Raccontare la storia rimossa.

Intervista a Gianfranco Pannone

 

di Paolo Fragomeni

Gianfranco Pannone, classe 1963, ha fatto del documentario la sua idea di cinema. Autore di numerosi lungo e mediometraggi, nonché docente di cinema documentario, è tra coloro che hanno preferito quel cinema che, per dirla con Comolli, “si confronta frontalmente” con la realtà. Al centro dei suoi lavori c’è spesso il tema dell’identità nazionale. Lo aveva già dimostrato con la trilogia americana (Piccola America, 1991, Lettere dall’America, 1995, e L’America a Roma, 1998) in cui il nuovo mondo diviene specchio mitico di storie pubbliche e private specificatamente italiane. Ma sono due lavori più recenti che indagano alcune ferite mai rimarginate della storia nazionale.

Con Latina/Littoria: una città (2001), vincitore come miglior documentario Torino Film Festival 2001, e con Il sol dell’avvenire (2008), presentato al festival di Locarno e ingiustamente accusato di offendere la memoria delle vittime del terrorismo di sinistra, Gianfranco Pannone approfondisce il discorso dell’identità storica e politica del paese in un percorso che mette a confronto il passato con il presente. Attraverso le vicende di uno scrittore comunista e del sindaco orgogliosamente fascista di Latina, o tramite i racconti degli ex brigatisti e dei militanti del Pci di Reggio Emilia, i due film indagano un passato che per ragioni politiche e ideologiche è stato troppo spesso taciuto. Se Latina/Littoria documenta le circostanze legate all’approvazione del nuovo piano regolatore della città per “raccontare come governano le nuove destre” e capire come sia possibile che oggi, in Italia, perduri un fascismo strisciante e nostalgico, Il sol dell’avvenire raccoglie invece le testimonianze di ex brigatisti ed ex militanti comunisti per tentare di comprendere come sia nato, intorno agli ambienti del Pci emiliano, uno dei nuclei più violenti delle Brigate Rosse. Con un punto di vista dichiarato ma libero da pregiudizi, Pannone guarda la realtà e le persone con uno “sguardo orizzontale”, senza alcuna tesi precostituita.

 

Frame OnLine - Latina/Littoria: una città e Il sol dell’avvenire sono due film che indagano sulla rimozione delle radici storiche e politiche di alcuni momenti della storia nazionale: le origini fasciste di Latina e i legami delle Brigate Rosse con il Pci. Cosa l’ha spinta in tale direzione?
Gianfranco Pannone -
È giusto parlare di rimozione: esiste un rimosso politico nella storia del nostro paese. Questo è il filo rosso che accompagna un po’ tutti i miei lavori dagli inizi degli anni Novanta: il rapporto difficile e controverso dell’Italia con la sua storia recente. Può valere per il fascismo, per gli anni di piombo, ma anche per tangentopoli. Stranamente questo è un paese che lascia ferite aperte che non rimargina. Quindi, ogni volta che si vanno a toccare queste ferite, il corpo è sempre dolorante. Questo io l’ho vissuto raccontando il fascismo in una provincia come Latina e la parabola di una parte delle Brigate Rosse in una provincia come Reggio Emilia. In entrambi i casi ho incontrato reazioni scomposte da parte del mondo politico-culturale che ha visto i film: sono stato accusato sia di filo-fascismo che di filo-brigatismo. Io non sono né un fascista, né un filo-brigatista. Sono un uomo di sinistra, riformista, che crede semplicemente nella necessità di fare conti con la propria storia per permettere al paese di essere più maturo. Sono convinto che l’Italia di oggi sia un paese così allo sbaraglio, così difficile da decifrare proprio perché non sono stati fatti i conti con quella storia. Ecco perché mi sono dato questa missione: raccontare la storia del paese attraverso le vicende della gente comune, indagando in dei microcosmi attraverso alcuni personaggi-testimoni che rappresentano la gente comune.
In Italia la gente spesso è rimasta schiacciata dalla storia perché illusa dai suoi eventi e perché quella storia rimossa si è ritorta contro gli stessi italiani. Oggi paghiamo in termini di confusione politica ciò che accadde negli anni Settanta: c’è una generazione che non vuole fare i conti con quella storia. O perché, come accade a sinistra, dà molto fastidio l’idea che dal Pci venissero anche alcuni brigatisti come Franceschini. O perché, come accade a destra, c’è una sottocultura che ha ancora una visione lombrosiana del mondo, per cui si nega a un ex brigatista, così come a un fascista, di essere prima di tutto una persona. In nome della condanna politica di queste persone non si può ignorare che queste siano individui con un loro vissuto. Io rivendico il fatto di poter raccontare anche storie di persone, di avere uno sguardo non solo politico ma anche antropologico. Mi piace in questo senso collocarmi in una scia italiana che si muove tra due registi per certi versi molto diversi tra loro: Francesco Rosi, che rappresenta lo sguardo politico, e Vittorio De Seta, che rappresenta quello umano e sociale.

