Benedetta
Bonichi, radiografie e riflessioni.
L’arte
come ricerca fuori dagli schemi
di Maurizio G. De Bonis e Orith Youdovich
cultframe - Vuoi
spiegare il senso di questa tua esperienza creativa?
benedetta bonichi - Per me questa
mostra è stata una scommessa. La scommessa è muoversi con rigore e libertà
nel campo artistico, saltando gallerie private e giochi di potere. Voglio fare
l’artista come uno scienziato. Scoprire qualcosa di nuovo, avere
un’intuizione e cominciare a lavorare. Poi, vorrei realizzare degli
esperimenti che provino all’esterno quello che è accaduto dentro di me.
Ho lavorato quasi dieci anni di nascosto e sono arrivata fino al punto di
credere di impazzire. Comunque, c’era anche la sfida pratica. Come si fa ad
arrivare ai musei, a inventare una tecnica nuova, a presentare un discorso
innovativo? Nella mia idea utopica, i miei lavori dovevano essere esposti
semplicemente per stima. Insomma, dovevo riuscire a fare tutto questo senza
sporcarmi e andare avanti solo con la ricerca.
c. - Dunque,
nessuno conosceva il tuo lavoro per dieci anni…
b. b. - Nessuno, solo
Maurizio Fagiolo dell’Arco ha visto le mie cose a Londra, da un mio
vicino collezionista e proprietario di una galleria, al quale ho chiesto di non
dire a nessuno che erano opere mie. Ma poi è nata una catena.
c. - Il modo
anticonvenzionale in cui ti avvicini al mondo dell’arte sembra in connessione
con la tua vita e con il tuo percorso esistenziale. Si può dire che la tua
ricerca era già cominciata quando arrivasti all’università?
b. b. - Credo che la
mia strada sia iniziata addirittura prima. A dodici anni, nello studio di mio
padre, feci dei disegni, dei bozzetti di moda. Disegnai delle donne che erano
ombre. Le immaginai dentro calzamaglie nere, compresa la testa; dentro dei
vestiti che erano antropologici, teatrali. Erano vestiti non tagliati, pezzi di
tessuto, un po’ “alla de Chirico”, abiti che avvolgevano donne che
non c’erano, emblemi, vessilli, cose di nulla.
c. - Dove hai
sviluppato maggiormente il tuo discorso? All’estero?
b. b. - In Germania, in America, in Francia ho trovato
delle linee di ricerca interessantissime. Il mio carattere, la mia passione, la
mia voglia di rompere schemi, mi hanno però sempre creato molti problemi. Vengo
da una famiglia di artisti, saltimbanchi, teatranti, non avevo la pazienza di
fare politica universitaria. E comunque le mie teorie erano totalmente
all’opposto delle regole accademiche. Così in un momento di crisi ho deciso
di utilizzare le mani, di disegnare. Ho iniziato prestissimo. Però provavo
vergogna. Facevo qualcosa e lo nascondevo oppure lo strappavo.
c. - Passiamo
al tuo lavoro attuale. Sembra che l’esperienza artistica e quella esistenziale
siano due elementi fortemente intrecciati nella tua personalità. Dunque,
fatalmente, la tua è un’impostazione filosofica. L’uso della radiografia
come si inserisce in questo discorso? È un punto di partenza, la rivelazione di
qualcosa di oscuro?
b. b. - La radiografia viene usata nell’arte in
collegamento con la malattia e la morte. A parte ciò, io non faccio un uso
estetico di questa tecnica; non credo di essere nemmeno un’artista, almeno se
rispettiamo certi canoni della concezione della figura dell’artista. Per me la
radiografia è il modo più banale di fare qualcosa contro l’estetica, semmai.
L’estetica usa la luce e la luce mostra la pelle delle cose. Quello che mi
interessa è lasciare parlare la materia, e non tramite inganni culturali. Io
non so cosa accadrà quando faccio una radiografia. Questo mi spaventa e mi
incanta. È la radiografia stessa che dice quello che è… se quella carne è
più densa, se la testa si muove, se la persona ha una tensione oppure no.
c. - Esattamente
qual è il nocciolo di questo processo creativo?
