A Casablanca gli angeli non volano

 

di Vittorio Renzi

Probabilmente molti non lo sanno, ma in Marocco, Nord Africa, d’inverno sulle montagne nevica. Ed è così che si apre il primo film di Mohamed Asli, formatosi come cineasta e produttore a Milano: con un paesaggio africano innevato, quasi un ossimoro che all’istante demolisce ogni luogo comune e aspettativa (un po’ come fece I compari di Altman, dove la neve fioccava addirittura su un western). La formazione europea e dunque occidentale di Asli è ben visibile nel film, quando alle inquadrature lunghe del villaggio montano di Said e Aisha sostituisce il ritmo frenetico e spezzato della città. Casablanca. Qui vivono e lavorano come camerieri in un ristorante Said, Ismail e Ottman. Il primo ha lasciato moglie e figli (più uno in arrivo) nel villaggio natio per poter assicurare loro un futuro migliore; Ismail brama con tutto se stesso un paio di scarpe da 1200 diman (circa quattro volte il suo stipendio mensile…); Ottman appartiene a una stirpe di nomadi cavalieri, spende tutto quello che può per spedire al suo villaggio il pane secco per il suo cavallo, vietando alla madre di venderlo ai macellai. Ognuno di loro si aggrappa a qualcosa di caro (di sacro) per sopravvivere a una vita di stenti e di duro lavoro.

I temi del film ruotano tutti intorno alla tesi (tutta da discutere) che denaro e dignità coincidano. Al primo polo, quello del denaro, troviamo il padrone del ristorante, quello per cui “Un uomo senza soldi non vale niente”. E sempre lui, bieco sfruttatore che stipula accordi mafiosi per costruire alberghi in barba al piano regolatore, mormora astioso: “Cattiva merce”, dopo aver fatto la ramanzina ai suoi dipendenti. L’uomo è merce: vale poco, è quantificabile, e soprattutto è dislocabile. Al polo opposto c’è l’emigrante di ritorno dalla Francia, che sull’autobus dice a Said: “Ognuno deve vivere e morire a casa propria”, e che è meglio vivere con poco, ma restando vicino alle cose più care, al luogo cui si appartiene. È il polo della dignità. Fra questi due poli si muovono incerti, senza bussola, i destini dei tre protagonisti, tutti destinati a uno scacco totale.

Eppure il film non si ammanta di tragedia. Il dramma c’è, è sotto gli occhi di tutti, non c’è bisogno di sottolinearlo. È sufficiente mostrarlo o addirittura suggerirlo per antitesi, costruendo magari momenti di aperto umorismo, di ironia bonaria, di comicità chapliniana: dal momento in cui Ismail cede al suo sogno ottuso e acquista le agognate scarpe (ché a nulla vale il tentativo di Said di dissuaderlo, facendogli presente che scarpe simili fanno necessariamente pendant con un abito, una casa, una moglie, tanti soldi, insomma uno status…), si innesca il comico in quello che è, senza dubbio, l’intuizione più felice del film. Mandato dal capo nel suo giorno di riposo a consegnare un progetto urbanistico (illegale) dall’altra parte della città, Ismail – con le scarpe nuove ai piedi – vive tutto ciò che accade come un attentato alle sue scarpe. Se prima volteggiava col vassoio per le strade, attraversava la strada in mezzo al traffico, allegro e noncurante (per fermarsi solo davanti alla vetrina delle sue scarpe, col naso sul vetro), ora cammina lentamente con circospezione, saltellando qui e là per evitare le pozzanghere, si volta di scatto all’arrivo di altri passanti e sull’autobus vive momenti di terrore quando le sue scarpe vengano calpestate dagli altri passeggeri in seguito alle brusche frenate del conducente. Le scarpe hanno cambiato (in peggio) il suo sguardo sul mondo, prima ancora che l’immagine che ha di se stesso. Prima non aveva niente da perdere, ora invece sì.

L’odissea di Ismail e delle sue scarpe nuove non può non ricordare, in questo senso, ma con valore rovesciato, la bombetta cui il vagabondo di Chaplin attribuisce un valore di dignità. Il resto del suo abbigliamento non sono che stracci, ma la bombetta preserva un’immagine di sé che evita lo sfacelo e l’abbandono definitivo alla miseria. Nelle comiche di Charlot però brillava ancora l’idea romantica che tra illusioni e sogni (e dunque sogni realizzati) il passo fosse non breve ma neanche incolmabile: Chaplin era autorizzato a crederlo, del resto, dato che la sua stessa biografia è un incredibile esempio di un uomo che grazie al suo talento è riuscito a varcare la soglia della miseria e a diventare il primo divo cinematografico di fama mondiale. Nel momento in cui Ismail affida la sua immagine a un paio di scarpe, sappiamo invece da subito che l’oggetto destinato a conferirgli dignità non farà invece che renderlo ancora più misero, letteralmente a ogni passo.
Il dramma esplode in maniera più diretta nelle vite di Ottman e di Said: la stolida convinzione del primo e il fiducioso conformismo dell’altro sono destinati entrambi a scontrarsi con una realtà che viaggia contromano e che tradisce sempre. A Casablanca gli angeli non volano perché il cielo se lo sono comprato altri, e la licenza costa troppo.

(07/06/2005)

 

 

A Casablanca gli angeli non volano

 

 

Titolo originale A Casablanca les anges ne volent pas

Regia Mohamed Asli

sceneggiatura Siham Douguena

fotografia Roberto Meddi

montaggio Raimondo Aiello

musiche originali Stephan Micus

scenografia Fettah Attaoui

costumi Laila Oumani; Driss M’Hamdi

suono Mauro Lazzaro

 

interpreti

Abdessemad Miftah El Kheir (Ismail)

Abderrazak El Badaoui (proprietario del ristorante)

Rachid El Hazmir (Said)

Leila El Ahyani (Aicha)

Abdelaziz Essghyr (Ottman)

Ali Achtouk (Hmad)

Naïma Bouhmala (madre di Ottman)

Fatima El Hadi (madre di Said)

Jamal Bouhaddioui (Jamal)

 

produzione Dagham Film, Gam Film, Istituto Luce, Rai Cinema

distribuzione Istituto Luce

durata 90’

Origine Marocco, Italia 2005

 

 

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