelta per il film, trasmette
costantemente l’idea di trovarsi a guardare un documentario come anche
l’ambientazione, pressoché unica e costante, all’interno degli studi televisivi
della cbs. Ancora, l’uso della steady-cam molto mobile perde spesso il fuoco nel
seguire i volti di tutti i personaggi coinvolti, numerosissimi sono i filmati
d’epoca degli interrogatori e le arringhe polemiche del protagonista.
È lampante che Clooney si rivolga alla propria nazione (specialmente nelle
ultime parole del giornalista Murrow, nelle quali fulminante è la critica
agli attuali network) indicando nei giornalisti embedded e nei
network “alla Fox” uno stato di asservimento e autocensura che respinge anni
indietro la cultura dell’informazione negli States dove, per inciso, fu una
coppia di giornalisti (Bob Woodward e Carl Bernstein, le cui
vicende furono riprese fedelmente nel film di Alan J. Pakula Tutti gli
uomini del presidente, interpretato da Robert Redford e Dustin
Hoffman) a far nascere la procedura di impeachment contro Richard Nixon,
a cui seguirono le dimissioni del presidente.
La casa di produzione Participant: “We aim to change the world”
Inoltre, Clooney ha conprodotto, attraverso la casa di produzione Section Eight
- diretta da lui stesso e da Steven Soderbergh (Traffic,
Ocean’s
Eleven – Fate il vostro gioco,
Ocean’s Twelve)
- il film
Syriana.
Il regista, Stephen Gaghan, sceneggiatore di Traffic, punta tutto
sull’attualità e mostra dove sia arrivata la perversione dell’America nella
gestione dei suoi interessi in Medio Oriente. Il titolo del film, secondo le
parole dello stesso autore, si riferisce all’Eldorado
petrolifero che i think tank
di Washington pensano di creare tra Iraq, Iran e la stessa Siria. Il film
viene lanciato dalla casa produttrice Participant del miliardario Jeff Skoll
(uno dei creatori di eBay) con un nuovo progetto distributivo: l’intento di
Skoll & Co. è infatti lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo
trovato, secondo il suo stesso motto: “We aim to change the world”. Per
far questo la novella casa produttrice, che ha all’attivo, tra i film più
importanti, il suddetto Syriana, Good Night and Good Luck. e
North Country (con i quali ha fatto incetta di candidature all’Oscar e
portato a casa alcune statuette), promuove una campagna di sensibilizzazione
molto agguerrita.
Attraverso il sito internet della casa di produzione (www.participantproductions.com/)
veniamo informati su come riunirsi per vedere uno dei film della Participant,
mettere su un dibattito e distribuire volantini sull’argomento prescelto (ad
esempio, la corruzione e i loschi affari americani nel middle east
attraverso una campagna denominata Oil Change). Si passa quindi alla parte
attiva, che è una vera propria mobilitazione civile (almeno negli intenti): una
lettera al senatore del proprio stato per chiedere una politica che riduca la
dipendenza energetica dai combustibili fossili (argomento già nell’agenda dello
stesso George W. Bush, anche se il petrolio continua a crescere come
fonte energetica). La storia non finisce qui: vengono chiamate in causa le
multinazionali petrolifere, alle quali è indirizzato un altro modello di lettera
per chiedere di rendere pubblica la modalità dei pagamenti per i giacimenti, al
fine di impedire la corruzione in paesi ricchissimi di petrolio ma con una
popolazione ridotta alla fame.
Direttamente collegato alla questione petrolifera è, inoltre, l’ultimo nato in
casa Participant, An Inconvenient Truth di Davis Guggenheim,
documentario che testimonia la campagna intrapresa da Al Gore
all’indomani della sconfitta elettorale contro Bush per sensibilizzare il
proprio paese sulla questione dell’inquinamento globale, una prova ulteriore
della presenza di un “nuovo pubblico” affamato di informazioni che i network
(quelli accusati da Good
Night, and Good
Luck.)
non forniscono, nonché della capacità di produrre una serie di film tra loro
organici che, rimandando lo spettatore dalla dimensione finzionale a quella
documentaristica, tendono a creare un vero e proprio cortocircuito delle idee e
delle informazioni.
