Gianfranco de Turris, Claudio Gallo (a cura di), Le aeronavi dei Savoia. Protofantascienza italiana 1891-1952
(Editrice Nord, Milano 2001; 434 pagine, € 15,49)
Questa insolita e ricca antologia
di oltre quattrocento pagine, inventata e curata da Gianfranco De Turris con la
collaborazione di Claudio Gallo, potrebbe anche sottointitolarsi ‘Archetipi della fantascienza italiana’.
Un’antologia che,
oltre a proporre una sostanziosa scelta di racconti divertenti e pressoché
sconosciuti di autori noti e meno noti, ha il pregio di contestualizzarli
criticamente e iconograficamente, restituendoci quasi intatto il sapore di
novità e di ingenua meraviglia che dovettero suscitare all’epoca.
Si crede comunemente, a torto, che il genere fantastico sia
poco frequentato nella nostra letteratura. Questo libro, oltre a sfatare
l’infondato pregiudizio, ci rivela che la narrativa di immaginazione scientifica
e avveniristica godeva, anche in Italia, e già verso la fine del XIX secolo, di
un discreto successo di pubblico. Lungi dal rappresentare una novità, era
seguita con interesse e continuità da una nutrita schiera di lettori, più o meno
acculturati, a livello sia popolare sia borghese.
La sua fortuna coincideva, di fatto, con il diffondersi
sempre più capillare della stampa periodica: da una parte delle riviste di
divulgazione scientifica, dall’altra dei supplementi illustrati, generalmente
settimanali, varati negli anni Novanta da importanti quotidiani a diffusione
nazionale (pensiamo a La Tribuna Illustrata e a La Domenica del Corriere in
particolare).
Ma altri fattori contribuirono al suo successo. Il racconto
di fantascienza, capace di unire l’attrattiva del genere fantastico con la
facilità di lettura della novella naturalistica, nasceva di fatto nell’era
dell’espansione industriale e dell’ottimismo evoluzionistico, dell’alfabetizzazione delle plebi e della scolarizzazione dei ceti medi,
sviluppandosi dal seno della narrativa realistica, suo estremo sviluppo e
superamento in senso fantastico. Erano gli anni in cui la vita pubblica,
spentisi gli ultimi echi delle battaglie risorgimentali, andava faticosamente
riorganizzandosi su nuove basi concrete e ‘positive’, e in cui la coscienza
nazionale, costretta a fare i conti con antiche e insanate lacerazioni, guardava
alla scienza (e alle nuove scoperte che trasformavano sempre più velocemente il
volto delle città e l’esistenza quotidiana degli individui) come alla madre di
ogni progresso, che avrebbe saputo trovare adeguate risposte alle contraddizioni
sociali e politiche del mondo.
Oltre a distogliere
l’attenzione del pubblico dalle inadeguatezze e dalle contraddizioni del
presente, l’immaginazione fantascientifica riusciva a dilatare e a procrastinare l’orizzonte di attesa: aprendo
il vasto scenario delle ‘meraviglie del possibile’, si dimostrava
capace a
corroborare quella fiducia nelle ‘magnifiche sorti e progressive’ che gli
irrisolti problemi del presente avrebbero potuto far impallidire.
Accantonate le suggestioni dell’erotismo e dello
spiritualismo romantico, tra Otto e Novecento, in piena cultura positivista, la
scienza divenne madre di ogni meraviglia: nel 1888 Hertz dimostrava
l’esistenza delle onde elettromagnetiche; nel 1895 Roentgen
scopriva i raggi X, in grado di rendere visibile l’interno di corpi solidi; nel
1905 Marie Curie rendeva pubblica la scoperta del radio e della
radioattività ed Einstein la sua teoria della relatività breve; già nel
1902 Rutherford aveva scoperto la divisibilità dell’atomo ed era riuscito
a scinderlo, mentre Marconi procedeva agli esperimenti di trasmissione di
onde immateriali oltre Atlantico. Verso la fine del secolo si cominciò anche
a discutere di quarta dimensione. Ne parlò per primo l’astrofisico
di Lipsia Friedrich Zoellner, il quale, sulla scorta di Immanuel Kant
e della geometria non euclidea del matematico Riemann, postulò la
necessità di dimensioni ulteriori, sicuramente esistenti anche se inconoscibili
attraverso la normale attività dei sensi, che permettevano di ipotizzare la
permeabilità della materia. Alle sue ipotesi, si associarono Carl du Prel
e il barone Hellenbach e, nel 1909, il russo Uspenski che, in
Tertium organum,
parlava della presenza, nei mistici, nei poeti e negli
artisti, di una “coscienza cosmica” aperta alla quarta dimensione. Questa quarta
dimensione non solo occuperà per decenni il pensiero dei fisici e dei filosofi,
da Minkowski a Einstein, ma nutrirà anche i romanzi utopici e
l’espressione delle arti figurative, mentre una vasta produzione di opere
divulgative e di letteratura fantastica a sfondo scientifico popolerà il mercato
libraio, spesso a opera di noti studiosi come Camille Flammarion.
