(Italia 2008)
Regia: Matteo Garrone; soggetto: dal romanzo omonimo di Roberto Saviano; sceneggiatura: Matteo Garrone, Maurizio Braucci, Roberto Saviano, Massimo Gaudioso, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio; fotografia: Marco Onorato; montaggio: Franco Spoletini; musiche originali: Robert Del Naja e Neil Davidge dei Massive Attacks; scenografia: Paolo Bonfini; costumi: Alessandra Cardini; suono: Daniela Cassani, Leslie Shatz; interpreti: Toni Servillo (Franco), Gianfelice Imparato (Don Ciro), Maria Nazionale (Maria), Salvatore Abbruzzese (Totò), Salvatore Cantalupo (Pasquale), Marco Macor (Marco), Ciro Petrone (Ciro), Carmine Paternoster (Roberto); prodotto da: Domenico Procacci; produzione: Fandango, in collaborazione con Rai Cinema; distribuzione: 01 Distribution; durata: 135′
Link: www.01distribution.it
Un’operazione produttiva davvero
azzeccata quella che ha portato Domenico Procacci ad acquisire,
prima ancora che il libro fosse pubblicato, i diritti per trasporre
Gomorra (la sua Fandango è anche
casa editrice e aveva avuto tra le mani le bozze del
romanzo di Saviano,
pubblicato poi da Mondadori), e soprattutto felice la scelta di un regista come
Matteo Garrone, che al di là
della indubbia padronanza del linguaggio cinematografico (il regista romano
proviene dai territori della pittura), già dai tempi del suo Terra di mezzo
(1997) aveva dimostrato una grande sensibilità ai luoghi, con un piglio sospeso
tra documentarismo e reinvenzione figurativa, scavando nella realtà senza
limitarsi a una semplice registrazione.
Si potrebbe dire che il percorso di avvicinamento al mondo di Gomorra sia
cominciato proprio in quella strada di Lunghezza alle porte di Roma dove le
prostitute nigeriane di Silhouette (cortometraggio del 1996) erano
insieme protagoniste e testimoni di un quasi surreale mescolio di incontri di un
mondo non più rurale ma neanche cittadino, uno di quei tanti luoghi vittime del
genocidio culturale e paesaggistico italiano come il Villaggio Coppola
utilizzato come torbida location dell’originale noir
L’imbalsamatore (2002).
Basandosi sul romanzo e riscrivendolo con lo stesso Saviano oltre che con
Gaudioso, Braucci (che conosce a fondo il ventre di Napoli), Chiti
e Di Gregorio, Garrone ha cercato le giuste tonalità creando come in
pittura una serie di velature per comporre l’affresco delle cinque storie del
film i cui fili si intrecciano come in una pellicola di
Altman.
Non c’è imitazione del vero né tanto meno quella superficialità informativa di
tanti servizi tv dalla “giungla” di Scampia, perché non basta certo una
mattinata e qualche intervista frettolosa ai passanti per entrare dietro
l’opacità dell’apparenza e del dramma.
Il cancro malavitoso nello stesso tempo nutre e divora quella terra da decenni
(negli ultimi trent’anni vi sono stati 4000 morti, avvisano i titoli di coda del
film), più morti di qualsiasi terrorismo europeo; mentre i governi si mobilitano
per le emergenze dei lavavetri o dei campi nomadi, per rassicurare il pubblico
dei titoli strillati di tg e giornali, la lotta alla malavita organizzata non
entra nemmeno tra i punti principali dei programmi di governo.
Per raccontare la tragedia di quelle terre campane stuprate dai rifiuti e dal
sistema camorristico è davvero esemplare la scena del contadino morente per un
cancro, che paga i suoi debiti svendendo le sue terre come discariche di rifiuti
tossici.
Il rischio di trasporre Gomorra di Saviano, che nel frattempo ha
raggiunto tirature record (tanto più in un paese dove la metà della popolazione
sfoglia a malapena le pagine gialle), era di affidarlo a un regista di
botteghino e produrre con i soliti volti noti un’operazione in vitro simile a
una fiction televisiva espansa. Qui invece, i divi non ci sono, a parte
Servillo che lo sta diventando solo ora dopo anni di onorato teatro e dopo
alcune ottime interpretazioni cinematografiche; c’è invece un mix straordinario
(a tal proposito si veda la terza intervista di Frame OnLine a Garrone: “Intervista
a Matteo Garrone. «Gomorra», gangster movie rosselliniano”) di non
professionisti presi in loco (quasi che la camorra voglia auto-rappresentarsi),
di attori di teatro e di cinema, di interpreti di teatro carcerario o sociale,
di ragazzini provenienti dai famigerati campi nomadi, di chi viene dal Grande
fratello.
