Vittorio Renzi, Kim Ki-duk

(Dino Audino, Roma 2005; 125 pagine, ill., brossura, 12 €)

 

Nel saggio Kim Ki-duk, pubblicato nel maggio scorso dalla Dino Audino Editore nell’ambito della collana I registi, Vittorio Renzi, già autore de La forma del vuoto: il cinema di Joel e Ethan Coen, presenta il regista coreano più conosciuto in Occidente, nonché uno dei più amati. Scoperto dal pubblico occidentale grazie a Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, e poi esploso nel 2004 a Venezia 61 con Ferro 3 – La casa vuota (premiato con il Leone d’argento) è ormai un autore di culto anche in Italia, come testimoniano i recenti successi de L’arco e La samaritana. Il suo immaginario e i suoi temi, però, possono essere compresi appieno solo se si fa riferimento alla sua intera filmografia, che si compone di ben dodici film, molti dei quali difficili da reperire in Italia. Per questo il lavoro di Renzi ha un valore ancora maggiore, mettendo in continua correlazione i film più noti con quelli iniziali, meno conosciuti ma fondamentali per comprendere l’essenza di questo autore che grida forte verso le nostre coscienze nonostante l’apparente mutismo di molti suoi personaggi.
Dopo una rapida ma esaustiva sintesi sulla nascita e sullo sviluppo del cinema coreano nell’arco del Ventesimo secolo in relazione con la situazione storico-politica del paese, Renzi descrive la scoperta del cinema dell’Estremo Oriente da parte dei festival europei a partire dal
caso isolato di Rashomon di Kurosawa, premiato con il Leone d’oro a Venezia nel 1950. Segue un lungo vuoto fino agli anni Novanta, quando i festival di Venezia, Udine, Berlino presentano le opere di diversi registi coreani che ottengono notevoli apprezzamenti. I distributori italiani rispondono positivamente e i film coreani fanno il loro ingresso nelle sale italiane:  esplodono gli autori di quinta generazione, la cosiddetta “Nouvelle Vague coreana”, da Hong Sang-Soo a Lee Chang-Dong a un altro recente autore di culto,  Park Chan-Wook, regista del recente OldBoy (2005).

Attraverso numerosi e significativi esempi l’autore svela il fortissimo fascino del cinema di Kim Ki-duk per mezzo di un’analisi della cinematografia kimmiana per temi e stili, e i loro cambiamenti con il passare degli anni. In particolare sono individuate tre figure ricorrenti del conflitto presente in tutte le opere: il muto, la prostituta, e il cosiddetto “38°parallelo”, che riguarda invece solo due dei film che trattano in modo esplicito la situazione attuale della Corea. Il discorso più propriamente artistico viene spesso accostato a quello storico mettendo in relazione alcune scelte del regista con la difficile situazione politica del paese - che vede tra l’altro l’uso costante della censura, la quale si traduce come ostacolo ma anche come  stimolo per l’arte - e con la cinematografia coreana classica caratterizzata dal melodramma. Del percorso artistico e stilistico del regista, a partire dal primo estremismo per arrivare alla cosiddetta “conversione zen” di
Primavera, estate, autunno, inverno… e, ancor più, di Ferro 3, vengono messi in evidenza il “nichilismo e la cieca disperazione” della prima fase, che successivamente vanno smorzandosi senza però scomparire, accarezzati da un soffio di speranza – Renzi utilizza l’espressione “spiritualità per immagini”.
Ancora, Renzi avvicina alla nostra sensibilità e al nostro immaginario un regista che, pur restando ben lontano nella sua durezza dai modi ammiccanti del cinema occidentale, con esso mostra significativi punti di contatto, sottolineati da alcuni richiami diretti verso opere del cinema europeo.
Renzi mette in relazione i sentimenti che muovono Kim Ki-duk con i sentimenti che ogni uomo prova quotidianamente, ad esempio quelli legati all’incomprensione familiare (a ferire sono spesso madri, figli, fratelli, con il loro agire ottuso e motivato da frustrazione ed egoismo), dando una fine spiegazione delle scene più dure e indigeste ma mai fini a se stesse, e spiegando i paradossi e le esagerazioni dal punto di vista della psicologia dei personaggi. Interpretati come alter ego relegati in un mondo al margine, che vivano in una tenda lungo il fiume, in un quartiere a luci rosse, o nei bassifondi della malavita parigina, di questi sono analizzate le similitudini nei vari film e nei vari anni. Il loro silenzio viene spiegato in una maniera che concorda appieno con la sensibilità del regista, come un atteggiamento autistico seguito a una violenza mai specificata. Senza riserve né sconti, Kim Ki-duk trasferisce nel suo/nostro immaginario il suo vissuto, che l’ha portato a decidere di pronunciare un grido di dolore e di rabbia lunghissimo, muto, e non per questo meno intenso. In questo senso l’autore dà un’interessante spiegazione del disagio provato dallo spettatore nel guardare la violenza (a volte inconsapevole) dei protagonisti, che trova il suo esatto parallelo in quel disagio provato dai personaggi verso quanto li circonda - gli altri esseri umani, ma anche se stessi o quella parte della propria umanità che vogliono rifiutare. La violenza diventa così simbolo della condizione interiore e delle atrocità degli esseri umani, una sorta di stratagemma utilizzato dal regista con una sorta di freddezza priva di qualsiasi traccia di sadismo o depravazione, per mostrare quanto, anche nelle situazioni più terribili, l’uomo riesca a restare aggrappato alla propria umanità.

Nel testo non manca l’indispensabile biografia del regista accompagnata da un’accurata analisi di tutti i film in ordine cronologico, con le utili schede “Dice il regista” e “Dicono del film” e, quando è possibile, la scaletta dei film scena per scena. C’è  anche una parte più tecnica, in cui si esamina il rapporto delle scelte di regia con la pittura, primo amore di Kim Ki-duk, e si propongono osservazioni sulle scelte della colonna sonora e delle “ambientazioni acquatiche”.
I toni rigorosi e insieme appassionati rendono il lavoro affascinante anche per il lettore che meno conosca l’opera del regista, e ancor più per gli esperti che potranno trarne notevoli spunti di riflessione.

Vittorio Renzi vive e lavora a Roma. Oltre che con Frameonline collabora con altre riviste e Webzine di cinema come Cineclick.it e Central do cinema. Il suo saggio ha già ottenuto numerosi apprezzamenti ed è stato presentato alla critica a Venezia 62.

Paola Galgani, 20/10/2005