Il j’accuse di «Syriana» e di «The Constant Gardener»
Attraverso una solida struttura tripartita simile a quella di Traffic,
Gaghan (autore della sceneggiatura tratta dal libro di Robert Baer dal
titolo significativo See No Evil: the True Story of a Ground Soldier in the
CIA’s War on Terrorism) in Syriana mostra gli americani, “i buoni”
per eccellenza nel cinema di Hollywood, diventare dei criminali al soldo solo di
interessi economici dove tutti, dalla base fino in cima, sono immersi nel fango
della corruttela eletta a sistema di governo (uno dei personaggi cita anche un
noto economista americano, premio Nobel per giustificare l’approccio
governativo). Un’estrema franchezza etica, quella di Syriana, al di là
della sua buona qualità estetica: non c’è la faccia buona della medaglia nel
controllo delle risorse petrolifere, non ci sono principi
moralizzatori che rivestono le istituzioni, e anche quando “i buoni” arrivano,
sono senza cavalleria e perdono inesorabilmente. C’è l’estrema consapevolezza
che stiamo vivendo dentro una contraddizione dove le responsabilità si ritorcono
contro lo stesso Occidente. E non c’è ombra di soluzione.
Il medesimo, gelido pessimismo ammanta anche un altro film “politico” uscito
negli ultimi mesi:
The Constant
Gardener di Fernando Meirelles (City
of God), tratto dall’omonimo libro di John Le Carré. In questo
caso ci troviamo in Africa, dove delle multinazionali farmaceutiche, ricattando
i governi per la distribuzione di farmaci gratuiti, sperimentano nuove medicine
sulla popolazione inconsapevole. Lo sguardo sullo stato delle cose di Merilles è
impietoso, e quasi votato allo scacco. Analogamente agli altri, anche in questo
film i protagonisti muoiono assassinati, e la loro morte non è un sacrificio per
una causa superiore, ma solo la rassegnazione di uomini che, sottratti dalle
loro esistenze anche i minimi requisiti di umanità, perdono la vita come ultimo
gesto di rifiuto verso una società che li ha esclusi, perché fuori dal regime di
regole che garantisce la sua stessa sopravvivenza.
«Jarhead»: Vietnam forever
Questa rapina di esistenze, di individualità, corrose da una
storia che
trafigge i corpi degli amici prima di quelli dei nemici, è una dimensione che
ritroviamo soprattutto in un recente film di guerra:
Jarhead di Sam Mendes.
Mendes non è certo l’ultimo degli indipendenti di Hollywood, bensì il vincitore
dell’Oscar per il miglior film con American Beauty, una presenza che ci
dice molto di come il rifiuto verso le scelte di questa amministrazione sia
molto vasto e vada ben al di là delle produzioni di nicchia o della voce isolata
di un auteur. La guerra di cui parla è la prima guerra del Golfo, ma è
ovvio che ci ritroviamo sempre tra le stesse distese di deserto, adesso come
dieci anni fa.
Jarhead,
tuttavia, è un film di guerra dove la
guerra non si vede mai. Si sente tutta l’estraneità dei corpi che evadono dalla
storia, o cercano di farlo, perché non è quello il loro posto, perché è la
tecnologia che, dall’alto, dirige la vita dei soldati. L’unica guerra che
riescono a vedere è quella del Vietnam (attraverso il cinema), l’incubo
americano che ritorna nuovamente nella nazione, che cambia le menti, distorce le
relazioni umane, imbarbarisce le popolazioni, introietta la sua ideologia
pervasiva, con la coercizione foucaltiana di corpo e cervello.
Jarhead
non mostra i combattimenti, le sparatorie, gli assalti, ma solo gli incubi, i
nostri incubi. Ed ecco arrivare, infatti, amici che ci sparano addosso, uomini
carbonizzati, il cielo nero-petrolio che fa soffocare, soldati che vomitano
sabbia e mogli a letto col proprio amante quando il marito è in
guerra (e dov’è il patriottismo made in Usa?). Non c’è spettacolo, non c’è
nemico, né vittoria. O forse sì, qualcuno ancora vince se è riuscito a portare
una nazione in guerra con la menzogna. Di sicuro, però, noi non abbiamo niente
da festeggiare.
«Munich»: altri scheletri nell’armadio
Non ultimo a occuparsi di temi importanti, anche Steven Spielberg
con
Munich (ma
anche
Minority Report
aveva il suo piglio polemico sull’attualità) dà il suo apporto ad aumentare il
dubbio sulla legittimità di usare la violenza per sconfiggere un nemico che si
fa sempre più grande, proporzionalmente, al sopruso occidentale. Il nemico qui
ha un corpo ben definito, una storia e una vita propria, parallela e
convergente con la nostra, e perciò vale tanto quanto la nostra. Spielberg non
ha dubbi nel denunciare l’assoluta assurdità della legge, quando essa è
sbagliata, poiché il diritto dell’uomo viene prima di ogni cosa.
