Il grande dittatore

(The Great Dictator, Usa 1940)

 

Regia, soggetto e sceneggiatura: Charles Chaplin; fotografia: Roland Totheroth, Karl Struss; scenografia: J. Russell Spences; montaggio: Willard Nico; musiche: Charles Chaplin, con adattamenti di Meredith Willson; suono: Percy Townsend, Glenn Rominger; interpreti: Charles Chaplin (il barbiere ebreo; Adenoid Hynkel, dittatore di Tomania), Paulette Goddard (Hannah), Jack Oakie (Napaloni, dittatore di Bacteria), Grace Hale (la moglie di Napaloni), Reginald Gardiner (Schultz), Henry Daniell (Garbitsch), Billy Gilbert (Herring), Carter de Haven (l’ambasciatore), Maurice Moskovitch (Jaekel), Emma Dunn (la moglie di Jaekel); prodotto da: Charles Chaplin; produzione: Charles Chaplin Productions, United Artists; distribuzione: BiM Distribuzione; durata: 128'

 

Locandina originale del filmPer quanti come chi scrive non sono studiosi di cinema, recensire un autore come Chaplin incute un senso di timore e di inadeguatezza dal quale è difficile liberarsi. Recarsi al cinema per un film come Il grande dittatore, riproposto in versione integrale dalla Cineteca di Bologna con il rinserimento di alcune scene censurate negli anni Quaranta, implica un rischio analogo: entrare in sala (e uscirne) con una certa prevenzione, con la consapevolezza taciuta che di quella pellicola non potrà che dirsi bene: “Un gran bel film…”, “Magari ne facessero ancora di così…”, “Bisognava tornare a un film di sessant’anni fa per riuscire ad apprezzare genuinamente il cinema…”, e così via (in sostanza, questi alcuni commenti del pubblico che, al termine di una proiezione natalizia, usciva dalla sala del Nuovo Sacher di Roma).
A dispetto del critico più esigente, giudizi tanto semplici contengono in sé un fondo di verità che è difficile contraddire, perché Il grande dittatore è davvero ‘un gran bel film’.
“Se avessi conosciuto gli errori dei campi di concentramento tedeschi non avrei potuto fare Il dittatore; non avrei potuto certo prendermi gioco della follia omicida dei nazisti. Ma ero ben deciso a mettere in ridicolo le loro mistiche scemenze sulla purezza del sangue e della razza” (Charles Chaplin, La mia autobiografia, Mondadori, Torino 1964): grosso modo, questi i motivi ufficiali che spinsero l’autore a girare il film tra il 1938 e il 1940, quando in Europa dilagava la seconda guerra mondiale, gli orrori dei campi di concentramento e dell’olocausto erano di là da venire e gli Stati Uniti (dove Chaplin viveva e lavorava) erano ancora decisi a non mettere naso nel conflitto. Un film che, denunciando e mettendo sotto accusa la storia nel tempo della storia, fu ben presto superato dagli avvenimenti storici del futuro più prossimo: Il barbiere ebreo nelle vesti di Hynkel (Chaplin) alle leggi razziali di Norimberga del 1935 (nel film caricaturate con le riunioni antisemite tra il grande dittatore e i suoi consiglieri) seguì la cosiddetta Notte di cristallo scatenata da Goebbels nel novembre del 1938, durante la quale ebbero luogo veri e propri pogrom sostenuti dal governo, per non parlare poi dei campi di concentramento (nel film semplici campi di lavoro) che diverranno campi di sterminio per mezzo dei quali il nazismo darà seguito alla ‘soluzione finale’, cioè al programma di sterminio sistematico con il quale saranno eliminati oltre cinque milioni di ebrei; all’annessione dell’Austria del 1938 (nel film chiaramente parodiata con l’invasione dell’Ostria da parte del dittatore Hynkel) seguirono, a un anno di distanza, le annessioni di Boemia e Moravia, nonché l’invasione della Polonia con cui Hitler diede seguito alla propria idea di riconquista di quello che definiva il Lebensraum (lo ‘spazio vitale’), che scateneranno la seconda guerra mondiale; alla febbre di conquista e alla mania di grandezza del Fürher (magistralmente parodiate con la celeberrima scena di Hynkel che gioca a palla con un mappamondo di gomma sul preludio del Lohengrin di Wagner) seguì, nell’agosto del 1939, Hynkel (Chaplin) palleggia col mappamondo il patto germanico-sovietico firmato al Cremlino da Molotov e Ribbentrop, le