El abrazo partido - Labbraccio perduto (2004), di Daniel Burman

 

El abrazo partido di Daniel Burman vede come protagonista Ariel (Daniel Hendler), un giovane ebreo che vive con la madre Sonia (Adriana Aizenberg) e il fratello Joseph (Sergio Boris) a Buenos Aires. Suo padre Elias (Jorge D’Elia) abbandonò la famiglia poco dopo la sua nascita, per andare a combattere in Israele. Questo abbandono, incompreso e difficile da accettare, porterà il giovane a interrogarsi sulla propria identità, e a cercare di ricostruirla, quasi reinventandola. Da qui il desiderio urgente di diventare cittadino polacco, per poter andare in Europa.

Con Ariel scopriamo subito il mondo della Galleria, il suo universo, contraddistinto dalla presenza di negozi dall’aspetto modesto, per i quali il tempo sembra non scorrere e l’omologazione non esistere. La città multietnica pare trasferita in un interno, trasformata in una grande abitazione collettiva. La Galleria assume l’aspetto di un mondo sul quale è possibile gettare lo sguardo e nello stesso tempo essere guardati. È il luogo in cui Ariel osserva le contraddizioni e le trasformazioni del mondo che lo circonda, che cerca di sopravvivere. Al cambiamento in atto, ognuno dà una diversa risposta.
Tuttavia, in quello che è un universo complesso si snodano storie di vita quotidiana, semplici e vere, corali e solidali, ma che rimandano a una visione universale delle problematiche affrontate. Nella Galleria troviamo il negozio di Sonia, in cui lavora anche Ariel, il negozio di Joseph, quello dei coreani, quello di Rita, quello degli italiani che riparano radio, esponenti modesti di un universo in estinzione.

“Mi sento come uno di quei turisti che guardano le vetrine e sanno che non compreranno niente”
: Ariel osserva, quasi estraniato, quel particolare angolo di mondo attraverso le vetrine dei negozi, ma interagisce anche con l’interno, essendone parte integrante. È un incessante dialogo fra il dentro e il fuori, sia fisico che astratto.

Creacionés Elias è il negozio della madre di Ariel, e ogni volta che l’insegna viene inquadrata, essa ci rimanda alla figura del padre lontano, che conosciamo mediante i racconti dei commercianti della Galleria, e che vediamo passare rapidamente in un video realizzato in occasione della circoncisione di Ariel: “Forse aveva fretta di andarsene”.
Quello mostrato, esibito, è uno spaccato di culture, tradizioni, diversità legate dall’esperienza comune dell’immigrazione.
L’uso della macchina a spalla consente il pedinamento del personaggio, rimanda a una realtà consapevole delle sue trasformazioni ma tesa a difendere i propri tratti caratterizzanti. Questo stile registico garantisce, nello stesso tempo, una distanza in rapporto alla storia e una forza di verità quasi documentaristica. Dunque, abbiamo una messinscena fenomenologica e, al contempo, la presenza di riferimenti alla storia del cinema, che ci rimandano alla sua essenza fittizia.
Piacevole la citazione de I girasoli (1970) di Vittorio De Sica. Attraverso la storia raccontata in questo film, Sonia cerca di spiegare al figlio la scelta di Elias di rimanere in Israele.

Le corse in strada di Ariel, invece, denotano il suo legame con una dimensione ancora infantile: le sue sono fughe insensate, impulsive, rabbiose, fughe che parlano di abbracci perduti e della paura di recuperarli, ma soprattutto, nell’aspetto visivo, profondamente emozionanti. Esse ci riportano alla mente la celebre fuga di Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud), protagonista de I quattrocento colpi (1959) di François Truffaut.
Così, se Truffaut aveva trovato il proprio alter ego in Antoine Doinel, Daniel Burman lo torva in Ariel. Daniel Hendler è già stato l’attore protagonista di altri due film di Burman: Todas las azafatas van al cielo (2002) e Esperando al mesìas (2000). Dunque, autenticità e freschezza contraddistinguono la messinscena del regista argentino. Anche quegli elementi che sarebbero potuti diventare facilmente melodrammatici vengono sapientemente raffreddati con l’utilizzo ben calibrato dell’ironia.

L’attore Daniel Hendler impera sulla scena con un meraviglioso sguardo disincantato, capace di affermare, di evidenziare la natura adolescenziale del personaggio, e al contempo di mostrare  il suo coraggio nella ricerca della propria identità, riconciliandosi con le proprie origini e ritrovando, innanzitutto dentro se stesso, un abbraccio perduto.
El abrazo partido
è stato presentato in concorso al festival di Berlino 2004, dove ha vinto l’Orso d’argento per il miglior film e l’Orso d’argento per il miglior attore protagonista. Vincitore anche al festival di Rotterdam 2004 per la migliore sceneggiatura.
Il regista argentino è anche produttore. Tra gli altri, ha coprodotto I diari della motocicletta (2003) di Walter Salles, e nel 1999 è stato produttore esecutivo di Garage Olimpo di Giovanni Bechis.

