Ricordando
Leonardo Sciascia. Intervista a Giuseppe Tornatore
di Giovanni Petitti
A vent’anni dalla morte di Leonardo Sciascia ci si chiede quali sarebbero state le sue opinioni sulla disastrata situazione italiana di oggi; nei suoi romanzi o nei suoi interventi saggistici o politici si possono leggere anticipazioni lucidissime.
Vorrei far riferimento a una di quelle nel lungo e interessante resoconto dell’incontro dello scrittore siciliano con gli studenti dell’Istituto Genga il 19 aprile 1980 al Teatro Sperimentale di Pesaro. Spero che trovi, insieme agli altri incontri che i docenti di alcune scuole pesaresi organizzarono nel corso degli anni con scrittori del calibro di Volponi, Primo Levi, Calvino, Eco, Rigoni Stern, presto un editore, per far conoscere a un pubblico più ampio queste conversazioni con i giovani studenti guidati al “Gusto dei contemporanei”. Tra quegli insegnanti c’era Paolo Teobaldi che ringrazio molto per avermi fornito il ciclostilato.
Da quell’incontro cito la domanda di uno studente e la illuminante risposta di Sciascia: “Sono Ferri Fabio della II F. Riallacciandomi al discorso di prima sul pessimismo totale verso il potere, ritiene che ci sia una via d’uscita?”.
Sciascia: “La mia via di uscita è quella di combatterlo. No, che si esca, io direi che è impossibile, anzi credo che andiamo verso forme di potere più subdole, più terribili, anche se meno avvertite. Andiamo verso forme di totalitarismo, quasi indolore, se non per alcuni. L’unica cosa è quella di battersi sempre contro. Questo non varrà a farci uscire, ma per lo meno ci sentiremo vivi nel fatto di combatterlo”.
Nel marzo 1995 incontrai il regista Giuseppe Tornatore. A Nuovo Cinema Paradiso Sciascia aveva dedicato uno dei suoi ultimi scritti, nato sull’onda emotiva della visione del film di Tornatore che gli aveva fatto vivere un amarcord molto personale e lo aveva profondamente commosso.
Da quella conversazione rimasta inedita, parte della mia tesi di laurea su L’influenza del cinema nella narrativa di Leonardo Sciascia, ho estrapolato gli elementi dedicati allo scrittore siciliano.
Giovanni Petitti -
Come avvenne l’incontro con
Sciascia, che dopo aver visto
Nuovo Cinema Paradiso scrisse C’era una volta il cinema?
Giuseppe Tornatore - Il primo incontro fu nel 1983 o nel 1984. Lo chiamai io e gli chiesi se mi rilasciava un’intervista per un programma televisivo che all’epoca feci per la Rai, che si chiamava Scrittori siciliani e cinema, composto di quattro puntate: Pirandello, Verga, Brancati e Sciascia.
Ci incontrammo, fu molto gentile, parlammo molto di cinema e di letteratura, disse cose molto interessanti. Poi, non l’ho mai più visto, anche se ho seguito sempre la sua produzione letteraria e giornalistica. Subito dopo l’Oscar o la presentazione di Nuovo Cinema Paradiso a Cannes, l’editrice Elvira Sellerio mi chiese di pubblicare la sceneggiatura del film, io ne fui lieto e accettai. A un certo punto si parlò dell’introduzione al libro, e di chi l’avrebbe potuta scrivere. Io dissi che mi sarebbe piaciuto moltissimo far vedere il film a Sciascia, e nel caso lo avesse interessato, avere da lui uno scritto. Lei lo contattò, Sciascia si ricordò di avermi incontrato per l’intervista sul cinema, allora lo chiamai a Milano, dove era già costretto alla dialisi. Mi disse delle difficoltà fisiche: a salire i gradini dei cinema e a rinunciare al fumo, io allora gli promisi di organizzare una visione privata del film in un cinema comodo, senza scale e dove, essendo da solo avrebbe potuto fumare quanto voleva. Organizzammo la proiezione al cinema Odeon di Milano, dove io non potei andare perché stavo girando qualcosa. So che lui ci andò con alcuni suoi amici: Vincenzo Consolo, Matteo Collura, la moglie e credo anche Domenico Porzio.