cui clausole prevedevano la spartizione della Polonia. Il grande dittatore fu il primo film di Chaplin in cui l’autore inserì dei dialoghi, passando così al parlato dopo venticinque anni di cinema muto e dopo aver messo in scena uno dei più grandi personaggi del cinema comico del Novecento, Charlot, che nel Diattore fa la sua ultima comparsa (a dire il vero già in una scena di Tempi moderni, 1936, Charlot canta una canzone, le cui parole, significativamente, non hanno senso, quasi a dire che il comico non sta nella parola ma nell’immagine). In Tempi moderni Charlot subisce le prime modifiche fisionomiche, come ad esempio i capelli, che da scarmigliati e arruffati come erano sono ora pettinati con la scriminatura. In definitiva, con il barbiere ebreo del Grande dittatore Chaplin dice addio al piccolo vagabondo tanto amato e mette in scena uno Charlot riveduto e corretto, invecchiato con un ciuffo di capelli grigi, che ha rinunciato alle bonarie sconsideratezze del suo predecessore e che, soprattutto, ha accettato di entrare a far parte di una comunità sociale, quella ebraica (ha ora una casa e addirittura un mestiere che, dopo essere scappato dall’ospedale dove era stato rinchiuso in seguito alla sua lunga amnesia, cerca di riottenere a Il barbiere ebreo (Chaplin) e Hannah (Paulette Goddard) passeggiano nel ghettotutti i costi). Se è vero che il dialogo è essenziale alla pellicola nella parte finale del discorso del barbiere ebreo camuffato da Hynkel (della durata di ben sei minuti) ciò nondimeno esso non risulta in nessuna occasione preponderante (il barbiere ebreo non parla quasi mai), come invece lo è la mimica straordinaria dell’autore-protagonista, che nemmeno nei suoi ultimi film rinnega l’epoca di cui è figlio, quella del muto.
Così, pur segnando un fondamentale momento di passaggio nella poetica del suo autore, il film non ne tradisce le idee e i principi fondamentali, primo fra tutti il concetto di doppio insito nell’uomo, la coesistenza nella medesima persona di aspetti non esclusivamente nobili o gretti: come già Charlot, il barbiere ebreo pur mosso da nobili sentimenti è tuttavia spesso preda della codardia, della vigliaccheria e dell’egoismo (la scena dei budini, che ci riporta al puro e tradizionale stile comico dell’autore); quando è deciso a non sottomettersi alle ingiustizie perpetrate dalle camicie grigie lo fa perché ignaro della brutalità della dittatura in cui è caduta la Tomania dopo la Grande guerra (la scena del primo scontro con le camicie grigie); a dispetto dei suoi discorsi sulla purezza della razza, lo sproloquio conduce spesso Hynkel a una sorta di balbuzie comica che smentisce di fatto il contenuto e i concetti degli stessi; Hynkel (ma anche Napoloni, magistralmente interpretato da Jack Oakie sulla falsariga di Benito Mussolini), a dispetto del suo ruolo di grande dittatore, è dipinto come un personaggio infantile (palleggia gioiosamente col mappamondo) e timoroso (il consigliere Garbitsch, conoscendo le insicurezze di cui soffre il suo signore, allestisceNapaloni, dittatore di Bacteria (Jack Oakie) l’incontro con Napoloni costringendo quest’ultimo a una serie di posture e movimenti obbligati che, tesi a favorire la supremazia di Hynkel, vengono tuttavia puntualmente disattesi).
In Italia il film si scontrò con la censura che ne permise la distribuzione solo nel 1946 e solo dopo aver eliminato alcune sequenze (la più celebre è quella del ballo tra Hynkel e la moglie di Napoloni, interpretata da Grace Hale, all’epoca giudicata irriguardosa nei confronti di Rachele Mussolini).
“Hanno riso e si sono divertiti; ora voglio che ascoltino. Ho fatto il film per gli ebrei di tutto il mondo. Volevo che l’onestà e la bontà tornassero sulla terra. Non sono comunista, sono soltanto un essere umano che vuole vedere in questo paese una vera democrazia e la libertà da quell’infernale irregimentazione che dilaga in tutto il mondo” (Charlie Chaplin).

Luisa Mariani, 05/01/2003

 

Sull'argomento, vedi anche lo speciale "cinema e nazismo" pubblicato sul n. 20-21, febbraio-marzo 2003, di Frameonline.