Giusi De Santis, 15/06/2004

 

 


 

 

Recensione in forma di dialogo tra due spettatori sconsolati

primo spettatore:
Davanti alle splendide sequenze raccontate da Scorsese nel viaggio attraverso il cinema americano (Internazionale) ripenso alle sciatte immagini di El abrazo partido e alla loro pochezza espressiva. Il paragone con i classici hollywoodiani, anche quelli ormai dimenticati, mi fa venire in mente la sensazione di pulizia degli occhi che provo quando, deluso dalle installazioni di una biennale mediocre, mi vado a rivedere Bellini all’Accademia di Venezia. Starò diventando misoneista?
Pedaliamo sconsolati tra le vie di Torino. Dov’è che avevamo letto bene di questo film così spento?

Non possiamo ahimè fare come Moretti dopo Henry pioggia di sangue con il critico interpretato da Mazzacurati (alias Silvestri?), sebbene ci vengano in mente i nomi dei grossi quotidiani dove si parlava di Allen, di ottima recitazione: “non ci fa pesare il suo dolore” – scriveva qualcuno, io direi che non ce lo fa capire tanto è inespressivo. E i bei dialoghi? Ma forse sarebbe più giusto richiedere i sei euro e mezzo ai giurati di Berlino che gli hanno dedicato un Gran premio della giuria e un Orso al bolso attore, un Baldwin ancor più inespressivo, come l’hai definito tu. Anche analizzando solo la trama, il film appare davvero slabbrato, a partire da quella subitanea e invadente voce over che sciorina una banale descrizione dei commercianti della squallida galleria commerciale di Buenos Aires. Il protagonista vivacchia sulle spalle di un vecchio negozio di intimo gestito dalla madre, il padre ebreo li ha abbandonati per andare a combattere in Israele. Lui vorrebbe ottenere la cittadinanza polacca per andarsene in Europa, la nonna non ama ripensare agli anni terribili in quella terra antisemita. La vicenda che vorrebbe essere corale e un po’ bislacca si riduce a una serie di bozzetti mal delineati. L’unica consolazione è ripensare alla sensazione di coraggio e liberazione di quei tre spettatori che se ne sono andati a mezz’ora dalla fine, beati loro.

secondo spettatore:
Diciamolo francamente, con l’ingresso di Dogma e dei suoi adepti la sciatteria fotografica è stata legalizzata, le sgrammaticature
sono diventate cifre estetiche, e così nei festival dilagano opere (anche di autori con la A maiuscola) che fanno rabbrividire, specie se confrontate con quello di un passato nel quale le lacune contenutistiche venivano colmate dal gusto per la composizione dell’immagine e, viceversa, le debolezze formali venivano riequilibrate dalla solidità degli script.

Nel cinema contemporaneo, anche in quello che finisce nelle sale d’essai, vengono spesso a mancare sia la forma che la sostanza. Un esempio? Rosenstrasse di Maragaret von Trotta tanto didascalico nei contenuti quanto televisivo nella messinscena. Ma di questi esempi se ne potrebbero fare tanti altri, specialmente andando a sfogliare i cataloghi di certi festival del cinema di genere che, pur di non venir meno a criteri di onnicomprensività, mettono dentro di tutto di più, anche l’inguardabile.

El abrazo partido non sfugge a questa regola. La macchina da presa è alla costante ricerca della messa a fuoco, chiaro stratagemma (dirà qualcuno) per tratteggiare stilisticamente la precarietà e l’insicurezza del protagonista Ariel, interpretato dal monumentale (nel senso della fissità, non della grandezza) Daniel Hendler. Eppure, nonostante qualche precoce fuga, la maggior parte del pubblico sembra apprezzare le trovate del regista. Boutade da quattro soldi come quella della gara di corsa fra facchini con l’indio che si taglia i lunghi capelli per essere più aerodinamico sono un vero spasso. Ah! Ah! Che ridere! E merita una menzione la scena in cui la nonna del protagonista, che aveva rimosso il proprio passato polacco, ricomincia a cantare le canzoni della tradizione yiddish fino a ripeterle ossessivamente come un disco rotto. Ah! Ah! Che ridere! Ce n’è di che tenersi la pancia. E vogliamo parlare dell’incontro fortuito fra Ariel e il volgarotto amante della madre. Ah! Ah! Da antologia della commedia degli equivoci.
Altro che premio politico di Cannes a Michael Moore. Con
El abrazo partido i giurati di Berlino hanno preso i classici due piccioni con una fava: un importante incentivo a una cinematografia, quella argentina, viva e volenterosa, ma ancora piuttosto immatura, e il solito, oramai un po’ consunto, autodafè sull’olocausto.

Giovanni Petitti e Davide Mazzocco, 11/06/2004

 

 

El abrazo partido - Labbraccio perduto

 

 

Titolo originale El abrazo partido

Regia Daniel Burman

Soggetto Daniel Burman

Sceneggiatura Daniel Burman, Marcelo Birmajer

Fotografia Ramiro Civita

Montaggio Alejandro Brotersohn

Musica Cesar Lerner

Scenografia Maria Eugenia Suerio

Costumi Roberta Pesci

 

Interpreti

Daniel Hendler (Ariel)

Sergio Boris (Joseph)

Adriana Aizenberg (Sonia)

Jorge D’Elia (Elias)

Silvina Bosco (Rita)

 

Prodotto da Sebastian Ponce

Produzione Classic, BD Cine, Paradis Films, Wanda Vision

Distribuzione Istituto Luce

Durata 100'

Origine Argentina, 2004