Vide il film, io lo chiamai e parlai sia con la moglie che con lui, e mi disse subito: “Che bel film, sono ancora commosso”, e aggiunse: “Fai sempre film sulla Sicilia, non fare mai film che parlano d’altro, perché questo è il segreto del successo, ha portato fortuna a me e ad altri”. A quel punto disse: “Scriverò delle cose, poi ti faccio leggere”, e scrisse. In quel periodo collaborava a La Stampa, il quotidiano che diceva di amare più di ogni altro; quelli del giornale gli chiesero di pubblicare le pagine che aveva scritto di getto dopo la visione di Nuovo Cinema Paradiso, la Sellerio gli disse che avrebbe potuto rivederle e svilupparle in seguito per il libro. L’articolo fu pubblicato dalla Stampa, ma prima di poterlo sviluppare Sciascia morì. Il testo fu raccolto in Fatti diversi di storia letteraria e civile, alla sceneggiatura del film venne premesso uno scritto di Consolo che ricorda quell’episodio.
Le cose andarono così, a Sciascia il film piacque molto, come mi raccontò anche Consolo che mi disse: “Leonardo quando ha visto il tuo film si è commosso, alla fine del film ha pianto”.
G.P. - Il riferimento al cinema e all’autobiografia di Frank Capra che Sciascia faceva nel saggio, a proposito di Nuovo Cinema Paradiso, le fece piacere, lo ritenne pertinente?
G.T. - Sì, lui addirittura nello scritto diceva: “Ma forse Tornatore non lo conosce nemmeno”, io in realtà conoscevo l’autobiografia di Capra, che poi in seguito a questa sua puntualizzazione ho riletto più attentamente: non mi stupì che avesse trovato questa sorta di analogia con Capra.
G.P. -
Mi può parlare del documentario
Scrittori siciliani e cinema
per il quale intervistò Sciascia?
G.T. - Era un programma televisivo che mi commissionò la sede regionale siciliana della Rai. Bisognava affrontare le opere letterarie di quattro scrittori siciliani che erano stati spesso utilizzati come spunto per opere cinematografiche. Mi sono rivolto ai quattro che sono stati più sfruttati, cinematograficamente parlando: Verga, Pirandello, Brancati e Sciascia, naturalmente, con interviste ai registi o agli sceneggiatori che avevano scritto ispirandosi più o meno apertamente alle loro opere. Naturalmente la puntata di Sciascia era particolare, perché il diretto interessato poteva testimoniare direttamente. Nella lunga intervista che lui mi rilasciò e che è alla base del programma si parlava di questo rapporto tra cinema e letteratura e di come lui vedeva questo tipo di argomento, del come aveva vissuto le trasposizioni cinematografiche dei suoi libri; ne avevamo parlato molto, aveva detto cose molto belle, molto curiose. Disse tra l’altro che il suo amore per il cinema aveva influenzato il suo modo di scrivere. Sosteneva che i suoi libri avevano strutture narrative influenzate più dalle strutture del raccontare cinematografico che dalla narrazione letteraria classica. Diceva che alcuni suoi libri erano proprio delle sceneggiature, perciò capiva perché i registi gli chiedessero spesso i diritti per farne delle trasposizioni filmiche.
G.P. - Lei ha mai pensato di lavorare partendo da un testo sciasciano?
G.T. - Io ho un amore nascosto da tanti anni, nascosto relativamente perché molti produttori lo conoscono, ho sempre desiderato fare Il consiglio d’Egitto, perché è uno dei suoi libri più geniali, però non è stato possibile perché è troppo costoso, i produttori hanno paura e non si è mai fatto. (Il consiglio d’Egitto venne poi girato con un budget limitato da Emidio Greco nel 2002, n.d.r.)
G.P. - Tornando al suo documentario sugli scrittori siciliani, volevo sapere se di Brancati aveva analizzato anche l’attività di sceneggiatore.
G.T. - Sì, perché in fondo erano quattro scrittori che rappresentavano quattro approcci diversi al cinema: di interesse ma di diffidenza da parte di Verga, di interesse ma di diffidenza da parte di Pirandello, invece di accettazione o addirittura partecipazione diretta da parte di Brancati e di contaminazione stilistica per quanto riguarda Sciascia. Erano quattro approcci diversi e in una linea evolutiva di avvicinamento a questo nuovo linguaggio, a me interessava proprio questo, quindi avevo anche intervistato alcuni registi che avevano lavorato con Brancati.