 

FOL - La sua appartenenza politica di sinistra influisce sul suo modo di fare cinema?
G.P. -
Influisce molto. Per me ci sono ancora ragioni per essere di sinistra. Certo, in questo momento la sinistra è in crisi dappertutto, non solo in Italia. Mi sembra però che l’idea di un mondo più giusto, di una migliore distribuzione delle ricchezze e del fatto che il bene, prima che privato sia un bene sociale che va goduto da tutti sia ancora importante. Questo discorso sul bene sociale, che in qualche modo è altresì un pensiero cristiano, non può non far parte anche di un’idea di cinema aperta al mondo e non solo cinefila. Penso a Rossellini, il cui cinema era curioso del mondo: la curiosità nasce dalla voglia di capire gli altri in un mondo che non è sempre giusto.

FOL - In entrambi i film lei ha utilizzato anche materiali d’archivio. Qual è il suo rapporto con le immagini del passato filmate da altri?
G.P. -
Ci sono repertori differenti. Il repertorio che io tratto e in qualche modo rendo mio è riconducibile ai cinegiornali, filmati che non hanno un valore autoriale. Mi guarderei bene dal manipolare materiali di natura autoriale in maniera così forte come faccio con i cinegiornali.
Quando feci la trilogia americana riutilizzai i cinegiornali in una chiave più narrativa, adesso invece li adopero in modo più evocativo. In Latina/Littoria l’uso di questi materiali è minimo, limitato alle scene iniziali, e richiama le stagioni che si sono avvicendate nel territorio pontino. Ne Il sol dell’avvenire l’uso dei filmati è molto più evocativo e in qualche modo dialoga anche con le canzoni degli Offlaga Disco Pax, in cui viene raccontata con affettuosa ironia il mondo comunista, la Reggio Emilia legata al mito del “sol dell’avvenire”. L’uso qui è più evocativo anche perché si tratta di documentari di propaganda del Pci. Quel repertorio non autoriale che utilizzo diviene in qualche modo mio.

FOL - Quindi è possibile un gesto autoriale su questi materiali?
G.P. -
Sì, è possibile. Non lo si può fare su tutto, però rivendico il gesto autoriale sui materiali di repertorio che hanno valore giornalistico, illustrativo o di propaganda.

FOL - In Latina/Littoria e ne Il sol dell’avvenire il commento musicale è strettamente legato ai luoghi geografici dei due film: Ambrogio Sparagna è un etnomusicologo e musicista del sud pontino, mentre gli Offlaga Disco Pax sono un collettivo new wave elettronico di Reggio Emilia.
G.P. -
Per me la musica è molto importante, aiuta a coniugare la ratio con l’emozione. La musica non deve diventare come un eccesso di glassa su un dolce, però è importante per alleggerire anche quelle parti di pesantezza che ci possono essere in un documentario quando deve illustrare i fatti oltre a raccontare delle storie. Ma ovviamente la musica non si può limitare a questo; molto spesso accompagna lo stato d’animo delle scene.
Ambrogio Sparagna lavora sul patrimonio della sua zona d’origine ma anche sulle suggestioni musicali portate dal nord d’Italia quando furono bonificate le paludi pontine.
Le canzoni degli Offlaga Disco Pax rappresentano una sguardo generazionale diverso di quello di chi visse gli anni Settanta: è uno sguardo affettuoso malgrado tutto, malgrado gli errori della sinistra comunista. È un punto di vista affettuoso e ironico al tempo stesso, che va a coniugarsi con quella distanza generazionale di chi non ha vissuto quegli anni.
 

