Un affare di gusto (1999), di Bernard Rapp

 

di Cristiano Ceccarelli

Un mezzobusto della Tv francese legge un libro (Affaires de goût di Philippe Balland) e ne fa un’opera aperta. La battuta è scontata: Une affaire de goût è davvero un piatto ricco e sontuoso, raffinato ed equilibrato, originale e affascinante, leggero e completo. Un film davvero sorprendente perché nel suo stile tutto francese, tra esibizionismo, autocompiacimento ed eleganza, riesce a essere genuinamente perfido, follemente cattivo.
Nicolas serve ai tavoli di un ristorante di lusso, quando un cliente decide di assumerlo come assaggiatore personale. Si tratta di Frédéric Delamont, ricchissimo industriale, figura di uomo raffinato e imperscrutabile. Reso assolutamente folle dalla solitudine e dalla ricchezza, l’industriale vuole fare di Nicolas (del quale è platonicamente innamorato) la sua copia esatta. Un tentativo di clonazione spirituale che strappa a Nicolas vita, amici, fidanzata, per renderlo altrettanto solo e  disperato. Fino alla dipendenza totale e reciproca dal suo benefattore.
Il film, con discorso sottile, segue il percorso a spirale verso la decadenza fisica e morale, la gabbia del coinvolgimento sempre più stretto, la perdita di identità, di indipendenza e, in ultimo, l’umiliazione di Nicolas, reso schiavo nei gesti e nei pensieri. Resosi conto dell’impossibilità di creare un proprio clone, ma soddisfatto per aver riversato sull’altro tutte le sue mancanze, Delamont scarica Nicolas, finché in un atto estremo (nel primo e unico momento in cui si compie il desiderio, quando i due pensano finalmente lo stesso pensiero) il giovane uccide l’industriale (nel sorriso finale di Delamont la domanda: Nella sua totale pazzia, non avrà voluto assumere un boia piuttosto che un assaggiatore?).
Narciso, l’uomo vanitoso che si specchia e che muore nel momento in cui rimira la sua immagine, da un lato, ed Edipo, il ragazzo che prende il ruolo al padre uccidendolo in un atto di estrema simbiosi, dall’altro, sono due richiami evidenti (la differenza di età tra i due è del film, non del libro). Ma c’è anche l’alienazione, il desiderio di mut(u)are, di somigliare a qualcun altro. E se la cucina è una maschera che nasconde la metafora sessuale (l’intreccio amore, morte, psiche, sesso, cibo…), il vero tema del film è la manipolazione, concepita non come fenomeno sociale (qui la scalata sociale, l’ambizione e il rampantismo non c’entrano), quanto naturale, insito nelle relazioni umane, nella parte oscura del conoscersi. Attraverso la metafora, la manipolazione (senza accezione negativa, semplicemente cambiamento) è interpretata come necessità umana, resa inevitabile, universalizzata.
La fascinazione della simbiosi (platonica, fobica, morbosa, ma non sessuale) diventa, così, qualcosa di più deviato dei possibili scabrosi rapporti che si sarebbero potuti instaurare tra i due. E l’ordine, la precisione del meccanismo rivelano la pazzia (che arriva a piegare il destino al fine di rendere le esistenze parallele, come ad esempio nella scena dell’abbuffata di pesce, quasi un esperimento scientifico nazista, o la doppia frattura finale). Nel suo desiderio di essere unico, Nicolas scoprirà di essere solo copia, di essere colui che assaggia, ma che non consuma, che lascia il meglio all’originale. Nell’aggiunta del doppio tempo narrativo (assente nel libro) troviamo la necessità del regista di distribuire le verità ai personaggi che si raccontano senza imporne una specifica (cogliendo lo spirito del detto: de gustibus non est disputandum). Bravissimi i due protagonisti, Jean-Pierre Lorit (Film rosso, Nelly e Mr Arnaud, Alice e Martin) col suo volto plagiato e inconsapevole e Bernard Giraudeau (Ridicule, Marianna Ucrìa, Marquise) predatore e seduttore dietro l’apparente eleganza.
Un saggio cattivissimo, nel quale l’autore si rivela continuamente, ammicca, gioca sulla sua presenza con riprese eccessive, fin troppo false. Lontano dagli psicologismi alleniani, dai melodrammi americani (vedi principi e maree), più vicino alla Felicia di Egoyan (cibo e follia anche lì) ma, soprattutto, alla cannibalizzazione dei personaggi di All About Eve, il film è un noir davvero sadico e, per questo, gustosissimo.

(12/11/1999)

 

Un affare di gusto

 

 

Titolo originale Une affaire de goût

Regia Bernard Rapp

Soggetto e dialoghi Gilles Taurand, Bernard Rapp

Sceneggiatura Zoe Zurstrassen

Fotografia Gerard De Battista

Montaggio Juliette Welfling

Scenografia François Comtet

Costumi Martin Rapin

 

Interpreti

Bernard Giraudeau (Frédéric Delamont)

Jean-Pierre Lorit (Nicolas Rivière)

Florence Thomassin (Béatrice)

Charles Berling (René Rousset)

Jean-Pierre Leaud (giudice istruttore)

Artus De Penguern (Flavert)

Laurent Spielvogel (dottor Rossignon)

Elisabeth Macocco (Caroline)

 

Prodotto da Catherine Dussart, Chantal Perrin

Produzione CDP, Studio Canal +, France3 Cinéma, Rhône Alpes Cinéma

Distribuzione Istituto Luce; durata: 91'

Origine Francia, 1999

 

 

 

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