Peppe Fiore, La futura classe dirigente

(Nichel, Minimum Fax, Roma 2009; 404 pagine, brossura, 16 €)

 

Dimmi qualcosa, qualsiasi cosa.

L’Italia esiste ancora, sì?

Mi ricordo che settembre mi dava ogni anno

questa strana sensazione di fine della storia.

Certe volte mi sentivo anche un po’ in colpa se ero vivo.

(pag. 119)

 

Negli ultimi anni la narrativa italiana si è trovata sempre più spesso a confrontarsi con quei media, come la televisione e il cinema, che una certa tradizione letteraria tende invece ancora a rigettare come “impuri”. A questo lungo lavoro di avvicinamento hanno senz’altro contribuito esperienze maturate nella seconda metà degli anni novanta - come quella dei “giovani cannibali” e del collettivo Luther Blisset (adesso Wu Ming), o in anni più recenti quella di Giuseppe Genna – in un momento di decostruzione e rielaborazione di un linguaggio e di un modo di narrare che ha cercato di fare tesoro dei mutamenti in corso (penso ad esempio al rapporto tra l’immagine mediatica e la realtà, o alla proliferazione dei punti di vista).

L’io narrante del romanzo di Peppe Fiore sembra essere il prodotto nevrotico di questa sorta di zapping linguistico: un io che tenta in tutti i modi di tenere insieme i cocci della propria esistenza, che non riesce fino in fondo a rinunciare alle promesse di una vita normale – alla famiglia, ad un amore duraturo – per gettarsi definitivamente in pasto alle esigenze dei nuovi palinsesti satellitari. Poiché Michele Botta, eroe suo malgrado di questa epopea tragicomica sulla futura classe dirigente, lavora in una società di produzione televisiva che cambia da un giorno all’altro i propri programmi, passando dal progetto di un reality sui cani intitolato Qua la zampa! a quello di una serie su un fantomatico pornografo di successo degli anni Settanta, di cui si sono improvvisamente perse le tracce. Tra aspiranti sceneggiatrici che devono affittarsi la propria scrivania ed amici fuggiti in Giappone per ritrovare se stessi, il romanzo di Fiore ci racconta di una generazione sradicata – quella degli studenti fuori sede e dei precari – rimasta ostaggio di genitori che si ostinano a immaginare per i propri figli un mondo che non esiste più. E il mondo in cui si agita Michele Botta in preda alle sue manie e ai suoi tic è davvero un mondo spazzato via dalle gigantografie dei politici e dei loro ideali da supermarket, proprio come l’ombra del nascente PD che accompagna i pensieri del protagonista, vera e propria metafora di un’epoca che sente il bisogno del nuovo che avanza, ma che non riesce a far di meglio che riciclare vecchie idee edulcorate. Volente o nolente, Michele Botta deve farsi strada nell’Italia dei nani e delle ballerine, in un paese dove uno come lui – che ha conati di vomito ogni volta che prova l’impulso rabbioso di dire no, di non accettare quello che la comune morale, o forse un certo freudismo precotto, vorrebbero imporgli – è destinato a lavorare nell’ombra e a sfogarsi davanti ai sederi portentosi che si agitano tra i video dei siti porno che frequenta in notturna. Nonostante l’ironia a tratti dissacrante che si sprigiona dalle pagine del libro, la storia che ci racconta Peppe Fiore non può che lasciarci infine con l’amaro in bocca – ma sarebbe meglio dire la bile nel fegato – davanti a questo personaggio che rappresenta il concentrato di tutti i nostri sogni infranti o rubati da una classe dirigente che ha trasformato questo paese in un reality show senza vie d’uscita: un personaggio che non trova essere migliore con cui identificarsi del cagnolino amato/odiato della madre, il cui stato fisico – tendente sempre al peggio – sembra essere sincronizzato con quello di Michele. Proprio così, sincronizzato, poiché tutte le persone che lo circondano – dalle donne più o meno amate ai genitori, passando per i colleghi di lavoro e i politici o gl’imprenditori di turno – appaiono invece come entità fuori sincrono che entrano ed escono dal suo campo visivo, fatte d’immagini sfocate e audio off – tutte le telefonate e le mail che attraversano il romanzo – che l’autore ci aiuta ad intercettare come pezzi di un palinsesto ormai andato in frantumi.

Simone Ghelli, 29/04/2009

 

 

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