FOL - Le canzoni degli Offlaga Disco Pax non si limitano a fare da commento a Il sol dell’avvenire, bensì trovano alcuni spazi di “autonomia” nelle scene in cui il gruppo musicale si esibisce come in una sorta di videoclip. Da cosa è dettata questa scelta?
G.P. -
Il sol dell’avvenire è un documentario sulle radici della sinistra italiana, non un film inchiesta sulle Brigate Rosse. Il peccato capitale di questo film, agli occhi di taluni, è stato quello di dire che i brigatisti non sono marziani venuti da Marte ma persone che – come ha scritto Rossana Rossanda – fanno parte dell’“album di famiglia” della sinistra. Questo album di famiglia evidentemente dà molto fastidio. Allora anche l’idea di inserire dei videoclip che raccontano non direttamente le Brigate Rosse bensì il mito della sinistra al governo, il mito dell’Unione Sovietica con la statua di Lenin a Cavriago e la toponomastica rivolta alla storia del comunismo sovietico, è necessaria nel momento in cui si identificano le Brigate Rosse non come caso isolato ma anche come conseguenza di alcune contraddizioni della sinistra. Bisogna fare i conti con questa storia. E prima di farlo fare in maniera un po’ gratuita o di parte alla destra, sarebbe meglio che a sinistra ci si guardasse un po’ dentro e si ammettessero i propri errori e responsabilità. Da questo punto di vista lo sguardo non poteva non essere freddo, distaccato, per cui oltre alle musiche degli Offlaga Disco Pax ci sono anche le musiche di Rudy Gnutti, brani elettronici molto disturbanti proprio perché è necessario tenere lo spettatore attento, vigile rispetto a una materia così delicata.

FOL - Coautore de Il sol dell’avvenire è Giovanni Fasanella, giornalista e autore di Cosa sono le BR, libro da cui è tratto il film. Come si lavora a un documentario a quattro mani quando uno degli autori non è un regista?
G.P. -
Temo che Giovanni abbia sofferto un po’ più di me, perché la regia è determinante in un film, però mi ha riconosciuto il ruolo di regista fin da subito nel senso di essere una guida. Ovviamente il contributo di Giovanni non si è limitato a una scrittura come può essere quella di un dossier di un documentario. La sua presenza ha accompagnato tutto il film. L’ho avuto affianco in fase di ripresa e di montaggio: spesso ci siamo confrontati, qualche volta non ci siamo trovati d’accordo. Ma Il sol dell’avvenire è qualcosa che abbiamo vissuto insieme dall’inizio alla fine, per cui considero Giovanni un coautore a tutti gli effetti.
Il nostro rapporto collaborativo è stato molto interessante. Magari io ho contribuito con un discorso più autoriale, artistico, attraverso il linguaggio delle immagini, mentre Giovanni era più preso dall’idea di mettere insieme tanti tasselli per comporre un puzzle. E forse il puzzle siamo riusciti a farlo.

FOL - Perché avete scelto di presentare il film al Locarno International Film Festival e non in Italia, ad esempio alla sezione Extra del Festival del Cinema di Roma dove Mario Sesti lo avrebbe voluto?
G.P. -
La scelta è stata molto semplice: ci interessava presentare il film in anteprima mondiale in un festival internazionale. Inoltre temevamo che a Roma, dove c’è una giunta di centro-destra, il film sarebbe potuto essere strumentalizzato. Poi in realtà il centro-destra non ha capito il film. Forse un centro-destra intelligente avrebbe potuto cavalcare maliziosamente l’occasione, ma fortunatamente questo non è accaduto.
Il film era nato per uscire in un clima politico diverso: un anno e mezzo fa non pensavamo che sarebbe potuto cadere il governo di centro-sinistra. Quindi ci siamo trovati dentro altre polemiche: è un po’ come se ci fosse un ragionamento da parte di certa intellighenzia di sinistra per cui, di fronte all’emergenza berlusconiana non ci si deve occupare dei problemi della sinistra. Ma se oggi questa Italia non ci piace non credo che la colpa sia solo di Berlusconi. La colpa è anche di quella sinistra che non è in grado di ammettere le proprie responsabilità storiche.