Tutti magistralmente diretti, tutti inchiodati a primi piani e accompagnati in
empatici movimenti di macchina a mano,
Garrone è anche operatore.
“Nei miei film cerco sempre dei
momenti unici, degli attimi irripetibili, ciò è possibile stando in simbiosi con
gli attori. Per cui scelgo di essere alla macchina per poter cogliere quei
momenti. Magari c’è l’attore che fa un piccolo gesto imprevisto che l’operatore
non farebbe in tempo a cogliere se glielo segnalassi, quindi cerco di seguire i
movimenti dell’attore con il suo stesso istinto. Creo le premesse perché possa
accadere qualcosa, poi mi metto lì a farmi venire in mente le idee seguendo i
movimenti degli attori” (dichiarazione raccolta durante una conversazione con
Garrone e Braucci).
Lo stile da reportage è arricchito da uno sguardo espressivo che privilegia
l’aspetto figurativo su quello informativo o di denuncia. Però, non si cade
neanche nel rischio di svuotare il libro inchiesta di Saviano e di farne
un’operazione di puro intento stilistico, di rigenerare per esempio un cinema di
genere in stile revival poliziottesco, tutt’altro: la violenza viene
raccontata senza glamour, senza mostrare “gli dèi”, i boss. Qui siamo in
guerra, in piena furia scissionista, e la manovalanza del crimine è tutt’altro
che monumentalizzata, sono essere umani chiusi in un ingranaggio da cui solo
pochi hanno il coraggio e la voglia di evadere.
Le storie scelte, inizialmente sei, sono cinque,
ovvio selezionarne solo alcune dalle tante accennate nel libro (rimane il
rimpianto per l’eroica e tragica storia del prete).
Nel film si incrociano i destini: Totò, un ragazzino che consegna la spesa nelle
Vele di Scampia e che sarà presto destinato ad altre consegne; Don Ciro, uno
splendido Gianfelice Imparato che fornisce coloriture keatoniane al suo
personaggio di travet del sistema che consegna la paga mensile (spesso così
magra da creare proteste); Franco (l’ottimo Toni Servillo), il volto “clean”
della camorra che traffica i rifiuti tossici e trova i siti dove avvelenare la
terra alternando doppio petto a fantascientifiche e inquietanti tute protettive;
i due ragazzetti persi nel sogno di potere che confondono Scarface di
De Palma con la loro realtà e viaggiano verso una personale distopia
allucinata di anarchia criminale; il sarto Pasquale che ha acquisito una tale
bravura nel lavoro nero per le commesse dell’alta moda settentrionale da venir
scelto come maestro dall’imprenditore cinese.
Il film è davvero un capolavoro e va gustato in sala per cogliere appieno colori
lividi, realismo, cinemascope, intarsio di azioni e ritmi giusti, senza
vorticosità o brutalità inutili e senza cali di tensione, uso sobrio e
infradiegetico della musica (con le autoradio o i jukebox in scena che mandano
musica neo-melodica), e l’ottimo lavoro sui suoni con lo zampino del tecnico del
suono di
Paranoid Park
Leslie Shatz.
Un grande controllo espressivo: il modello è il
Rossellini di Paisà (curioso
che la grotta dove avviene la prova di coraggio sia la stessa dell’episodio
napoletano del film rosselliniano). Garrone cita anche i documentari sugli
animali e i reportage di guerra, ma qualche zampata del suo tocco pittorico non
manca, come nell’incipit ambientato tra le luci blu del solarium, una
scenografia quasi fantascientifica nel primo piano sonoro e visivo dell’attacco
(doveva essere la locandina del film, ma la distribuzione ha privilegiato il
nero e il titolo Gomorra per richiamare la copertina del libro. Scelta
azzeccata? lo vedremo), o nel totale delle Vele di Scampia con una piscina sui
terrazzi condominiali.
Questa architettura avveniristica e decadente del famigerato quartiere è un
altro esempio di cattiva lettura di Le Corbusier e delle sue Unité d’Habitation.
Scampia è un luogo dove
Garrone è riuscito a girare senza calare come
un’astronave con la sua troupe, ma riuscendo, con la sensibilità dello sguardo e
con qualche cautela, ad avere la collaborazione degli abitanti. Più complicata
la situazione nei territori delle discariche abusive dove la troupe si è resa
meno visibile ed è riuscita a evitare ritorsioni. Sui muri di Casal di Principe
continuano a comparire scritte contro Saviano, vediamo ora come prenderanno il
film, se ne faranno una lettura narcisistica o se sarà chiaro, pur nell’assenza
di intenti sociologici o di denuncia didascalica, la sottolineatura
dell’apocalissi quotidiana che crea questo stato di cose.
Giovanni Petitti, 17/05/2008