Il diario di Bridget Jones

(Bridget Jones’s Diary, Gb, Usa 2001)

 

Regia: Sharon Maguire; soggetto e sceneggiatura: Helen Fielding; fotografia: Gemma Jackson, Stuart Dryburgh; montaggio: Martin Walsh; musica: Patrick Doyle; costumi: Rachael Fleming; interpreti: Renée Zellweger (Bridget Jones), Hugh Grant (Daniel Cleaver), Colin Firth (Mark Darcy), Jim Broadbent (il padre di Bridget), Gemma Jones (la madre di Bridget); produzione: Little Bird, Studio Canal, Working Title Films; durata: 97'

Link: www.msn.it/ildiariodibridgetjones

 

Trentadue anni, impiegata in una casa editrice, piacevole ma non bella, sovrappeso, fumatrice accanita, con un debole per la vodka, incapace in cucina, single e alla ricerca del grande amore, ironica, divertita e terribilmente inglese: Bridget Jones è una normale brava ragazza che scrive un diario pieno di buoni propositi, che fa una vita disordinata e poco salutare, che ha improbabili pigiami con orsacchiotti e canta All by Myself usando un giornale come microfono, che ostenta scollature e minigonne nonostante un fisico non proprio perfetto per conquistare il capoufficio sciupafemmine.
Il personaggio creato da Helen Fielding per l’Indipendent, diventato prima un libro (quattro milioni di copie vendute in trenta paesi) e ora un film (enorme successo in Gran Bretagna, e prevedibilmente anche in Italia) è senza dubbio disegnato sapientemente e studiato per risultare subito simpatico allo spettatore: scorre senza intoppi e senza pesantezze fino allo (scontato) happy end.
Se siete donne, single, intorno ai trent’anni, lottate con una fastidiosa tendenza all’adipe e vi rifiutate categoricamente di prendere in considerazione i figli degli amici di famiglia, questo è il film che fa per voi. Diverte, non è inutilmente dolciastro, gli attori sono bravi e, come in tutte le commedie romantiche inglesi, a una sceneggiatura ben studiata si associa la cura fin nel minimo dettaglio: arredamento, abbigliamento, colonna sonora, partecipazioni straordinarie (Salman Rushdie, Sebastian Faulkes, Julian Barnes e Jeffrey Archer), tutto concorre a farvi trascorrere una piacevole ora e mezza.
Senza per forza tirare in ballo il femminismo, o la difficoltà tipicamente femminile ad accettare la vita da single di buon grado (il senso del film sembra essere che gli uomini non hanno poi tanta fretta di sistemarsi e che fanno benissimo, un ideale forse condivisibile, forse no, ma che ha risvolti comici, sullo schermo) basta dire che ridere su situazioni abbastanza buffe ma un po’ grottesche (la scelta delle mutande più adatte a un incontro galante, o la faccia del fortunato che si trova a fare i conti con uno slip alto fin sopra l’ombelico e resistentissimo, il cui unico scopo è trattenere la pancia) ecco, ridere su tutto questo fa bene.
Quanto ci sia di approfondimento su come le donne riescono a rendersi ridicole per farsi amare, e quanto di pura comicità, è difficile dirlo, ma in questo caso non è importante. Certo, come in tutti i film sulla scia della commedia romantica inglese, c’è Hugh Grant, ma stavolta in un ruolo insolito, ed è inaspettatamente bravo; mentre nel ruolo di protagonista/antagonista recita Colin Firth, scelto e fortemente voluto dalla stessa Fielding che l’aveva notato nella parte di Darcy in una riduzione di Orgoglio e pregiudizio per la BBC (al quale la Fielding dice di essersi ispirata, ma sinceramente non ho trovato nessuna attinenza, tranne il cognome del personaggio interpretato da Colin Firth).
In realtà, però, il film è completamente incentrato su Renée Zellweger, scelta nonostante il forte accento texano (corretto con estenuanti lezioni di dizione e con un contratto semestrale come segretaria nella stessa casa editrice che pubblica il libro della Fielding) e la linea sottile: per la parte è dovuta ingrassare sette chili. Simpatica, piacevole, e deliziosamente svagata, è esattamente la Bridget Jones che si immagina leggendo il libro.

Silvia Spernanzoni