Osvaldo Soriano, Triste,
solitario y final
(Einaudi, Torino 1991; 165 pagine, € 7,20)
Siamo
nel 1973: i ragazzini del Nomentano tramano di introdursi nelle storie di Topolino.
Ignorano Roger Rabbit, il copyleft
e il sapore dell’elegia. Si appassionano alle comiche presentate da Renzo
Palmer e ai western proiettati dai
preti. Vivono in una ricercata ambientazione vintage e sono troppo giovani per distinguere i western autentici
dalle parodie. I grandi si dedicano, assorti e scontrosi, a certi gialli
americani dalle copertine tutte pistole e ventilatori. Sfogliano distratti i
reportage di Oggi sulla sontuosa
agonia di Chaplin. Vanno di moda la
semiologia e i maglioni a collo alto. John
Wayne ancora non sospetta di essersi ammalato, colpito da pallottole
invisibili nel deserto dell’Arizona. All’altro capo delle Americhe Ernesto
Sabato (che ne Il tunnel enuncia
lo schema di un Don Chischiotte
poliziesco) sta terminando la espantosa
tarea contro la bestia positivista e i suoi personali fantasmi che darà
corpo ad Abadon el exterminator,
monumentale costruzione in abisso. Altman
con un occhio rilegge Il lungo addio
di R. Chandler e con l’altro dirige
un convulso set. Osvaldo Soriano,
giovane giornalista argentino con trascorsi da calciatore dilettante, anticipa
Altman, strappa Marlowe agli
eredi di Chandler e gli offre una parte da protagonista. L’argentino sprofonda
se stesso, il malcapitato detective, Charlie Chaplin & John Wayne (nella
parte dei cattivi!), Stanlio e Ollio
e molti altri personaggi di Hollywood in un libretto malinconico e
travolgente: Triste, solitario
y final.
È un romanzo di centocinquanta pagine scarse e ci si può ritrovare a soffrire
per la sua brevità e ad aver paura del dopo. Come un aneddoto gustoso lo si
vorrebbe condividere prima che possedere e si finisce per prestarlo a forza
senza averlo più indietro. Evoca l’amicizia virile, l’epopea sgangherata,
le sigarette rituali, i gatti adorati e perduti, il whisky, le batoste, le
bionde spudorate, i film che ci capirono,
i sussulti inopportuni di dignità, il tradimento degli eroi dell’adolescenza
e tante altre cose che fanno male e danno senso alla vita. Mette una gran voglia
di emulare le gesta del giornalista ciccione che “parla inglese come Harpo Marx” e vuole scoprire la verità sul declino di Stanlio e Ollio, e dello smilzo investigatore, disincantato idealista e grande
incassatore. Come sarebbe bello guidare spericolati su una strada di L.A., con
la LAPD alle calcagna, gli abiti stracciati, il volto tumefatto, il detective
dalla triste figura accanto. Come sarebbe bello, reduci da una rissa con Wayne e
Rooney, ridere a crepapelle e
sospirare, sentirsi dolci e cinici, pieni di nostalgie e nel pieno della vita. A
differenza di Un’ombra ben presto sarai,
oggetto di una magniloquente riduzione cinematografica a opera di Hector
Olivera, Triste solitario y final non è mai diventato un film.
Ma come girare l’omaggio di un tenero iconoclasta ai miti su cui si è
formato?
Alessandro Carlini, 04/10/2002