Mirco
Melanco, Andy Warhol – Il cinema della vana vita
(Saggi, Lindau, Torino 2006; 173 pagine, illustrazioni, brossura, 19,50 €)
La profezia di Warhol
secondo cui in futuro ognuno avrebbe goduto di un quarto d’ora di notorietà
appare destinata all’unica specie di immortalità sopravvissuta: quella mediatica.
Tutti conoscono le icone dei santi e martiri della fama riprodotti da
Warhol. I film della Factory, invece, sono stati visti da pochi: a me vennero in
principio tramandati oralmente, da informatori inattendibili.
Mirco Melanco,
docente di cinematografia documentaria al
dams di
Padova, è autore di un interessante studio sulle trasformazioni del paesaggio
italiano raccontate dal cinema (Paesaggi passaggi passioni, 1995)
e di numerosi videofilm sul cinema come fonte di storia. In Andy Warhol - Il
cinema della vana vita Melanco ricostruisce, con partecipe perizia, le
esperienze cinematografiche dell’artista americano.
La ricerca della celebrità, che nelle società dello spettacolo è mistica,
compulsione e merce, diventa con Warhol oggetto autonomo di riproduzione. Le
stelle del cinema sono tra i soggetti prediletti di una produzione pittorica che
coniuga iconoclastia inflattiva e celebrazione seriale. A partire dal 1963
Warhol si accosta al cinema in quanto mezzo espressivo. I film girati dalla
Factory, per lo più senza una trama prestabilita e una regia canonica, nel loro
pur lamentabile sperimentalismo passivo sono preziosi documenti di bottega
(e di quella pazzesca Factory spontanea che doveva essere la New York degli anni
’60, evocata da Melanco con gusto).
È un piacere leggere saggi capillari e appassionati come Il cinema della vana
vita, che raccomando con calore. Sono nondimeno alquanto restio a convenire
col suo autore sulla tesi che il cinema di Warhol abbia preconizzato le
innovazioni del digitale, i reality show e il nuovo cinema porno. Non tutte le
analogie sono anche omologie. È legittimo, e volendo rassicurante, affermare che
i tori ritratti dai pittori rupestri del neolitico non intendessero influenzare
Picasso, né tanto meno precorrerne l’opera.
Alessandro Carlini, 25/09/2006