b. b. - Io faccio
filosofia. E anche letteratura. Quando riproponi quadri antichi e classici,
letti al contrario, effettui un gioco filosofico. Cosa sono le persone? Sono
fantasmi? Sono reali? Sono vivi? Sono morti? Chi sono? Attraverso le sculture
credevo di aver raggiunto il mio scopo. Però venivo fraintesa. Da lì sono
passata alla radiografia. Ma ci ho messo tre anni. La radiografia è uno
strumento tecnico che si è evoluto nel tentativo di mostrare il meno possibile
nel modo più chiaro. Io volevo mostrare tutto. La pelle, le ossa, i muscoli, i
gesti, gli oggetti, l’aria. Ho dovuto dimostrare di essere credibile, e poi ho
dovuto risolvere difficoltà tecniche. Trovare, ad esempio, i pannelli di un
metro e mezzo per due metri. Così, sono andata da un artista che lavora il
ferro e gli ho chiesto di farmi un chassis grande. Mi ha costruito un chassis
molto rudimentale. Poi ho comprato un pollo sotto casa, ho trovato un radiografo
compiacente che mi ha dato il suo studio e abbiamo iniziato a fare delle prove.
Con le stampe succedevano le cose più incredibili. Quando ho mostrato
all’università questi lavori, il docente di radiologia si è entusiasmato e
ha mi chiesto di lavorare da lui, cercando di risolvere questioni molto
complicate come l’ottenimento di una lastra e il modo di proiettarla su grandi
formati.
c. - La tua
ricerca è quasi un’ossessione per la rappresentazione della realtà. Vuoi
andare in fondo, cercare di capirla. La radiografia apre i corpi, li svela. Per
certi versi il tuo approccio teorico si accosta al cinema di
Greenaway e
alla sua attenzione nei confronti della materia e dei processi di
decomposizione.
b. b. - Il mio più
grande amore è il cinema. Se dovessi scegliere dieci cose da portare sulla
luna, porterei dieci film. Ma ho anche il desiderio di prendere un po’ per i
fondelli, utilizzando un modo diverso per vedere le cose.
c. - I
linguaggi artistici contengono elementi di eversione che non possono essere
ingabbiati. Come mai, secondo te, anche il mondo dell’arte diventa sistema?
b.b. - Per ciò che mi
riguarda nel momento in cui rischierò di essere inglobata nel sistema, smetterò.
Per me non è facile essere ingabbiata. Dico sempre la cosa sbagliata nel
momento sbagliato. Una sera con alcune persone che mi promettevano mostre, ho
detto una frase solo per “picchiare duro”. Mi hanno accusato di essere una
‘cofferatiana’ e un’utopista. Ma non ho detto alcunché. È talmente
facile essere eversivi senza fare nulla di speciale.
c. - Hai mai
pensato anche all’uso di altre tecnologie, come il video?
b.b. - Sì. Ma con il
video, per ottenere quello che voglio, devo essere in grado di far emergere
esattamente ciò che desidero mostrare. La tecnologia dovrebbe essere molto
povera. Bisogna arrivare all’osso.
c. - Ritorniamo
alle radiografie. Le tue opere rappresentano quello che già siamo? Forse siamo
già morti?
b.b. - C’è una
sospensione del giudizio nel mio lavoro. Io radiografo persone vive mentre
esistono. Sta poi a chi guarda giungere a una conclusione. Mi piacerebbe
arrivare al punto che chi vede le mie cose riesca a guardarle proprio come
faccio io. Chi guarda, dunque, potrebbe riuscire a comprendere se chi ha intorno
a sé è vivo o morto. Io mi limito a radiografare.
c. - Ma qual è
il vero elemento di verità in queste radiografie? Non intendi forse tentare di
dare forma alla morte?
b.b. - Il bello della
vita è che c’è la morte. Per questo il desiderio ha un senso; perché c’è
il tempo che lo condiziona. Se il desiderio fosse assoluto, sarebbe privo del
suo stimolo fondamentale, che è quello di lottare con il tempo. La vita è
desiderio… e non ha senso.
c. - Pasolini
diceva che quello che dà senso alla vita è la morte, fattore che arriva a
chiudere un’esistenza come un montatore chiude un film. La morte dà il
montaggio definitivo alla storia di un individuo…
b.b. - Certo, il senso
della vita è racchiuso nel momento in cui si muore. Però si muore ogni giorno.
Se si arriva a considerare ogni giorno come quello in cui si potrebbe morire si
finisce per avere un atteggiamento rivoluzionario. Per questo non possiamo che
essere anarchici e rigorosi.
(01/02/2003)