A tanto affascinanti ipotesi e scoperte si affiancavano
altrettante piccole rivoluzioni sul versante della vita pratica e quotidiana:
dalla diffusione dell’illuminazione elettrica al telefono, dai tramway cittadini
(che sostituivano gli omnibus a cavalli) alla comparsa dell’automobile, dai
primi sottomarini alle prime aeronavi. La realtà sembrava in procinto di
superare la fantasia.
In questi racconti di avventure futuribili, che furono in
grado di far agguerrita concorrenza alle pur popolarissime novelle rosa
d’appendice, ai feuilletton storici e di cappa e spada, la figura dello
scienziato si sostituisce a quella dello spasimante, deluso o vittorioso:
innamorato dei propri alambicchi, assorto nella sua opera di pioniere,
intestardito a violare i segreti della natura, a strapparle gli ultimi veli,
l’uomo di scienza vi appare come un eroe. La tuta spaziale, i volti e le usanze
di esseri alieni, le geografie di mondi lontani rimpiazzano il senso di
spaesamento caro agli affezionati del genere esotico: non a caso molti di
questi racconti di ‘anticipazione’ furono ospitati da periodici quali
Il
Giornale dei Viaggi, Viaggi e avventure per terra e per mare, Il Vascello o
il salgariano settimanale Per terra e per mare.
La Terra, vista dallo spazio, rivela inaspettati scenari, ma
anche risibili meschinità. Soddisfatti di sé, ma già inquieti del futuro, questi
scrittori amano spingere lo sguardo verso prospettive a venire, proiettandovi i
timori del presente, materializzandovi mostri che sembrano emersi dal mondo
onirico degli artisti fin de siècle.
Tuttavia il brivido del mistero, si sa, esercita un’attrazione più
forte della paura. Nel racconto di fantascienza, si cimentarono, sicuri di
essere letti, Luigi Capuana e Massimo Bontempelli, Ercole
Morselli e Paolo Buzzi, Guido e Umberto Gozzano
(giornalista, critico teatrale e scrittore per ragazzi, cugino del più
conosciuto autore dell’Amica di nonna Speranza), i futuristi Fillia
e Rosso di San Secondo nonché una pletora di altri meno noti autori del
tempo.
Tanto prolifica ne fu la produzione e tanto vasta la
casistica immaginativa, che De Turris, nel riproporli, ha sentito la necessità
di radunarli per temi e sezioni: Altri mondi, Invenzioni straordinarie,
Mostri, Domani possibili, Guerre future, Catastrofi,
e via dicendo.
Dalle riviste da cui sono tratti, vengono riprodotte le testatine e alcune deliziose
illustrazioni in bianco
e nero.
Un vasto apparato di notizie, sugli autori, sui periodici e
sulle loro vicende editoriali, insieme alla accurata introduzione rendono il
volume importante anche come strumento di studio, e forniscono allo studioso una
quantità di notizie e informazioni utili a tracciare la storia del genere e a
ricostruire le coordinate letterarie e psicologiche di un mondo che abbiamo
ormai lasciato alle nostre spalle. Proprio la varietà di tipologie proposte ha
inoltre il merito di evocare, nella loro forma ingenua e ‘primitiva’, una serie
di temi o soggetti che il cinema ha poi proposto in chiave e con soluzioni
moderne: utile spunto nostalgico che potrebbe essere utilizzato oggi da qualche
regista sofisticato, capace di rendere l’incanto e la tenerezza che questi
avveniristi d’antan suscitano nel lettore di oggi.
Simona Cigliana, 20/10/2002