G.P. - Che le disse Sciascia a proposito dei film tratti dai suoi libri?
G.T. - Ne parlammo specificatamente, lui diceva che anche quando un film è tratto da un libro, il film non deve rispettare pigramente il raccontare letterario, e che essendo il cinema e la letteratura due linguaggi completamente diversi, dovevano rimanere due cose diverse.
Mi ricordo che diceva: “Se un regista prende un libro e lo trasferisce pari pari sullo schermo, si limita a essere solo un volgarissimo illustratore”. Poi aggiungeva: “È nell’infedeltà al testo letterario che il cinema può dare il meglio di sé”. A tal proposito portava l’esempio di Petri dicendo: “Mi rendo conto che quando fece Todo modo Elio Petri fu folgorato da questa immagine del rosario nel cortile dell’albergo di Zafer e che tutto il resto l’ha fatto sulla base di una sua idea”. “Alla fine Petri - continuava Sciascia - ha preso il mio libro soprattutto per questa folgorazione ma è stato più fedele a Pasolini che a me, perché lui ha fatto il Processo al Palazzo”.
Sciascia riteneva che il migliore rapporto tra cinema e letteratura fosse quello mediato dall’infedeltà e non dalla fedeltà, e diceva anche che tutte le volte che gli era capitato di cedere i diritti dei suoi libri per un film non si era mai voluto occupare della sceneggiatura, aveva soltanto fatto belle chiacchierate con i registi e poi li aveva lasciati liberi di fare quello che volevano senza pretendere un certo rispetto che lui considerava alla base di una non felice trasposizione cinematografica. Era molto moderno il suo modo di vedere questo argomento.
G.P. -
Cosa le raccontò della sua
esperienza di sceneggiatore per il film
Bronte
di Vancini?
G.T. - Mi disse che fu una bellissima esperienza, con Vancini e con Carpi, mi raccontò come lavoravano: parlavano a lungo, poi lui buttava giù tutto in forma di dialogo e Carpi lo modulava, trasformandolo in sceneggiatura. Mi confessò anche che quell’esperienza l’aveva fatta più perché amava l’argomento che non perché fosse stuzzicato dal fare lo sceneggiatore.
G.P. - Forse Sciascia si identificò nel piccolo protagonista di Nuovo Cinema Paradiso in cui rivide l’autobiografico personaggio della Zia d’America; lei ha preso spunto da quel racconto?
G.T. - Nel film ci sono anche punti di contatto con i suoi ricordi d’infanzia, che lui non aveva ancora scritto all’epoca del film: lo zio che faceva il proiezionista e lui andava in cabina a rubare i pezzetti di pellicola, elementi che all’epoca non conoscevo neanche io. Ma ci sono molti aspetti descritti nei suoi racconti ambientati tra gli anni quaranta e cinquanta, che sembrano succedere in Italia dappertutto allo stesso modo, questo forse serve a spiegare il successo di certe opere letterarie e cinematografiche.
Quando lessi Sciascia per la prima volta riconobbi molte atmosfere del mio paese, perché i personaggi erano gli stessi. Questo mi legò particolarmente alla sua narrativa sin dall’inizio della mia esperienza di lettore, e così seguii anche la sua produzione più intellettuale e più politica. Il suo modo di “ragionare”, per citare proprio le sue parole, mi ha sempre folgorato, devo dire che in questi anni di sconvolgimento politico, come cittadino ho sentito molto la mancanza di un uomo come Sciascia e il fatto che sia dimenticato o addirittura umiliato da parte di certi pseudo-intellettuali dell’ultima ora, mi ha molto addolorato, come nella ignobile polemica di Vassalli ed Arlacchi (Il regista fa riferimento a degli articoli apparsi su La Repubblica in quei mesi dove i due criticavano Sciascia, parlando di monumentalizzazione dei personaggi dei mafiosi nei suoi romanzi e di atteggiamento poco chiaro nei confronti della mafia, n.d.r.). Non per un fatto personale, ma proprio perché credo che la levatura di un personaggio come Sciascia sia stata altissima. Credo che il suo sia stato anche un grande contributo a capire le cose e soprattutto che sia una testimonianza al di sopra di ogni sospetto. Il fatto che poi qualcuno abbia tirato fuori queste elucubrazioni fantasmagoriche su di una sua presunta non chiarezza nell’atteggiamento nei confronti della mafia, io l’ho trovata una allusione e una polemica degna figlia dei tempi orrendi che stiamo vivendo.
