Across the Universe (2007), di Julie Taymor

 

di Alessandro Gambino

Da decenni è patrimonio teorico comune che lo specifico cinematografico sia qualcosa di difficilmente definibile. Lo è sempre stato e lo è ancora di più dopo l’ingresso nel fluttuante orizzonte della postmodernità. Soprattutto, da più di vent’anni il cinema non ha fatto altro che contaminarsi sia con i linguaggi nati dall’avvento dei nuovi media che con le produzioni videomusicali. Grazie anche a un serbatoio sempre più comune di professionalità, si è progressivamente incrementata la produzione di videoclip fortemente sostanziati da una forma-cinema e opere cinematografiche evidentemente debitrici della nuova cultura videomusicale, senza che queste ultime siano pellicole, in qualche modo, figlie di un dio minore. Se un film, dunque, segue un’estetica da videoclip non vuol dire necessariamente che ciò sia un male e che manchi la dimensione propriamente cinematografica. Questo è proprio il caso di Across the Universe di Julie Taymor, neo-psichedelica navigata temporale alla volta dei coloratissimi stereotipi pop degli anni Sessanta, attraverso la musica e i testi dei Beatles. Un lungo, sgargiante, caleidoscopico videoclip ma, al tempo stesso, un viaggio di due ore attraverso l’universo storico e linguistico del musical in quanto genere essenzialmente (meta)cinematografico, tutto colmo com’è di citazioni e omaggi: da, tanto per citarne alcuni, Pink Floyd The Wall (1982) di Alan Parker a West Side Story (1961) di Robert Wise e Jerome Robbins, passando, naturalmente, per le innovazioni linguistiche del Moulin Rouge (2001) di Baz Luhrmann.

Dietro l’apparente leggerezza, il film della Taymor si rivela pieno di interessanti spunti di riflessione teorica. Certo, in alcuni momenti, fa storcere il naso, puzza troppo di furbizia, così spregiudicatamente ammiccante verso l’odierna generazione, che degli anni della contestazione conosce non la storia nella sua complessità, ma soltanto l’iconografia pop, svuotata di senso, eversivo e non. Per questo può dividere, farsi amare o farsi profondamente detestare. E, tuttavia, non poteva essere altrimenti per una regista che lavora proprio sull’estetizzazione di icone, sulla loro proiezione nello spazio cristallizzato della società dello spettacolo. Across the Universe, è ovvio, non va affatto letto come un viaggio nel passato teso a restituire il senso degli anni della contestazione e del Vietnam. Da questo punto di vista, si ferma sulla soglia di sguardo intriso di nostalgia per un decennio segnato dal bisogno della fantasia al potere e della libertà. Quel concetto così annullato e mortificato, oggi, sostituito dall’ideologia della libertà imposta dall’Impero.

A questo proposito, può essere interessante notare il rifiorire negli ultimi anni del musical, genere, spesso, autoreferenziale, evasione arcadica e antieversiva dalla conflittualità contemporanea. Così come è curioso pensare al parallelo fra due coppie di film: da un lato Cantando sotto la pioggia (1952) e L’invasione degli ultracorpi (1956), dall’altro il film della Taymor e il recente The Invasion (2007). Allora il capolavoro di Stanley Donen e Gene Kelly, in fuga dalle ansie del maccartismo e dalla guerra di Corea, trovava rifugio nella golden age del jazz, ripulita dalle tensioni della crisi economica e del proibizionismo, mentre, in contrappunto, Don Siegel metteva in scena, attraverso il racconto di un’invasione aliena, la paranoica parabola contro il pericolo rosso. Il dubbio che il film della Taymor oggi funga da contraltare al remake da Siegel interpretato da Nicole Kidman, vero e proprio manifesto della politica estera del presidente Bush, è legittimo. Tuttavia, storicamente, due generi come la fantascienza e il musical, nella veicolazione di sottotesti politici, sono sempre stati ambivalenti. Nessuna condanna preventiva, dunque. Piuttosto, un ulteriore spunto di riflessione per capire quale sia la direzione intrapresa attualmente dal cinema mainstream americano. Al di là di (forzate?) letture politiche e storicistiche, sul piano estetico Across the Universe conferma, invece, il percorso di una cineasta che lavora sui linguaggi artistici per farli slittare in una dimensione altra, straniante, in un detournement continuo che rinfresca e rivitalizza la relazione dialettica fra le arti. Così, in Titus il teatro shakespeariano riletto in chiave postmoderna slittava in un cinema impuro ed espanso, osmoticamente contaminato da ciò che per molti versi può essere considerato il suo opposto (ma anche uno dei suoi archetipi); in Frida (2002), film assolutamente non riuscito, era la pittura; e in Across the Universe è, appunto, la musica: quella pop per eccellenza, il sound dell’Inghilterra sixties, le melodie, semplici e sofisticatissime al tempo stesso, dei Fab Four.

I testi dei quattro scarafaggi di Liverpool sono la reale forza motrice da cui scaturisce la scrittura del film. Attraverso la loro poesia musicale, in questa continua tensione verso il fuori campo del cinema, la Taymor mette a fuoco un problema che solitamente si stabilisce fra testo letterario e cinema: quello dell’adattamento, nella dicotomia fedeltà/tradimento. E risolve, come nella migliore tradizione autoriale, rimanendo per molti versi (ma non per tutti) fedele allo spirito e riattualizzandolo. Ma attenzione agli equivoci: lo riattualizza più nella sua impossibilità, oggi, di possedere una carica eversiva che nella attitudine a strizzare l’occhio alla cosiddetta MTV generation. Si può dire che, attraverso la lente incrociata di Guy Debord e Jean Baudrillard, nell’esibizione sfacciata della sua feticistica essenza di simulacro neo-pop, Across the Universe svela la definitiva affermazione della morte della Verità. Così lontano, così vicino, in questo senso, a un film come Michael Clayton (2007). Se il cinema è, come molti sostengono, l’arte di nascondere per mostrare, questa volta Julie Taymor ha dimostrato di conoscerlo bene e di saperlo fare.

(23/11/2007)

 

 

Across the Universe

 

 

Titolo orginale Across the Universe

Regia Julie Taymor

Soggetto Julie Taymor, Dick Clement, Ian La Frenais

Sceneggiatura Dick Clement, Ian La Frenais

Fotografia Bruno Delbonnel

Montaggio Françoise Bonnot

Musiche originali Ellioy Goldenthal

Scenografia Mark Friedberg

Costumi Albert Wolsky

Suono Blake Leyh

 

Interpreti

Evan Rachel Wood (Lucy)

Jim Sturgess (Jude)

Joe Anderson (Max)

Dana Fuchs (Sadie)

 

Prodotto da Suzanne Todd, Jennifer Todd, Matthew Gross

Produzione Revolution Studios

Distribuzione Sony Pictures Releasing

Durata 131′

Origine Usa, 2007

 

 

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