Andrea
Fontana (a cura di), Il cinema americano dopo l’11 settembre
(Morpheo, Rottofreno (PC) 2008; 320 pagine, ill. b/n, brossura, 18 €)
Sono sufficienti poco più di sette anni
per disegnare un quadro storico e concettuale di un evento della portata
planetaria come è stato l’attentato alle Twin Towers? Il taglio degl’interventi,
nonché il curriculum di alcuni degli autori che hanno collaborato alla stesura
del libro – non soltanto studiosi e critici di cinema, ma anche ricercatori in
discipline storiche e politiche – sembrano confermare questa possibilità.
La prima parte, curata da Andrea Fontana, disegna un quadro ampio e
preciso dei film di produzione americana – sia di fiction che documentari –
usciti dopo l’11 settembre 2001, prendendo “in considerazione sia l’evento come
oggetto diegetico […] sia l’evento come fattore sottotestuale” (p. 20). La
scelta di un’impostazione che predilige i riferimenti storici e politici, è
esibita sin dall’inizio del primo capitolo: “il cinema si dimostra essere, in
quest’occasione, il canale perfetto per ritrarre un immaginario collettivo di
fronte a un fatto o a un periodo storico particolare” (p. 25). Dopo una serie di
esempi su come il cinema abbia rappresentato in passato altri eventi – ad
esempio la seconda guerra mondiale – il secondo capitolo del libro passa in
rassegna sia i film che hanno in qualche modo “predetto” l’evento dell’11
settembre, sia quelli che lo hanno direttamente o indirettamente rappresentato.
Il terzo e ultimo capitolo della prima parte si sofferma invece ad analizzare
quelli che sono stati gli effetti più strettamente politici dell’attacco alle
Twin Towers, non solo nella “realtà” – prime tra tutte le conseguenze militari –
ma anche su tutte quelle pellicole che hanno saputo restituirci questo “senso di
assedio” maturato negli ultimi anni. Gli autori del libro condividono l’ipotesi
che sia stato soprattutto il cinema di genere – e in primo luogo l’horror e il
genere “super-eroistico” – ad aver contribuito a mettere in mostra certe
dinamiche – è interessante, da questo punto di vista, l’analisi comparata che
l’autore fa di due pellicole sugli zombie come La terra dei morti viventi
(2005) di Georg e A. Romero e
L’alba dei
morti viventi (2004) di Zack Snyder. Non per questo però
il libro trascura di prendere in considerazione altri territori come il cinema
d’autore o il documentario – il saggio di Guido Levi è ad esempio
dedicato al cinema di Michael Moore – ma è evidente una predilizione per
il cinema di cassetta, o comunque per tutto ciò che può attenere alla sfera
della popular culture, come dimostra l’attenzione riservata alla
serialità televisiva nel saggio di Andrea Fornasiero. Il rischio, con il
quale gli autori fanno onestamente i conti, è semmai quello di vedere il
fantasma dell’evento anche laddove non c’è, poiché, anche se “non rappresenta
una cesura in ambito cinematografico” (p. 17), è indubbio che l’11 settembre
abbia provocato un tale cortocircuito nell’immaginario occidentale da
costringerci a ridisegnarne le coordinate. Per questo mi piace concludere
capovolgendo la sentenza che chiude il saggio finale di Giona A. Nazzaro
– “Il complotto del tempo al tempo dei complotti. Paranoia e cronofobia in 24”.
Forse l’alba di Jack Bauer, che sorge sul nulla, non significa che quella
mattina (l’11/09) non c’era niente da vedere, bensì che abbiamo visto troppe
volte le stesse immagini, e che uno scarto – un “grado zero” – si rendeva
necessario per riattivare lo sguardo. È quello che in fondo ha fatto il cinema,
grazie alla sua capacità di rimodulare la “realtà”, fin dallo splendido film
collettivo
11’ 09’’ 01
(2002), il cui obiettivo era di estrarre almeno un’immagine dall’evento – il
frame che segue agli undici minuti e nove secondi – per interrompere quel flusso
mediatico che aveva annullato ogni fuoricampo – per questo non si può dire, come
fa Eros Torre nella sua “postfazione”, che di quell’evento “ogni persona
al mondo conosce esattamente e ha impresso nella memoria ogni fotogramma” (p.
297). Quel vuoto aperto dal crollo delle torri è stato al tempo stesso reale e
simbolico, ed è nel punto d’intersezione tra i due piani – laddove l’immaginario
prende corpo – che il cinema ha cercato di proiettare la propria luce. Se dunque
all’alba non c’era niente da vedere, è perché il cinema, al contrario della
televisione, ha la necessità di arrivare sempre un attimo dopo.
Simone Ghelli, 18/01/2009
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