FOL - Latina/Littoria si basa fondamentalmente sul pedinamento delle persone protagoniste del film. Ne Il sol dell’avvenire invece trovano posto anche diverse interviste. Quando e perché predilige l’una o l’altra possibilità?
G.P. -
A me non piace fare un film solo in un modo. Mi piace realizzare film in chiave di diario intimo-politico, mi piace pedinare e quindi fare un documentario rivisitando l’esempio del cinema diretto, mi piace fare un melange tra intervista e pedinamento. Non desidero muovermi solo su una linea. Da questo punto di vista mi è rimasto il vecchio e caro amore per François Truffaut, che giocava su tanti generi e sottogeneri ma portando avanti sempre un coerente discorso di stile. Mi piace il cinema che si mischia con i generi, che fa i conti con sguardi diversi sulla realtà.
Il motivo per cui ne Il sol dell’avvenire ci sono anche alcune interviste è dovuto al fatto che il film è concepito assieme a un giornalista, che giustamente ha rivendicato la possibilità di lasciare lo spazio a una parte di inchiesta.

FOL - Quando effettua le riprese pensa già a come potrà usarle in montaggio?
G.P. -
Quando faccio le riprese ho in mente un’idea di montaggio che poi, di solito, viene smentita almeno al cinquanta per cento. Il montaggio del documentario è fondamentalmente un montaggio empirico, perché si basa non su una sceneggiatura di ferro ma su un dossier, quindi su un soggetto, su uno “scalettane”. Se non fosse così sarebbe un documentario a tesi o un documentario scientifico. Ma nel caso di un documentario aperto dove – per citare Bill Nichols – uno “sguardo umano” è più importante di uno “sguardo interventivo”, è chiaro che il regista sa che il montaggio si fa scrittura del documentario e che interviene in maniera diversa rispetto alla fiction. Spesso durante il montaggio cadono anche delle certezze, ti trovi a valorizzare alcuni aspetti piuttosto che altri. L’importante è salvaguardare il filo rosso: un documentario narrativo o poetico deve avere un filo che lo conduce, una linea che non è una tesi precostituita ma un percorso fatto sulla base di alcune informazioni e che si completa attraverso la realizzazione stessa del film. Non si gira un documentario andando a caso. Si gira sulla base di quello che interessa raccontare. La realtà non è ciò che vediamo, è ciò che sappiamo vedere. Questo fa venir meno l’idea del documentario come furto della realtà, come improvvisazione. Il documentario è costruzione. Se hai fatto bene lo “scheletro”, è chiaro che poi puoi avere anche delle varianti.

FOL - Come incide l’uso delle tecnologie digitali nel suo lavoro?
G.P. -
Io ho cominciato quando ancora si lavorava in pellicola. All’epoca c’era il Betacam SP ma il livello tecnico non era quello che abbiamo oggi con il digitale. Cominciando con la pellicola ho dovuto concepire un documentario un po’ vecchio stile, molto strutturato e costruito, perché la pellicola costa. Il digitale, anche con l’alta definizione, ha portato una vera e propria rivoluzione nello sguardo sulla realtà: ora possiamo girare molto di più e scegliere al montaggio. Con il pedinamento, ad esempio, il documentario ha bisogno di lunghi sviluppi, di piani-sequenza, per poter portare brandelli di verità allo spettatore. Non si può interrompere un testimone o guidarlo a piacimento. Bisogna seguirlo. Non è il testimone che, come l’attore, si adegua alle esigenze del regista e della macchina da presa, ma è il regista che si adegua ai modi di essere e di agire nella realtà di un testimone. Poi si possono dare suggerimenti, si può anche provocare, ma il regista di documentari non è un burattinaio. Tutto ciò comporta uno sguardo diverso sulla realtà che in Italia non abbiamo ancora imparato a conoscere. Non è importante ciò che vediamo ma ciò che sappiamo vedere e come lo sappiamo esprimere attraverso il linguaggio delle immagini.

(10/01/2010)

 

 

Latina/Littoria: una città

 

 

regia Gianfranco Pannone
soggetto Gianfranco Pannone
sceneggiatura Gianfranco Pannone
musiche Ambrogio Sparagna
montaggio Luca Benedetti
fotografia Tarek Ben Abdallah

interpreti
Aimone Finestra (sindaco)
Antonio Pennacchi (scrittore)
Emanuela Gasbarroni (giornalista)

prodotto da Carlo Cresto Dina, Serge Lalou, Antonio Russo Merenda
produzione Fandango Produzione Cinematografica, Les Films d’Ici, in collaborazione con Telepiù, Planet France, Histerya Film Stoccolma
produttori associati Gianfranco e Giuseppe Pannone per Effetto notte
durata 74 minuti
anno 2001

 

 

Il sol dell’avvenire

 

 

regia Gianfranco Pannone
anno di produzione 2008
durata 77'
origine Italia
produzione Blue Film

 

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