Il protagonista di Munich è un’agente del Mossad, incaricato insieme a
un manipolo di altri uomini di decapitare le cellule di Settembre nero,
responsabile della strage delle Olimpiadi di Monaco, dove persero la vita 11
atleti israeliani. L’agente speciale attraversa un crisi di coscienza vedendo
spuntare attorno a sé cadaveri di presunti nemici e vecchi amici. Anche qui il
soldato viene crocifisso dalle superiori decisioni dello stato, dall’amor patrio
trasformato in vile ricatto e dallo spirito di sacrificio che grida vendetta. La
conclusione avviene a Manhattan sullo sfondo mancato delle Twin Towers, dove il
soldato “tradisce” la patria per riprendersi la propria libertà.
Ma Spielberg suggerisce che questa non durerà molto, perché i fantasmi di
Settembre nero torneranno presto, contro quello stesso rifugio di libertà che il
protagonista ha scelto come esilio volontario. Proprio perché l’Occidente non ha
smesso di abusare del suo potere in Medio Oriente.
«V per vendetta», parabola di un nichilismo passivo
Il culmine di questo sentimento d’oscurità e di minaccia incombente lo
raggiungiamo con un film che non rispetta i canoni del realismo di denuncia di cui abbiamo parlato sinora. Senza dubbio, però,
V per vendetta
raccoglie le angosce e le istanze di tutti i film precedenti. La distopia
creata da Alan Moore, ripresa per la pellicola dai fratelli Wachowski
(attraverso moltissime convergenze con il fumetto ma allo stesso tempo
attenta narrativamente alle esigenze dello spettatore medio) e diretta da
James McTeigue, è la materializzazione dello stallo politico che stiamo
vivendo. Il mondo di V per vendetta ricalca i modelli di 1984 di Orwell e Il
mondo nuovo di Huxley. L’eroe eponimo (che si
fa chiamare solo V) non è, però, una vittima inerme dell’autorità dispotica e
repressiva, bensì un terrorista che incrocia la ricerca della sua vendetta
personale con la sollevazione popolare al fine di rovesciare il regime in
carica. La caratterizzazione del protagonista pone in dubbio la semplice
identificazione col personaggio poiché quest’ultimo altro non è che un bombarolo.
Seppure giustificato pienamente nel suo percorso di nemesi dalla trama, rimane
in piedi la questione del come il sistema sia così irrimediabilmente immutabile
da far apparire la violenza come unica soluzione possibile per attuare un
cambiamento.
La differenza sostanziale tra la graphic novel di Alan Moore (disegnata dal
coautore David Lloyd) e il film è proprio nell’epilogo (anche se ci sono
altre digressioni e riflessioni assenti nel film): il livello di eversione
virtuale si concretizza infatti nell’esplosione del palazzo di Westminster - la
più antica sede delle istituzioni democratiche al mondo e la culla del
liberalismo moderno. La distruzione del feticcio se si avvicina a Zabriskie
Point di Antonioni (allora c’erano i Pink Floyd come colonna
sonora, qui troviamo di nuovo un simbolo di quegli anni in odore di rivoluzione,
i Rolling Stones) allo stesso tempo si pone agli antipodi della poetica
del regista ferrarese perché in V per vendetta manca assolutamente una
pars construens nel discorso filmico. C’è solo il nichilismo negativo
dell’annientamento, senza alcun orizzonte ideale. Triste attualità, potremmo
aggiungere.
Una parola su tutto, «The New World» di Terrence Malick
L’incerta cavalcata attraverso la recente produzione cinematografica
americana contestataria sembra trovare un netto contrappunto nell’autore,
ovviamente americano, che si pone agli antipodi di tutti quelli che abbiamo
incontrato sinora. Un artista, Terrence Malick, che in trent’anni
di carriera ha girato quattro film (i primi due sono degli anni Settanta, La
rabbia giovane - Badlands con Martin Sheen e I giorni del cielo -
Days of Heaven, protagonista un giovanissimo Richard Gere) ha
rilasciato una sola intervista e nell’unica fotografia reperibile che lo ritrae
porta un cappello che gli copre mezza faccia. Quando nel 1998, dopo ventidue
anni, ha deciso di tornare a dirigere un film con La sottile linea rossa,
le stelle di Hollywood lo hanno implorato di concedere loro anche solo una
porticina (lo stesso Clooney ricopre un ruolo striminzito) anche a
costo di vedersi ridurre il cachet (tra i nomi di spicco anche John Travolta
e Viggo Mortensen al quale, tra l’altro, venne anche tagliata la
parte).
