Riccardo Guerini, Giacomo Tagliani, Francesco Zucconi (a cura di),
Lo spazio del reale nel cinema italiano contemporaneo

(Le Mani, Recco 2009; 144 pagine, brossura, ill. colori, 14 €)

 

Questa raccolta di saggi, che riflettono su quei film e quegli autori che hanno cercato (e stanno cercando) di restituirci un’immagine non riconciliata del nostro paese, è il frutto di un convegno, dal titolo omonimo, che si è svolto nel maggio del 2007 presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena. Il successo di critica e di pubblico di film come Gomorra (2008) e Il divo (2008) ha prepotentemente riportato alla ribalta il tema dell’impegno etico e politico del nostro cinema – per molti anni relegato nell’ombra a favore di un fondamentale disinteresse verso certe problematiche comuni – e reso più che mai attuale il tema di quel convegno, il cui titolo è stato preso in prestito da uno dei saggi in cui Maurizio Grande ha elaborato il concetto di “testualizzazione del reale”.1

Parlare di contemporaneità in un paese come l’Italia, nel quale il presente vive da decenni sotto il ricatto del passato e dei suoi scheletri, significa gioco forza l’impossibilità di attenersi a facili periodizzazioni – dove e quando comincia la contemporaneità? – ma anche la volontà di non cadere in formule semplicistiche – il ritorno del neorealismo, ad esempio, che s’invoca da più parti ogni volta che appare qualche film di dichiarato impegno politico e civile.

Proprio per questo il volume mantiene volontariamente un carattere seminariale, che non lima le differenze di vedute al fine di ottenerne un progetto omogeneo, di facile catalogazione, bensì ne accentua le differenze, proprio per sottolineare l’attualità di tali tematiche e la necessità di affrontarle con diversi strumenti, poiché ciò che interessa, come riportato nell’introduzione, sono “i rapporti tra realtà, discorso storico e forme della rappresentazione” (p. 11) in un’epoca dominata dal facile citazionismo.

Ai due saggi di carattere più introduttivo di Federico Montanari e di Giorgio De Vincenti – che, anche se partendo da riferimenti diversi, insistono sulla necessità di lavorare tra il reale e i testi, tra la materia e le forme – seguono delle ipotesi di approfondimento sulle opere e sugli autori. Uno dei temi ricorrenti dei saggi è certamente quello del grottesco, già trattato in passato dallo stesso Maurizio Grande, e che attraversa “sotterraneamente” tutto il cinema della commedia all’italiana per poi esplodere prepotentemente negli anni ’60 e ’70, e la cui influenza – soprattutto nella tendenza a smascherare la realtà attraverso l’esagerazione di certi aspetti – è oggi riscontrabile in autori tra loro diversi come Matteo Garrone e Paolo Sorrentino – si veda in proposito il saggio “Generi nascosti ed espliciti nel recente cinema italiano” di Roy Menarini – oppure in Nanni Moretti – a proposito della rappresentazione del presente ne Il Caimano (2006) di cui parla Roberto De Gaetano – per arrivare a Ciprì & Maresco – e a quella che Bruno Roberti definisce “politica dei corpi”. Se in questi saggi il grottesco si propone come una sorta di fil rouge che lega il presente al nostro passato più o meno recente, negli altri contributi questa necessità di affondare le mani nell’archivio storico del nostro paese si fa ancora più esplicita. In particolare il saggio di Marco Dinoi – già pubblicato ne Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema – individua tre occorrenze tipologiche (gl’inserti, i prelievi e gl’innesti) attraverso le quali il reale passa nel testo per essere poi rielaborato, mentre quello di Francesco Zucconi - “Realtà di un archivio familiare. Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi” - esplora il rapporto tra vita e cinema in un film nel quale la realtà dell’archivio familiare si trasforma in “un racconto capace di raggiungere una dimensione pubblica al di fuori della fruizione familiare” (p. 83). Più strettamente interessati all’aspetto “politico” e alla relazione tra gli individui e gli spazi sono infine i due saggi di Giacomo Tagliani “Le conseguenze del vissuto”, sul film Le conseguenze dell’amore (2004) di Sorrentino – e di Dimitri Chimenti “Estraneità, differenza e rinascita. Il cinema di Emanuele Crialese”.

In particolare, quest’ultimo contributo (che non a caso chiude il libro) riesce a focalizzare l’attenzione su un aspetto dal quale oggi la critica e la teoria non possono certo prescindere: la stratificazione visiva che compone la nostra memoria ci costringe a ripensare la rappresentazione del reale come un problema, che “non si esaurisce mai all’interno di un canone compositivo o di una scrittura mimetica” (p. 132).

I più giovani tra gli autori hanno saputo senz’altro cogliere questa preziosa eredità lasciata dagli insegnamenti di Maurizio Grande e di Marco Dinoi, al quale è dedicato questo lavoro, e l’auspicio è che ne arrivino presto altri a intraprendere questa strada, poiché il cinema italiano si sta dimostrando ancora capace di parlarci del nostro paese, e sarebbe un peccato, dopo tanti anni di lamentele, non consegnarlo agli occhi che sappiano guardarlo.

Simone Ghelli, 19/05/2009

 


1 Si veda in particolare Lo spazio del reale nel cinema italiano, in Maurizio Grande, La commedia all’italiana, a cura di Orio Caldiron, Bulzoni, Roma 2003.

 

 

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