Eva e Adamo (2009), di Vittorio Moroni

 

Certe volte non è così sbagliato partire da elementi apparentemente periferici, se non addirittura esterni alla visione, per rendere l’atmosfera di un film. Nel caso di Eva e Adamo è un’immagine di questo tipo ad aver rafforzato il legame tra noi e l’opera di Vittorio Moroni, quella del regista, col suo pacato sorriso, sempre presente a proiezioni romane caratterizzate anche dalla volontà di accogliere personalmente il pubblico, facendo dono di una mela rossa all’ingresso in sala e di un fotogramma del film all’uscita.

Moroni che dialoga col suo pubblico. Moroni che dialoga coi suoi personaggi. Sì, perché un dato che colpisce sempre del cinema di Moroni, sia che prevalga la forma documentaria sia che prevalga la fiction (distinzioni destinate poi a sfumare in un uso quasi confidenziale del mezzo cinematografico), è la forte vocazione umanistica, frutto di una non comune sensibilità nel rapportarsi a vicende, persone, luoghi. In questo senso (e probabilmente anche in altri) Eva e Adamo è veramente figlio dell’esperienza accumulata col precedente lavoro, Le ferie di Licu. Se lì si scorgeva già quel tocco particolare nel filmare un rapporto in fieri, l’affetto tra due giovani del Bangladesh risucchiati da un matrimonio combinato e pronti a interrogarsi (con il regista, col pubblico empaticamente partecipe) sulla reale natura del loro sentimento, anche in Eva e Adamo è protagonista l’amore; un amore sottratto agli schematismi artificiosi, perbenisti e ipocriti presenti in tanto altro cinema, ricondotto invece attraverso vicende indubbiamente estreme alle contraddizioni più profonde dello spirito umano, a una realtà dove le regole dell’attrazione e quelle del vivere sociale si fondono in un vincolo inestricabile.

Storie estreme, abbiamo detto. Ma così dicendo ci sembra già di ghettizzarle, come se gli esempi fatti dal regista non siano al tempo stesso lo specchio di una realtà che è molto più complessa, articolata, di quanto i modelli culturali prevalenti (le famiglie del mulino bianco, le famigliole altrettanto false che svettavano un tempo sui manifesti elettorali della DC e ora in quelli dei partiti che ne hanno ereditato il ruolo) vogliano farci credere.

La realtà è fatta anche di personaggi come Erika, Deborah, Veronica. Coi rispettivi compagni di vita. Quello proposto dal titolo è rispetto al biblico “Adamo ed Eva” un chiaro ribaltamento di prospettive, che pone in primo piano l’attenzione di Moroni per l’universo femminile, già manifestata altrove (vedi ad esempio il personaggio di Valentina Carnelutti in Tu devi essere il lupo). Una simile predisposizione si è espressa in Eva e Adamo pedinando con fare (in)discreto tre scelte di vita; a incarnarle tre coppie assai diverse tra loro, accomunate però da un modo di rapportarsi col partner oscillante tra la richiesta d’affetto, il tentativo di realizzazione personale, le pure questioni d’interesse.

L’attempata ma vivacissima Erika, che a più di settant’anni svolge ancora molteplici attività e frequenta assiduamente la palestra, si rifugia nel sogno di una seconda giovinezza, accompagnandosi a uomini di colore con molti meno anni di lei; compresa la sua ultima fiamma, il senegalese Moussad, trattato con quel misto di benevola accondiscendenza e di superiorità che ci ha ricordato, sul piano della fiction, l’intensa riflessione cinematografica di Laurent Cantet in Verso il sud. Poi c’è Deborah, spinta dal proprio desiderio di indipendenza a mettere sul mercato un corpo desiderabile, prima attraverso le “hot line” in onda sulle televisioni private a notte tarda, poi attraverso piccole produzioni pornografiche; ma senza rinunciare all’idea di un rapporto di coppia tenero, “normale”, minato al contempo dal dubbio che nel compagno Filippo prevalgano, alternativamente, l’orgoglio di stare con una gran bella ragazza e la vergogna causata da opinabili scelte lavorative. Infine ecco Veronica, il personaggio forse più delicato: sconvolta in giovane età da una improvvisa tragedia, ha poi deciso di dedicarsi agli altri facendo la crocerossina, ed è così che ha conosciuto il marito Alberto, affetto da una grave malattia degenerativa. Vero amore o slancio di solidarietà?

Sono tante le domande che ogni singola storia pone, ma Moroni saggiamente non offre risposte prefabbricate o consolatorie, si limita a osservare, con occhio partecipe. Ed è un occhio, quello della macchina da presa, che volentieri si sporca, si fonde con gli ambienti e con gli umori dei personaggi lasciando loro libertà di espressione, compensata poi da una volontà demiurgica espressa soprattutto attraverso il montaggio. Le schegge di realtà si riordinano assurgendo così a piccole mitologie contemporanee, grazie anche ad appropriati contrappunti. Il passaggio dalle musiche ai rumori ambientali crea infatti l’ideale tessuto emotivo per viaggiare in questo eden sbiadito, più che perduto, risultato di una società che permette alle convenzioni e alla logica del profitto di contaminare qualsiasi rapporto affettivo; mentre il racconto è intervallato di continuo dai dettagli dei quadri di Peter Moon, opere da cui trapela una sensibilità lacerata che è ideale, primitivo commento agli stati d’animo proposti dal film.

Stefano Coccia, 18/10/2009   

 

 

Eva e Adamo

 

 

Titolo originale Eva e Adamo

Regia Vittorio Moroni

Sceneggiatura Vittorio Moroni, Marco Piccaredda

Fotografia Marco Piccaredda

Montaggio Marco Piccaredda

Musiche Mario Mariani

 

Prodotto Da 50N, Onair

Distribuzione 50N

Durata 77′

Origine Italia, 2009

 

 

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