Gli abbracci spezzati (2009), di Pedro Almodóvar

 

A Strauss, che lo intervistava per il bel libro Tutto su di me (Lindau, 2007), Almodóvar confessava: “Ho impedito a me stesso di rifare una commedia, per evitare di ripetermi. […] Forse mi censuro troppo e, se ascoltassi la voglia, credo proprio che rifarei un film come Donne sull’orlo di una crisi di nervi”. Non a caso, negli Abbracci spezzati il film nel film Chicas y Maletas è un chiaro omaggio all’opera comica che nel 1988 gli dette la fama internazionale.

Il nuovo film del regista spagnolo è difficilmente catalogabile, immerso com’è tra i tanti toni che si intrecciano: noir, storia d’amore tragica e sensuale, melodramma; oltre alla citata vena da commedia che riemerge nell’elemento metacinematografico.

I titoli di testa mostrano immagini di lavoro sul set, quelle che i registi usano per controllare l’inquadratura. A film finito, ripensando a quella breve sgranatura video che riprende l’inconsapevolezza delle controfigure e degli attori, la si vede come anticipazione del motivo ricorrente dello sdoppiamento e della riflessione sulle immagini. Anche se, a dire il vero, ciò che rapisce lo spettatore non sono le tematiche o i messaggi ma il modo magistrale, virtuosistico, in cui il regista riesce a mescolare e a incastrare piani narrativi, personaggi e storie, innervandoli di materia cinematografica senza però rivolgersi solo al pubblico cinefilo per titillarne le capacità di cogliere i tanti omaggi al cinema che lui ha tanto amato. Durante l’incontro con la stampa italiana, Almodóvar ha dichiarato: “Il fatto che i protagonisti del film si occupino di cinema mi ha aiutato a capire fino a che punto sia importante per me la finzione cinematografica. Quando ero piccolo, in Spagna vivevamo un’epoca oscura, e il cinema rappresentava un mondo parallelo, l’unica vita vivibile. Ora che sono adulto penso che il cinema abbia la capacità di perfezionare la vita”.

Manierista è l’aggettivo che alcuni critici avevano utilizzato a Cannes per questa sua opera. Los abrazos rotos sarà forse meno emozionante di Tutto su mia madre (1999) e di Volver (2006), ma di sicuro se per manierismo pensiamo a Rosso Fiorentino o Pontormo (tanto amati da Pasolini) non potremo certo commentare quasi schifati, come sentii fare a Volterra da uno studente di architettura: “Troppi colori!”. Anche in questo film i colori, specie i primari, sono tanti e calibrati, come pure i toni del racconto, in un equilibrio che raramente si trova nel cinema d’oggi. La regia è raffinata nella scelta delle inquadrature senza essere esibita, e ai molti piani ravvicinati e dettagli della prima parte che seguono personaggi e ambienti da vicino, si passa nella parte finale a una presenza del paesaggio come luogo di fuga e rifugio per gli innamorati in pericolo.

La ripresa aerea della vulcanica Lanzarote crea un vero salto emotivo-estetico nello spettatore, sbalestra e sorprende, e vi si lega benissimo la colonna musicale, come al solito calibratissima. 

Dalla scena iniziale capiamo che l’ex regista cieco che si fa chiamare Harry Cane (interpretato dall’ottimo Lluis Homar), che vive nell’ombra producendo sceneggiature per film altrui, vuole rimuovere la tragedia che ha vissuto in passato approfittando fino in fondo di quel che la vita gli ha lasciato. Tant’è che lo vediamo subito sedurre e accoppiarsi con una ragazzona che ha appena conosciuto, tra la presunta indifferenza della sua assistente, e scopriremo poi ex amante, Judit (Blanca Portillo), che sopravviene a coito appena concluso. Ma la vera eroina di Abbracci spezzati è Lena, una Penélope Cruz che il regista spagnolo sa utilizzare in tutta la sua seducente versatilità.

“Lena è tre personaggi in uno. La chiave è stata vivere le emozioni lì sul momento, anche se abbiamo passato mesi a parlare, discutere con tutti gli altri attori. Il mio personaggio non è una vittima, né tanto meno si sente sottomessa. Solo in due momenti è davvero se stessa: all’inizio e alla fine del film. Per il resto, recita la propria vita”. Questa l’autoanalisi fatta dalla Cruz, che con Almodóvar aveva già girato Carne tremula (1997), Tutto su mia madre e aveva trovato il suo apice in Volver.

Negli Abbracci spezzati è come se Almodóvar volesse mantenere vive le radici, non rinnegasse nulla dei suoi anni più trasgressivi e caldi ma tentasse di guardare la vita, la morte, i corpi con maggiore distanza. Forse, al doloroso passato autobiografico del brutto La mala educatión (2004) o a quelle madri che richiamavano in qualche modo la sua appena scomparsa, di Tutto su mia madre e di Volver, qui si sostituisse un passato costituito soprattutto dalla memoria delle immagini. Tra i tanti riferimenti: Fellini, Rossellini (Lena è commossa davanti al dvd di Viaggio in Italia, con gli amanti di Pompei sepolti nell’abbraccio che turbava tanto la Bergman, il cui rapporto di coppia era in pieno declino), Hitchcock con il tono thriller e con la figura grottesca del figlio di Martel che richiama Perkins. O gli omaggi più sfumati come quel libro poggiato sulla scrivania del protagonista, con in copertina l’immagine de Il boom di De Sica, in cui Sordi si prova l’occhio di vetro. Ma non vogliamo togliere il gusto agli spettatori di giocare ai riconoscimenti. Qualcuno sosterrà che tali omaggi siano fin troppi, ma ripensando al film credo che siano funzionali. Questa pellicola è una sorta di personale 8½  almodovariano.

Giovanni Petitti, 12/11/2009

 

 

Gli abbracci spezzati

 

Titolo originale Los abrazos rotos

Regia, soggetto e sceneggiatura Pedro Almodóvar

Fotografia Rodrigo Prieto

Montaggio José Salcedo

Musiche originali Alberto Iglesias

Scenografia Antxon Gomez

Costumi Sonia Grande

 

Interpreti

Penélope Cruz (Lena)

Lluis Homar (Mateo Blanco/Harry Caine)

Blanca Portillo (Judit Garcia)

José Luis Gomez (Ernesto Martel)

Rubén Ochandiano (Ernesto Martel Jr/Ray X)

 

Prodotto da Augustin Almodovar, Esther Garcia

Produzione El Desio

Distribuzione Warner Bros. Italia

Origine Spagna, 2009

Durata 129′

 

 

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