Água
e Sal
(2001), di Teresa Villaverde
di Francesco Boille
Quello
che dapprima pare essere la cronaca di un semplice disagio sentimentale si
rivela poi un disagio interiore. Questo percorso si delinea con gradualità in Água
e Sal, quarto film di uno dei giovani talenti di maggior interesse del
cinema portoghese, Teresa Villaverde,
il primo della sua filmografia a essere distribuito nelle sale italiane grazie
alla coraggiosa iniziativa del Gruppo Pasquino (che prende il nome
dall’omonima multisala romana trasteverina e che ha il grande merito di
proporre film in lingua originale).
Una donna, il cui matrimonio è in crisi, rimane sola nel paesino vicino al mare nel quale vive: il marito ha infatti deciso di andare via, portando con sé la loro bambina per alcuni giorni. In teoria Ana, questo il nome della donna, rimane sola anche per riuscire a portare a termine il suo lavoro, un work in progress che tuttavia non progredisce mai: uno studio fotografico su persone che hanno subito violenze, o anche che sono “prigioniere di se stesse”, per dirla con le sue parole. La sua stessa condizione è in qualche modo una stagnazione dell’anima e un lasciarsi trasportare dai ‘flutti’, dagli eventi: salva un uomo da un incidente in mare, solidarizza con un ragazzo preoccupato per la sua lei. Soltanto la sua bambina la motiva, la spinge all’azione, come quando il marito, furioso perché ancora innamorato di una moglie che lo trascura, non riporta indietro la piccola come previsto. Ana sarà capace di prendere l’aereo per l’Italia per riavere di nuovo la figlia.
L’inquietudine finisce sempre per serpeggiare sul suo volto anche quando fa lo
sforzo di mantenere un’aria semplicemente seria, figurarsi se cerca di
esprimere addirittura serenità. Lo si vede bene quando viene a t
rovarla la sua
amica Vera, una donna solare, loquace, che sulla sdraio indossa gli occhiali da
sole come per far mostra di sé e che ha voglia di divertirsi. Ana invece è
sempre in disparte e tiene gli altri in disparte: alla festa da ballo del paese
rimane spettatrice; quando l’uomo che ha salvato le si avvicina (nella scena
in cui mangia le ostriche al ristorante) questi viene filmato fuori campo per tutta la
sequenza; il marito, che con una scusa rientra in casa durante la
notte, viene invitato a rimanere fuori dalla stanza da letto; il ragazzo, ascoltato
attentamente finché parla dei suoi problemi, viene pregato di allontanarsi non
appena si interessa ai problemi di lei. Soltanto dal misterioso amante
(interpretato dal carismatico Chico
Buarque) non fugge, perché lui è l’angelo protettore, “colui che
veglia”, per usare ancora le parole di Ana. Ed è anche il suo vero fratello
spirituale, che compare e scompare nel nulla, proprio come Ana vorrebbe fare
e come avrà (forse) il coraggio di fare per davvero nel finale. Ed è sempre a
lui che la donna ha il coraggio di ammettere (per due volte): “Io non sono
qui”. Frase rivelatrice di un’inquietudine, dell’impossibilità di
sapersi ubicare e collocare definitivamente, con chiarezza, di una frenesia,
un’irrequietezza tutta contemporanea, che porta a desiderare sempre un
‘altrove’ migliore rispetto alla realtà contingente. Ed è decisamente un
film che riesce a cogliere un ‘sentimento’, una sensazione pervasiva del
nostro tempo. Nella sua cronaca Venezia
2001: Cinema del presente il nostro Vincenzo
Mazzacaro
scrisse che il film della Villaverde “inspiegabilmente
riesce a cogliere tutto il disagio e l’ansiosa angoscia distruttiva che ci
attanaglia” (da Cinema Studio anno
3, numero 16).
E Ana, sotto sotto, sembra infatti covare un desiderio
distruttivo. Come dicevamo all’inizio, sotto l’involucro di un
rapporto sentimentale che si sta dissolvendo il film nasconde il racconto di un disagio,
se non di una vera e propria crisi esistenziale.
