Charlotte Gray (2002), di Gillian Armstrong

 

di Dario Ranocchiari

Tratto dal bestseller di Sebastian Faulks La guerra di Charlotte, l’ultimo film della regista australiana Gillian Armstrong (La mia brillante carriera, 1979; Ultimi giorni da noi, 1990; Oscar e Lucinda, 1997) narra la vicenda di una giovane inglese che nel 1943 viene paracadutata oltre le linee nemiche nel cuore della Repubblica di Vichy. Lo scopo ufficiale dell’operazione è instaurare un contatto con i partigiani locali, ma per Charlotte significa di più: tentare di ritrovare l’uomo che ama, Peter (Rupert Penry Jones), dato per disperso proprio nel sud della Francia. Ma l’esperienza di vivere in un paese occupato, in cui in ogni momento si può essere arrestati e fucilati, cambia profondamente la sua visone del mondo: il suo idealismo forte, ma ‘da comodino’, dovrà confrontarsi con la pratica della Resistenza. Il capo dei partigiani con cui Charlotte deve lavorare è Julien Levade (Billy Crudup): la necessità di basare da subito il loro rapporto sulla fiducia li porta verso un’amicizia profonda ma conflittuale. A intrecciarsi alle vicende dei due sarà quella di due bambini, rimasti orfani dopo la deportazione dei genitori.
"È una storia d’amore di proporzioni titaniche, ambientata in un periodo storico pieno di suggestioni", dice Douglas Rae del film che ha prodotto. Una dichiarazione che rende precisamente (e involontariamente) il maggior difetto di Charlotte Gray: il suo trattare la Repubblica di Vichy – nonostante la precisa ricostruzione storica e la pretesa di rendere la drammaticità della guerra – come sfondo suggestivo per una vicenda romantica. Un’operazione che probabilmente voleva essere un modo per universalizzare, attraverso la riproposizione di figure e tormentoni oramai archetipici storie d’amore in tempo di guerra, la vicenda di Charlotte: renderla epica – titanica, appunto.
Ma nei fatti non fa altro che riproporre il già visto, ribadire il già detto: le figure del genere (il nazista burocrate e quello opportunista, il partigiano senza macchia e senza paura, la telefonista che va con chi ha il potere) fanno la parte per cui sono state pagate. La stessa Charlotte, pur se magnificamente interpretata da una delle migliori attrici del decennio, non sfugge a cliché che avrebbe potuto evitare. Avrebbe potuto essere un meraviglioso personaggio femminile, come dai propositi dichiarati; avrebbe potuto essere un punto di vista nuovo su situazioni di solito viste con occhi maschili. Avrebbe potuto e avrebbe dovuto, visto l’evidente ruotare del film attorno alla sua figura; ma invece no.
Unica ventata di freschezza è, da questo punto di vista, il padre di Julien (il sempre magnifico Michael Gambon): una personalità silenziosa e pragmatica, teneramente burbera, che costruendosi in opposizione a quella di Julien va a tratteggiare nel rapporto intergenerazionale uno dei sottotemi più interessanti di tutto il film.
Insomma, sarà per via della natura abusata del soggetto, sarà per colpa della regista che non ha saputo far trasfigurare in emozioni la bellezza formale, Charlotte Gray non è film da lasciare allo spettatore più di qualche lacrimuccia sulla guancia.

(30/05/2002)

 

 

Charlotte Gray

 

titolo originale Charlotte Gray

regia: Gillian Armstrong

sceneggiatura: Jeremy Brock

fotografia: Dion Beebe

montaggio: Nicholas Beauman

musica: Stephen Warbeck

scenografia: Joseph Bennett

costumi: Janty Yates

 

interpreti

Kate Blanchett (Charlotte Gray)

Billy Crudup (Julien Levade)

Rupert Penry Jones (Peter Gregory)

Michael Gambon (Levade)

 

prodotto da: Sarah Curtis e Douglas Rae

produzione: Ecosse Films e Pod Films

durata: 121'

origine Inghilterra, Australia, 2002