di Diego Barboni
Il disperato tentativo di trascendere i limiti della
propria condizione, la ricerca di un’astrazione per poter condurre un’esistenza
che si avvicini il più possibile alla perfezione, e l’impossibilità a compiere
questo percorso fino in fondo a causa dell’irriducibile umanità che è in loro
come in tutte le persone: mi sembrano questi i tratti caratteristici di molti
dei personaggi della cinematografia di
Kim
Ki-duk.
Un cinema, quello di Kim, che ha spesso rappresentato tale anelito come la ricerca di una via di fuga, anche e soprattutto attraverso l’amore, da parte di personaggi sempre ai margini di una società dominata dalla prepotenza e dalla violenza, una fuga che a volte passa per la piena immersione nelle dinamiche di tale società (come avviene ad esempio in Bad Guy), ma sempre tesa a un livello superiore di esistenza, un’esistenza ideale alla quale a volte ci si riesce ad avvicinare ma che alla fine non può che rivelarsi impossibile. Un bisogno di nobilitare, in ultima istanza, di dare un senso a tanta sofferenza e tanto squallore, di trovare il sublime nel fango. Senza voler per questo ridurre tutto il cinema di Kim a questo (e comunque, non sarebbe poco), mi sembra che gli origami e i disegni della protagonista di Birdcage Inn, le creazioni in fil di ferro del ragazzo de L’isola, la ricerca di un perfezionamento interiore attraverso il buddhismo di Primavera, estate, autunno inverno… e ancora primavera, l’allenamento del protagonista di Ferro 3 – La casa vuota (probabilmente il personaggio più vicino a raggiungere tale ulteriore livello di esistenza) che, alla fine del film, arriva letteralmente a non farsi vedere e sentire, vadano letti in questo senso, ovvero nella progressiva astrazione da una realtà fisica che troppo spesso appare incomprensibile e insoddisfacente.
Ed
anche lo stile del regista, d’altra parte, è sempre teso a un’astrazione che
spesso trova nella metafora, a volte più suggerita, a volte più scoperta, uno
strumento privilegiato di significazione, come a trasferire gli eventi che il
film mostra, anche i più concreti, in una dimensione altra. Anche la violenza
più estrema, in fondo (e non mancano certo gli esempi nella sua cinematografia),
appare meno cruda nel cinema di Kim ki-duk, comparata a quella messa in scena da
altri cineasti (come ad esempio, e sempre per rimanere in Corea, quella di
Jang Sun-woo
o di Park Chan-wook), e nonostante il famoso svenimento causato dalla
scena dell’amo nella proiezione veneziana de L’isola nel 2001.
Simile per alcuni versi alla mazza da golf di Ferro 3, anche l’arco che
dà il titolo a quest’ultimo film sintetizza adeguatamente questa tendenza
all’astrazione, sottolineata pleonasticamente dalla didascalia che chiude il
film: strumento di offesa di rara violenza e precisione, l’arco qui viene
utilizzato anche come strumento musicale, coniugando forza e bellezza al loro
stato più stilizzato. Un vecchio, che vive in una barca ancorata al largo
insieme a una ragazza di sedici anni che prese con sé da bambina e che intende
sposare non appena abbia compiuto il diciassettesimo anno di età, procura da
vivere a se stesso e alla fanciulla affittando postazioni da pesca a occasionali
avventori, e predicendo a chi lo desidera il futuro mediante un bizzarro
procedimento: effettuando tre tiri con l’arco (terza diversa funzione dello
strumento) verso l’altalena sulla quale la ragazza si dondola, mettendo ogni
volta a repentaglio la sua vita.
Di notte, le fa il bagno in un catino e si addormenta prendendole la mano. Con l’arco, oltre a predire il futuro, il vecchio tiene a bada le mani degli avventori che dedicano eccessive attenzioni alla ragazza, mentre la sera suona per lei una scarna e suggestiva musica. La vita è, per lui, più o meno perfetta: il giorno, prossimo (anche perché, non visto da lei, di tanto in tanto contraffa il calendario per far passare il tempo più in fretta), in cui potrà sposare la ragazza, avrà più o meno tutto ciò che desidera. Un bel giorno però, la ragazza si invaghisce di un giovane venuto sulla barca per pescare assieme al padre. Il vecchio sfuggirgli la situazione (e la ragazza) di mano, e comincia a opporsi al nascente amore con ogni mezzo, con una prepotenza e una tenacia inaudite, fino a tentare un suicidio dal carattere fortemente simbolico. La ragazza riesce a salvarlo in extremis, e decide finalmente di unirsi a lui in un matrimonio secondo il rito tradizionale, officiato il quale al vecchio non rimarrà che farsi da parte…
Presentato a Cannes 2005 nella sezione Un certain regard, L’arco
presenta, a un livello più superficiale, numerosi punti in comune con molti
altri film della cinematografia di Kim: l’ambientazione in un luogo–non luogo
sospeso sull’acqua, la citata predilezione per la metafora come strumento
espressivo, la nulla loquacità dei protagonisti, l’amore disperato ed egoistico,
l’autocitazione a metà (stavolta, privo di conseguenze sanguinolente) dell’amo…
eppure, se c’è un film nell’opera di questo regista che segna uno scarto, è
proprio questo. Perché, se da una parte vede a livello tematico una evidente
continuità con il resto della sua cinematografia, dall’altra, e per la prima
volta, si ha l’impressione di una sostanziale gratuità di tutta la storia, come
se Kim si fosse ridotto in questo caso al manierismo di se stesso. Non c’è
niente, in questo film, che Kim dica sull’amore (a conti fatti l’assunto
centrale del film) e che non avesse detto, e molto meglio, in film come Bad
Guy, gli eventi rappresentati nell’Arco mancano proprio di quell’irriducibile
necessità che li rende accettabili nei film precedenti, non si vedono possibili
letture trasversali che illuminino di una luce inattesa la storia. Di contro
abbiamo la non necessaria (questa volta sì) provocazione dell’amo, un
accompagnamento musicale, mai così invadente, che a tratti assimila davvero il
film a un videoclip, addirittura un “amplesso simbolico” francamente
imbarazzante… Restano lo splendore delle immagini, uno stile cinematografico
unico nel panorama internazionale, la bellezza della giovane protagonista (la
stessa di La samaritana), ma soprattutto la speranza che, a partire del
prossimo film, Kim torni a fare cinema ai livelli che lo hanno reso uno dei
registi più interessanti degli ultimi anni.
(27/10/2005)
L’arco
titolo originale Hwal
regia Kim Ki-duk
soggetto e sceneggiatura Kim Ki-duk
fotografia Jang Seung-baek
montaggio Kim Ki-duk
musica Kang Eunil
scenografia Chungsol Art
costumi Kim Kyung-mi
interpreti
Han Yeo-reum (la ragazza)
Jeon Sung-hwan (il vecchio)
Seo Ji-seok (il ragazzo)
produzione Kim Ki-duk Film
distribuzione Mikado
durata 90′
origine Corea del Sud, Giappone, 2005
Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale.