Il divo

(Italia 2008)

 

Regia e sceneggiatura: Paolo Sorrentino; fotografia: Luca Bigazzi; scenografie: Lino Fiorito; montaggio: Cristiano Trovaglioli; costumi: Daniela Ciancio; interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Piera Degli Esposti, Paolo Graziosi, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Alberto Cracco, Lorenzo Gioielli, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Giovanni Vettorazzo; prodotto da: Francesca Cima, Nicola Giuliano, Andrea Occhipinti, Arturo Paglia, Isabella Cocuzza; distribuzione: Lucky Red; durata: 110′

 

Premiato a Cannes 61, elogiato dalla stampa nazionale e internazionale: si è detto che Il divo di Paolo Sorrentino abbia rappresentato assieme a Gomorra di Matteo Garrone il punto di partenza/arrivo di un nuovo realismo italiano, concentrato sulle vicende della torbida Italia del recente passato e del presente.
Come però già sottolineato da Simone Ghelli in “Divi e redivivi sul palcoscenico della politica italiana è difficile - se non addirittura illusorio - pensare che i due film italiani che hanno segnato la fine della stagione cinematografica dell’anno possano davvero risollevare le sorti del cinema dello Stivale, da troppi anni incatenato da logiche distributive di dubbio valore o semplicemente incapace di sfruttare dovutamente gli spunti proposti dalla contemporaneità o dalle riflessioni storico-sociali.
Al di là delle analisi di più ampio respiro, già espresse con chiarezza nell’articolo citato, resta comunque da valorizzare il lavoro dei due registi, alle prese con tematiche complesse cui è stato applicato un procedimento di razionalizzazione estremamente efficace e lucido.
Concentrandoci in particolare sul film di Sorrentino, molti sarebbero gli slanci da analizzare: il film nasce come descrizione secca e ironica della realtà politica del nostro paese, dominata per lunghi anni dal potere della Dc e dai suoi massimi esponenti, e focalizza il proprio raggio d’azione in particolare sulla paradigmatica figura di Andreotti (“il Divo Giulio, il Gobbo, la Volpe, il Papa Nero, Belzebù” come viene ricordato in una sequenza), personaggio chiave e simbolo di una stagione della politica italiana, emblema per decenni dell’incarnazione del potere. Sorrentino non scava nell’umanità del personaggio, ma filtra la narrazione attraverso i toni del grottesco, trasformando le varie personalità politiche in macchiette tanto estreme quanto poco distanti dalla realtà. Un procedimento che in certi momenti sembra quasi ricordare Il Caimano di Moretti, che a sua volta cercava di delineare la complessità di un’altra figura della politica italiana: Silvio Berlusconi.
Numerose però sono le differenze che segnano il rapporto fra i due film a partire dal diverso approccio alla materia trattata: Sorrentino cerca la storia (qua e là alterata da digressioni fantasiose, come dichiarato dallo stesso regista, ad esempio l’intervista mai avvenuta fra Andreotti e Scalfari), mentre Moretti ha inseguito un progetto di rappresentazione che passa attraverso l’immagine allegorica, privilegiando l’impatto visivo piuttosto che lo sviluppo narrativo (la celeberrima sequenza della cassa piena di soldi che piomba su Berlusconi, una pioggia di banconote fatte volare dal vento).
“La spettacolare vita di Giulio Andreotti”: è questo il sottotitolo per un’opera che cerca di penetrare nell’intimo di un personaggio e che finisce per mettere sotto i riflettori l’esperienza di vita di un uomo tanto freddo e ironico da apparire inquietante. Sorrentino non cerca una definizione netta del suo protagonista, ma anzi si concentra nel concedere fiato e voce a tutte le diverse nature del senatore a vita: un uomo sornione, attanagliato da costanti emicranie, che affida la propria vita alla volontà di Dio e alla propria astuzia. Il divo però oltre a rappresentare un quadro brillante del divo Giulio è anche uno spaccato dell’Italia degli anni ’90, il decennio degli scandali delle tangenti, degli omicidi di mafia, dei rapporti fra criminalità organizzata e potere, dei maxi processi: Sorrentino costruisce così un solido back-ground tramite il quale raccontare il contesto nel quale Andreotti e la sua corrente operarono nei loro ultimi periodi di governo.
Dopo aver descritto il viscidume di un usuraio senza scrupoli (L’amico di famiglia), dopo aver raccontato un uomo misterioso barricato nel silenzio di una Svizzera senza anima (Le conseguenze dell’amore), dopo aver tratteggiato le vite di uomini diversi segnati da un destino comune (L’uomo in più), Sorrentino trova efficaci suggerimenti creativi nella caldera del “sentito dire”: il regista non cerca prove concrete, ma predilige un linguaggio netto per descrivere situazioni che si perdono nell’incertezza.
Il divo è un film sorprendente e vigoroso, possente e agile al tempo stesso, capace di grandi trovate visive e contemporaneamente abile nell’indagare circostanze storico-politiche particolarmente complesse.
Tempo fa Sorrentino faceva dire al suo Titta De Girolamo, ne Le conseguenze dell’amore: “Ricordarsi di non sottovalutare le conseguenze dell’amore”. Ma anche quelle del Potere, ci verrebbe da dire. Perché in fondo, “il potere logora chi non ce l’ha”.

Priscilla Caporro, 18/07/2008