Andrea
Fontana, M. Night Shyamalan. Filmare l’ombra dell’esistenza, prefazione
di Luca Barnabé
(Storia e Critica del Cinema, Morpheo, Piacenza 2007; 216 pagine, rilegato in brossura, 14 €)
L’America,
il gioco della narrazione e l’immaginario fantastico: sorprendenti alchimie fra
letteratura gotica (su tutti Nathaniel Hawtorne, Ambrose Bierce e
Washington Irving), le amazing stories tra l’orrore raccapricciante e la
science fiction di H. P. Lovecraft e Richard Matheson, gettate nel
tubo catodico dove filtravano le più disparate suggestioni visionarie. Castelli
maledetti, cavalieri senza macchia e senza paura alla ricerca dell’impossibile e
dischi volanti, sbarcati sulla Terra per cacciare gli esseri umani nel panico e
nel caos, o per imporre loro ultimatum. Un paese sconvolto dall’incubo
del pericolo extraterrestre, dai principi del sospetto, dalla paranoia e dal
fascino indiscreto dell’ignoto soffiato sul grande e piccolo schermo in
molteplici forme. Oggi si ammirano le doti e il talento di una nuova generazione
di artigiani del fiabesco, ideatori di universi personalissimi, story tellers
capaci di affascinare le platee di tutto il mondo. Tra questi, Manoj
Nelliyattu (al secolo Micheal Night) Shyamalan, cineasta di
origine indiana ma con una formazione culturale made in Usa, ricopre un posto
d’onore. Il suo cinema è un passaggio temporale fra una dimensione malinconica,
aliena e disillusa, e una dimensione (altra) di spettri impenitenti, di super (anti)eroi
usciti dalle pagine del nuovo fumetto anni Ottanta; sotto questo cielo di carta
però si nascondono fobie da nuovo secolo, ipocrisie sociali, sistemi di
incomunicabilità imperante. L’indagine condotta da Andrea Fontana mira a
identificare la poetica dell’autore in continuo crescendo, soggetta a scelte
tecniche ben precise (l’imprescindibile apporto dello story board, l’ossessiva
presenza del fuoricampo, quasi un personaggio, uno stile anticonvenzionale atto
a rileggere la lezione del maestro del brivido Alfred Hitchcock, trovando
un compromesso fra autorialità e intrattenimento). Fontana considera i
differenti momenti della carriera del filmaker indo-americano: l’età acerba
degli esordi (Praying With Anger e Wide Awake - A occhi aperti),
la trilogia del soprannaturale (Il sesto senso, Unbreakble - Il
predestinato e
Signs) e il
conseguimento di una maturità (The Village
e
Lady in the Water). Alla base
del viaggio dolente dei personaggi shymalaiani c’è una ricerca: uomini, molto
spesso bambini, perduti nella loro asocialità, costretti ad attraversare i
diversi gironi delle pene per raggiungere la Verità e una specie di redenzione.
Lo sguardo dunque si perde nel pessimismo e nella mancanza di fede, destinati a
crollare con la forza dell’amore. Una lettura assai affascinante è quella
dettata dalle invasioni di Signs, trasmesse da una tv che anni addietro
incantava milioni di spettatori e la stessa che, all’inizio del nuovo secolo,
mostrava sequenze reali da fiction. Signs è un film sulla perdita: di
valori, di fede, di comunicazione, di serenità a causa di un lutto difficile da
rimuovere e di un attacco da altri pianeti dal valore fortemente simbolico (il
titolo non è certo casuale). Scrive Fontana: “La tv, massimo mezzo di
comunicazione di massa, nonché riduzione parziale del senso stesso di cinema, ha
qui un ruolo a dir poco determinante”. Ancora: “È la tv a essere l’unico
strumento di comunicazione con il mondo esterno, la tv è il portale con cui
venire a conoscenza dei fatti del mondo”. Segue più avanti: “Qui la cosa è
amplificata, poiché la tv assume un ruolo assoluto, unico mezzo per introiettare
la realtà esterna, fisicamente lontana, del mondo e degli eventi”. Il saggio è
condotto con passione dall’autore, il quale pensa bene di lasciare la parola a
diversi colleghi, ciascuno portatore di una Verità intima e soggettiva sul
cinema stratificato del cineasta di Philadelphia. Fontana scandisce la sua
analisi in tre sezioni: una biografia, interventi inediti e un’antologia critica
sull’opera del regista.
Ilario Pieri, 01/12/2007