G.P. - Oltre a questo sostrato comune nella vita della provincia italiana e siciliana in particolare, lei ha preso un preciso spunto dalle descrizioni del pubblico cinematografico che Sciascia faceva in La Zia d’America?
G.T. - No, non c’era un riferimento preciso. Quando lessi il brano di Sciascia mi resi conto che il mio film ricordava il suo racconto, ciò mi fece piacere, ma non c’era stata una volontà. Nei miei film questo mi capita spesso, alcuni vi vedono citazioni alle quali non avevo pensato, e devo dire che quando capita è abbastanza piacevole.
G.P. - Nei suoi film c’è spesso una contrapposizione tra presente e passato…
G.T. - Il cinema è una straordinaria macchina del tempo, anzi uno degli elementi che personalmente più piace è che attraverso il cinema si può recuperare un certo aspetto del passato che in qualche modo ci è anche anagraficamente estraneo, è uno dei giochi del cinema che mi stuzzica e mi affascina di più.
G.P. - Che ne pensa del saggio sciasciano La Sicilia nel cinema?
G.T. - Era molto lucido, mi piacque molto, era già in quegli anni, anticipatore di giudizi, di temi rispetto a questo argomento che si è sempre più ingigantito. Aveva già capito che la Sicilia era un luogo così ricco di provocazioni ispirative per gli autori di cinema, da produrre una filmografia abnorme. Quindi aveva sentito il bisogno di dividere le opere dettate da una pura voglia di conoscenza e di analisi, da quelle che invece non facevano altro che sfruttare commercialmente quello che della Sicilia finisce per essere solo un aspetto folcloristico. Lui diceva che la prima categoria di film si riduce a pochissimi titoli, ne citava uno o due se non sbaglio: Salvatore Giuliano e qualche pellicola di Germi.
G.P. - Nel suo documentario Il cappello a tre punte che percorso ha seguito per analizzare questa enorme quantità di materiale filmico sulla Sicilia?
G.T. - Ho seguito un percorso molto semplice: sono andato oltre i film che hanno come tema la Sicilia. Ho scavato anche tra le migliaia di film che hanno un piccolo aggancio alla Sicilia: un personaggio minore, una battuta, una fotografia, eccetera. Ho cercato questi, per tentare di dare corpo a quella immagine della Sicilia che il cinema ha costruito inconsciamente.
Se si contano tutti i film dove ci sono elementi legati alla mia regione ne viene fuori un dato: in tutto il mondo non esiste un’altra terra relativamente piccola come la Sicilia che abbia ispirato un tale numero di opere. In rapporto, nemmeno il West ha ispirato tanti film. Naturalmente nel mio documentario, pur spaziando nelle cinematografie straniere, il discorso non si è esaurito, ci sono linee di ricerca che possono anche essere approfondite da altri. La mia è una provocazione, un inizio.
G.P. - Oltre al Consiglio d’Egitto non ha mai pensato di trasporre libri di altri autori?
G.T. - Sì, un libro si Stefan Zweig intitolato Novella degli scacchi mi sarebbe piaciuto trasporlo, poi c’è un amore irrealizzabile, un sogno nel cassetto, Cent’anni di solitudine di Marquez. Ma non si potrà fare mai, anche perché lui non cede i diritti a nessuno, e probabilmente ha ragione. Sarebbe difficile farne un film grande come il libro.
G.P. - Tra i film che parlano di Sicilia, qual è quello che ne dà un’immagine più vera?
G.T. - Devo dire che il primato, e non sarò originale, va a Salvatore Giuliano di Rosi. Sono perfettamente d’accordo con ciò che scriveva Sciascia. Poi ci metterei i film siciliani di Germi: Divorzio all’italiana, Sedotta e abbandonata e In nome della legge. In Sedotta e abbandonata c’è un aspetto della Sicilia che non aveva raccontato nessuno, credo che sia il suo film più pirandelliano, un film che rivisto oggi ha una forza narrativa straordinaria e fa capire più cose della Sicilia di quanto non possano fare trecento film sulla mafia girati in fretta e furia in provincia di Roma.
(13/12/2009)
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