A
casa nostra (2006), di Francesca Comencini
di Ilario Pieri
Il pubblico avvertirà uno strano sentore
a conclusione di A casa nostra di
Francesca Comencini, come a
essere stato protagonista involontario di un’opera già vista. Dove? Forse nelle
repliche televisive di qualche melodramma per tre camere e cucina? No, la
regista sa il fatto suo e riesce a imprimere alle immagini una forza e una
padronanza tecnica non comuni; e allora dove? In alcune pellicole americane di
recente produzione meritevoli di qualche importante riconoscimento? La risposta
è sì. A casa nostra infatti ha tutti i segni distintivi per essere
inquadrato in una narrazione caratterizzata dalla coralità delle storie che non
si può non ravvedere nel bel
Crash
o nel magnifico costrutto antropologico di qualche tempo fa, America oggi
di Robert Altman, ispirato alla prosa carveriana. Il problema però
sorge quando un progetto di questo tipo, tanto necessario quanto attuale, al
fine di sollevare una sorta di indignazione per un paese macchiato da false
morali, non scuote le coscienze, non fa male. Eppure le prerogative per
documentare qualcosa di importante c’erano tutte: la scottante quotidianità di
alcuni tra i maggiori casi di cronaca e di malaffare degli ultimi anni (il caso
Ricucci e lo scandalo Moggiopoli), e di conseguenza la privacy messa a soqquadro
dal pedinamento telefonico e delle intercettazioni. Trame a servizio di un folto
gruppo di bravi attori (Valeria Golino, Luca Zingaretti,
Giuseppe Battiston, tanto per fare qualche nome), ciascuno nel proprio
personaggio… purtroppo in cerca d’autore. Dopo uno sguardo freddo e distaccato
su una Milano inedita (fotografata da Luca Bigazzi),
l’alternarsi degli
episodi (un delinquente invaghitosi di una prostituta dei paesi dell’Est, una starlette della moda infognata con tutte le scarpe in giri di vizi privati e
pubbliche virtù, amante di un banchiere “dannato”, la vita di una coppia
travolta da una fortuna non certo propizia) tira le cuoia perdendosi in uno
sviluppo per nulla convincente e alquanto frammentario. L’oggetto che lega
questa girandola di imprevisti e situazioni è il denaro, il bene prezioso per
acquistare e mantenere il potere. La Comencini afferma di aver pensato a una
narrazione circolare, com’è circolare la scia tracciata dalle banconote in
movimento (è di uso comune l’espressione “girano molti soldi”), ma durante il
percorso ella si perde in qualcosa o forse in qualcuno (personaggio) che non
riesce più a tenere a bada. Per certi versi, lo spunto più riuscito sembra
essere quello di un professore in pensione (ottima la maschera di Teco Celio)
non proprio a suo agio
con i soldi, mentre il resto del carrozzone, di loschi
affaristi intrappolati in reti informatiche di finanzieri frustrati e maternità
negate (problematica che lo affianca con
La
sconosciuta di
Tornatore,
ennesima occasione perduta), risulta abbozzato, fiacco, mai approfondito. La
scelta di voler amplificare tali esigenze drammaturghiche per una tavolozza
tematico-musicale che va dal Rigoletto alla Traviata, quasi a voler sostenere un
amor patria per una terra che è “anche casa nostra”, come tuona la Golino
davanti all’ambiguità del potere, risulta francamente eccessivo. Se da un lato,
insomma, il precedente
Mobbing
riusciva a essere coerente con la voglia di denunciare uno stralcio della nostra
quotidianità (con un taglio finanche minimalista), A casa nostra ribalta
tutte le buone intenzioni eludendo la sobrietà di un prodotto intrigante solo
sulla carta.
(02/11/2006)
di Gaetano Gentile
Si fa spesso confusione tra le sorelle
Comencini, Francesca e Cristina, figlie del grande Luigi, e la genetica
stavolta conta. Per tagliare la testa al toro potremmo azzardare un parallelo (i
temi legati alla quotidianità, l’analisi impietosa dei rapporti tra le persone)
e un distinguo (Francesca più “militante”, Cristina ogni tanto in vena
grottesca!), ma è una summa incompleta. Restano i film, alcuni molto toccanti, e
la vicinanza con la grande commedia all’italiana degli anni Sessanta.
A casa nostra è un film
corale, stori
e che si intrecciano e dolori comuni che vanno a convergere nel
finale. Echi: l’Altman di America oggi, l’Iñárritu di
Amores perros,
l’Anderson di Magnolia, grande lavoro di sceneggiatura e
montaggio. Si è parlato del tema del denaro, inquadrato in dettaglio fin troppe
volte: tutto si compra, ma non sempre è così. E non è solo il tema del denaro
che emerge dalla narrazione empatica e ricca di pathos della Comencini.
Si vedano i ruoli invertiti con equilibri di quiddità: chi appare ai margini
della società dell’opulenza (prostitute, ex detenuti con obbligo di firma,
infermiere, finanzieri, mogli di ricchi banchieri trascurate) pare perseguire
un’idea, un istinto positivo, onesto; gli altri, legati a doppio filo alla
bramosia di guadagno fine a se stessa, patologica, sono affaristi, politicanti
da strapazzo, modelle mantenute in suite di “lussuriosi” alberghi, magazzinieri
abbagliati dal facile guadagno della manovalanza criminale. Ruoli cambiati di
segno, nel senso che la società “bene” è quella marcia, quella ai margini, con
l’involucro che non luccica, dentro ha invece qualcosa di bello: divisione manichea, anche retorica, ma in questo film funzionale, che va a bersaglio. E,
tornando al tema del denaro, a mio parere ne emerge un altro, fortissimo: quello
del dolore delle donne, che hanno perso un bambino o che lo desiderano con i
partner sbagliati o che non lo vedono nascere, donne che si battono per una
società pulita, che amano il proprio lavoro dedito al prossimo pur se di grande
sacrificio (si veda la contrapposizione tra l’infermiera del reparto di
rianimazione e suo marito, operaio diventato ricco all’improvviso…). Con una
sapiente direzione degli attori, tutti bravi con gli acuti di classe di una
dolente Golino, di un perplesso Battiston, di uno sferzante
Zingaretti, la fotografia laida e splendente di
Bigazzi,
A casa nostra è un film che può piacere perché dispiace e, alla fine, ci
fa capire che il denaro non compra la vita.
(05/11/2006)
A casa nostra
Titolo originale A casa nostra
Regia Francesca Comencini
Soggetto e sceneggiatura Francesca Comencini, Franco Bernini
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Massimo Fiocchi
Musiche originali Banda Osiris
Scenografia Paola Comencini
Costumi Daniela Ciancio;
Interpreti
Valeria Golino (Rita)
Luca Zingaretti (Ugo)
Giuseppe Battiston (Otello)
Laura Chiatti (Elodie)
Prodotto da Donatella Botti
Produzione Bianca Film, Rai Cinema
Distribuzione 01 Distribution Italia
Durata 99′
Origine Italia, 2006
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