Ma questa interrogazione sul
senso dell’esistenza (o sulla sua insensatezza) riguarda unicamente Ana, che
sembra vivere in una situazione di discreta agiatezza economica. Da sempre,
nella storia umana, lo ‘scavare’ nei meandri labirintici esistenziali o
l’interrogazione metafisica sono cose che appartengono più alle classi agiate
che a quelle umili o povere, più inclini, per ovvi motivi, alle preoccupazioni
della quotidianità, come procurarsi da mangiare, e alle gioie fondamentali,
come formare una famiglia, avere dei figli. La preoccupazione di Alexandre (il
giovane che cerca di avvicinare la sua amata, ostacolato dalla famiglia di lei perché ingiustamente sospettato di aver dato via il figlio della
giovane) è dare un futuro alla sua donna e a se stesso. Il personaggio
del ragazzino che confessa in dichiarazioni video le violenze familiari, su cui
sta lavorando - con intenti ambigui - lo straniero che Ana ha salvato
dall’incidente marittimo, è un’ulteriore dimostrazione della concretezza
della condizione di disperazione in cui vivono le persone ai margini della
società (la violenza in casa, la negazione di un amore, la povertà); per chi è già affrancato dai bisogni fondamentali essa si manifesta
invece in
maniera più sorda, e forse proprio per questo, ancor più angosciante ed
inquietante, per la difficoltà insi
ta nel definire i motivi di tale angoscia.
Se i personaggi simboleggiano certamente le diverse generazioni (la bambina
di Ana e il ragazzino, l’infanzia, Alexandre e la sua ragazza,
l’adolescenza, Ana e gli altri, l’età adulta), allo stesso modo si potrebbero
intendere le varie categorie sociali rappresentate (quella di Ana,
del marito o del suo amante, da un lato, e quella del ragazzino, di Alexandre,
della ragazza e della famiglia di quest’ultima, dall’altro) come un simbolo
della speranza che, da una generazione all’altra, il miglioramento delle
condizioni di vita possa condurre anche a un miglioramento della vita interiore,
a qualcosa che si avvicina alla felicità. Il film della Villaverde, come molto
cinema d’autore contemporaneo, sembra invece constatare che, purtroppo, non è
così. La regista portoghese sembra aver unito questa dimensione interiore e
probabilmente più autobiografica (si dice che il film risalga al periodo
immediatamente successivo la sua dolorosa separazione dal regista indipendente
USA John Jost) con quella più
sociale del suo lavoro precedente, lo straordinario Os Mutantes (I mutanti,
1998) incentrato sui giovani emarginati portoghesi. A sottolineare questa
fusione con le tematiche di Os
Mutantes
tornano Alexandre Pinto (nella parte,
appunto, di Alexandre) e, nel finale, la protagonista di quel film, l’ottima Ana
Moreira (nel ruolo della giovane a cui Alexandre vuole ricongiungersi).
Forse, a questo sommesso Água
e Sal
manca la densità dell’esplosivo Os Mutantes e lo splendore figurativo che vi era in alcune sequenze di quel
film. Nondimeno, il risultato finale è comunque un’opera sottile, prossima
alla poesia, espressione piena di un mondo interiore, a cui l’interpretazione
dell’attrice italiana Galatea Ranzi (nella
parte di Ana), nota per aver
lavorato a lungo a teatro con Luca
Ronconi dopo aver esordito al cinema con i fratelli Taviani,
dà un contributo decisivo. Esprimere il disagio, l’angoscia sorda,
l’irrequietezza, con silenzi, sguardi, leggere modificazioni nelle espressioni
del viso o mezze frasi è un impresa, un exploit
di cui auspichiamo la replica. Proprio come a teatro.
(12/12/2002)
Água e Sal
Titolo originale Água e Sal
Regia e sceneggiatura Teresa Villaverde
Fotografia Emmanuel Machuel
Montaggio Andree Daventure
Suono Joel Rangon, Vasco Pimentel, Nuno Carvalho
Costumi Rita Lopes Alves
Arredamento Ana Louro
Interpreti
Galatea Ranzi (Ana)
Joaquim de Almeida (il marito)
Alexandre Pinto (Alexandre)
Miguel Borges (lo straniero)
Lucia Sigalho (la signora)
Maria De Medeiros (Vera)
Chico Buarque (l’amante)
Prodotto da Paulo Branco
Produzione Instituto do Cinema, Audiovisual e Multimédia
Distribuzione Gruppo Pasquino
Durata 117'
Origine Portogallo, 2001
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