Quando tutti vanno a Oriente per guardare dentro il ventre molle della nostra
democrazia, Malick dirige la sua nave verso Occidente, per trovare l’Altro. E ci
porta in Virginia, ai primi del XVII secolo quando gli inglesi sbarcarono sulle
coste di una terra vergine e inesplorata, il
The New World - Il
Mondo Nuovo
del titolo. Dov’è nata l’America, si chiede Malick? Da uno scontro di civiltà, è
la risposta. E da uno scontro tra natura e cultura, tecnologia e primitività. E
come uno sciamano in trance, Malick si getta a capofitto nei misteri e nelle
ombre dei suoi avi per ritrovare l’energia taumaturgica primigenia. Lungi da lui
pensare a uno sguardo paternalistico sui nativi, perché Malick, qui, è un
nativo.
Rifulge di splendore e mistero l’Altro, il diverso, e Malick è lì, nel mistero
della natura rappresentato dagli “amerindiani”, in osmosi con una natura dove il
tempo giudaico-cristiano non esiste, mentre esistono solo le stagioni, il sole e
la luna. La macchina da presa, quasi del tutto svincolata dalla prospettiva
umana, vuole viaggiare a ritroso e ritrovare l’antica consonanza dell’uomo con
gli elementi della madre terra. L’occhio di Malick pare divino, onnipotente,
estatico, ma allo stesso tempo testimone di morte. Si incanta ad ascoltare una
lingua scomparsa e ci porta a vedere ciò che la nostra civiltà ha distrutto. Non
resiste alla malinconia e si strugge nell’osservare il pellerossa nel giardino
inglese dalla natura addomesticata (il capotribù si avvicina agli alberi dalla
forma artificialmente piramidale e li tocca per constatarne la consistenza)
anche se sono soprattutto gli inglesi a soffrire la distanza da uno stato più
prossimo alla natura (l’inverno viene preannunciato dall’immagine fulminea di un
esilissimo ragno a sei zampe che cammina su un ramo muschiato, simbolo della
natura come madre-matrigna per i coloni) affannandosi a uccidersi e a
cannibalizzarsi in una terra a loro ostile.
Il respiro del film è quello del vento tra gli alberi, lo sguardo, quello dei
cerchi concentrici nell’acqua, il primo elemento che entra nella visione, l’alfa
della vita umana. The New World – Il Mondo Nuovo, infatti, è un film che
vuole mostrare ciò che non si può più vedere, sentire o toccare, ciò che
abbiamo irrimediabilmente perso. Il fuoricampo è il locum magnum del
film, la figura retorica che Malick adopera maggiormente. Ed è un fuoricampo
narrativo più che sonoro o visivo, perché la macchina da presa sembra davvero
libera da ogni vincolo di sintattica narrativa, che pure c’è – dato che qualcosa
accade – ma solo perché lì, in quel momento, si trovano i protagonisti. Il
flusso di immagini fluttua attraverso le foreste, gli alberi, i fiumi, le alte
distese di erba, senza ritegno per la storia che è ampiamente codificata,
immessa nella tradizione fondativa americana e quindi del tutto immobile nella
sua fabula. Malick, tuttavia, non ha paura (e il rischio di rivisitare
una leggenda utilizzata anche dalla Disney era veramente alto), perché lui
è “in un altro luogo”, sta celebrando un rito panteistico, quasi implorando la
natura di perdonarci. Malick ne resta sommerso, e noi con lui. La natura ci
assale, ci divora tanto sublime è la sua bellezza. Scorre inesorabile e senza
pietà, perché le sue leggi non sono leggi umane e il tempo è un vettore
circolare dominato dal ciclo nascita-morte e di nuovo nascita.
Chi muore in questo scontro di civiltà? Chi non sa adattarsi, ma, anche, chi
abbraccia l’Altro. Pocahontas e, idealmente, il capitano Smith, perché rinuncia
al suo amore. Ma, come abbiamo detto, la natura vince su tutto, e ciò che
veramente importa e che “nostro figlio viva”, come dice Pocahontas sul letto di
morte, il figlio cioè dell’unione tra la principessa e il colonizzatore, il
frutto dello scontro e dell’incontro. La palingenesi dell’umanità, questo ci
preannuncia il Mondo Nuovo (quello passato o quello futuro?) non il riformismo
delle istituzioni, non i compromessi della democrazia, tutto ciò non sembra
possibile al poeta Malick e, tristemente, il mondo d’oggi pare dargli ragione.
(20/05/2006)