Danza e “con-temporaneità”.

«In pectore» della compagnia Fabio Ciccalè

di Alessandro Carlini

 

Scrive un ipodotato ballerino del venerdì sera, che nella mischia del Brancaleone di fine Novanta si dimenava, ineffabile nell’autistico agio; e alle feste tuttora si esibisce in autarchici butoh tarantolati; giustificando ogni impaccio con l’immancabile asserzione: “Il senso del ritmo è una convenzione”; salvo poi la metrica del trito enunciato indagare: perplesso dapprima, quindi contrito. Spettatore quasi fortuito di In pectore, gratificato da una agognata agnizione: In pectore è un’opera che, con elegante understatement, esprime valori di ricerca senza chiudersi nella rappresentazione, forzosa o inerziale, della messa in crisi o in abisso di qualche linguistica.
Sei ballerine e Ciccalè, variamente travestiti; in un flusso schizoide di figure: sofferenti, oscene, grottesche, sonnambulari, spassose. Movimenti meccanico-compulsivi o suadenti, circolari e falciformi, ossessivi e liberatori: prendono forza dall’azione e reazione tra i corpi e col pavimento della sala. Principi mutuabili dalle arti marziali; Fabio Ciccalè procede piuttosto per ispirazioni e scoperte personali, in invidiabile autonomia artistica e nel clima disteso e creativo largamente riconosciuto ai suoi corsi-laboratorio. Prevalgono figure lunari, in duetti, assolo e fila: spesso impegnando tutta la visuale, giocando sulla profondità di campo e sulla simultaneità di più azioni sceniche. Organizzazione coreografica che esercita (mostra) il potere di conformare la percezione dello spettatore come su un sovrapposto polittico vivente. Come se più tempi vi scorressero insieme: non il tempo lineare delle narrative, ma la percezione urbana degli spostamenti, dilatata e frammentata, scandita da eventi caotici. (Immaginiamo un orologio il cui avanzamento sia condizionato dai simboli mutevoli che riporta in luogo degli usali ordinali). La scena si fa omologa all’attenzione dello spettatore animale-urbano, ne prefigura e mima la frastagliata strutturazione. Le figurine di In pectore, alludendo a funzioni e disagi sociali, assurgono a personaggi: per poi trasformarsi a tradimento, decomporsi e riplasmarsi in un attimo alle luci di scena. (Immaginiamo un disegno di Grosz di continuo corretto dall’autore sotto gli occhi dello spettatore, per ispirazione, congiunta e sofferta, di artefice e caricature). Una scrittura ballettistica scalmanata e neo-espressionista che si richiama al sempre fertile motivo delle metamorfosi. Il tema della mostruosità reciproca, l’esibizione incurante di corpi allenati ma non scultorei, e una originale sensibilità spazio-temporale sono tra gli ingredienti base di In pectore: spettacolo in cui la plasticità delle coreografie viene di continuo spezzata da moti inconsulti, associata alla fragilità individuale e declinata all’impazzata, in una ininterrotta transazione tra l’armonico e il perturbante. Cedendo a un’interpretazione, forse di parte e chiosante, ma di non facile refutazione, riguardo Ciccalè si potrebbe affermare che riesce in una performance di cinquanta minuti, e senza palesarne l’intenzione, a rappresentare dibattute questioni teoriche dell’arte contemporanea, come effetto collaterale della quotidianità e della sua multiversa sublimazione. Uno spettacolo di danza da consigliare anche ai cultori monistici di altre arti: un cinefilo suprematista, ad esempio, potrebbe reperirvi un efficace antidoto alla noia da neorealismo del futuribile e alla dittatura diegetica spesso esercitata dalle sceneggiature sui significanti corporei; la composizione in quadri non mancherà di suscitare ammirata attenzione tra fumettologi ed esperti di iconografia. E anche ad architetti, e teorici dell’arte, In pectore si lascia raccomandare, per come le intuizioni spaziali si concretizzano, all’improvviso; per quanto vi è di assimilabile all’onnivora categoria del post-moderno nelle instabili statuine di In pectore, capitelli umani, portanti e trasportati. Uno strano e mirabile ente estetico, a metà tra una Bomarzo abusiva, un semi-esorcizzante tunnel dell’orrore, un manicomio itinerante, una improvvisa rinascenza in miniatura dei festspiel, l’avvistamento di menadi alle falde del Citerone da parte della forestale, e la condizione risaputa di cittadino; agitato dal rumore di fondo della meccanicità imperante e dal riaffiorare casuale della bellezza, dalla malsicura sotterraneità delle pulsioni che attraversano i corpi, nei suoi esiti assieme liberatori e deformanti. I sintagmi coreografici di In pectore non appaiono dati da una macchina, narrante o di riproduzione, sottesa quanto ingombrante, nè da inveterata convenzione pre-scenica. Qui, almeno, li si vuole sorgere per vis plastica, dall’impatto figurativo sull’immaginazione personale di una apparentemente libera associazione di movimenti e pose, sospesi tra realtà e coalescenza della realtà nel suo corrispondente psichico; trascorrendo dalla simbiosi al terrore della vicinanza umana, lungo tempi divergenti che si intrecciano e dipanano cadenzati dalla frammentata e incalzante colonna sonora di Da. Mood. Un’esortazione interessata, infine: Ciccalè presenti presto nuovi lavori, o almeno replichi In pectore. Della cui derivata meraviglia si può aggiungere che è duplice: immediata; e perdurante nel conformare aspettative.

(16/01/2005)