Regia: Kim Ki-duk; soggetto: Kim Ki-duk; sceneggiatura: Kim Ki-duk; fotografia: Jang Seung-beck; montaggio: Kim Ki-duk; musica: Slivian; scenografie: Kjoo Jin-mo; costumi: Koo Jea-heon; interpreti: Lee Seung-yeon (Sun-hwa), Jae Hee (Tae-suk), Lkwon Hyuk-ho (Min-kyu), Joo Jin-mo (detective Cho); produttore: Kim-ki-duk; distribuzione: Cineclickasia, Mikado; durata: 90'
Links: www.binjip.co.kr, www.mikado.it
Un fantasma, in carne e ossa, un mistico dello
squatting, il protagonista di Ferro 3, l’ultimo film di
Kim
Ki-duk. Abita case
temporaneamente disabitate. Arredi, utensili, spazzolini addirittura:
tocca e prova tutto. Al momento di andarsene rimette ordine, a modo suo. E
scatta una foto ricordo, sullo sfondo un immancabile ritratto di proprietari
sorridenti: il fantasma gli ruba un pezzetto d’anima, e di genius loci.
Di lui, per felice opzione, non si conoscono
trascorsi, si può escludere che agisca per necessità materiale;
azzardare semmai che, come tante persone e personaggi, avverta il bisogno di una
famiglia apocrifa, degli affetti
parentali l’aura dolce piuttosto che il giogo. Un giorno il fantasma è
sorpreso da una donna, bella e inquieta, prigioniera di un uomo violento.
Fuggiranno insieme, luna di miele in case vuote. La polizia e la vendetta del
marito faranno il loro corso, crudele. Ma i nostri amanti troveranno il modo di
continuare a occuparsi l’uno dell’altra. Tira una salvifica aria di nouvelle
vague su questo bel film, di gioiosa irresponsabilità. “Quelli erano veri
uomini, quelle vere donne, guardateli”, così esclamò uno spettatore di La
mia droga si chiama Julie, un giorno di novembre al Filmstudio di Roma;
credo che si entusiasmerà per Ferro 3. È in fondo cosa nobile e utile
l’arte civile della fuga, e in essa si compendia, forse, l’alternativa
esistenziale dell’individuo che la pratichi o agogni, all’alternativa
ancestrale alla cultura; la
propensione erratica, connaturata all’uomo quanto l’istinto a rifugiarsi e a
erigere focolari. Osserva Borges, discettando amabilmente di gauchos,
come i goti e gli unni temessero in ugual modo le case e i sepolcri; e che i
generali di Gengis Kahn a lungo non seppero cosa fare delle città cinesi
espugnate, nel dubbio le incenerivano; CS
mi incanta riassumendo le teorie di un mistico ebraico: Dio si è esiliato dal
mondo per lasciare spazio all'uomo, la diaspora degli eletti riflette la
condizione divina; forse i popoli nomadi hanno da sempre una
segreta paura di affezionarsi ai luoghi e quindi impacchettano di continuo i
loro lari. Il protagonista di Ferro 3 è un nomade semi-domestico ormai
imprigionato nella città-mondo, un riemergente Abele circospetto e coraggioso,
ma anche uno strano tipo di santo orientale, un eremita urbano e girovago, dove
gli altri non sono lui
è, dove è invisibile appare. Il film alterna lunghe sequenze mute a brevi
dialoghi: forse anche la lingua, un tempo diletto dei poeti-nomadi, è un
possedimento degli stanziali, e di volta in volta transitoriamente i due amanti la occupano. Besaetzung. Il silenzio
degli spettatori in sala finisce per coincidere in un modo affascinante e
misterioso con il non-detto del film. Silenzi sulla carta comparabili con quelli
del cinema di Antonioni: ma una cosa è la rappresentazione della crisi
dello strutturalismo, del vuoto (se vogliamo) al termine di Tristi tropici,
altra è la fiducia poetica nelle virtù della fiaba, madre di tutte le
strutture e illusione. Da un punto di vista sistemico-mitologico, la
lotta tra cinema muto e sonoro, vinta da quest’ultimo ma mai definitivamente,
come incorporando sacche di resistenza nelle parti non dialogate, si lascia
paragonare al conflitto tra nomadi e agricoltori, con cui si apre la storia
della violenza. Sia come sia, colpisce la capacità di Kim Ki-duk di narrare e
montare: con una facilità quasi irritante, in un invidiabile tono dimesso e mai
corrivo. Il “ferro 3” del titolo è una mazza da golf, di cui il
protagonista si serve nel corso del film, come di un’arma e di un pennello. Il
golf, emblema della desacralizzazione della natura nell’espansione urbana (ma
quante creature silvestri tornano negli horror americani ambientati nei
ricchi suburbi?), è pervertito in arte marziale e amorosa; la città, fuori
dalle case vuote tremendamente più vuota: benché solcata da movimenti, è
rappresentata come un luogo privo di vera vita, che germini, e allora la domanda
su sogno e realtà in calce al film non è una cesura retorica, ma quasi
un’estrema chiamata in correo, un Mio ipocrita spettatore…
La comunità urbana e i vincoli familiari come finzioni, cui appassionarsi e
mai consegnarsi.
Il gioco di tenerezze invisibili in
cui il film sfocia è talmente contagioso che vien voglia di tentarlo con la
sconosciuta vicina di cinema, sfiorandola al buio; o solo immaginando di esserne
sfiorato.
Alessandro Carlini, 03/12/2004