(Canada, Usa 2005)
Regia: David Cronenberg; soggetto: tratto dalla graphic novel di Robert Wagner e Vince Locke; sceneggiatura: Josh Olson; fotografia: Peter Suschitzky; montaggio: Ronald Sanders; musiche: Howard Shore; scenografia: Carol Spier; costumi: Denise Cronenberg; interpreti: Viggo Mortensen (Tom Stall), Maria Bello (Edie Stall), Ed Harris (Carl Fogarty), William Hurt (Richie Cusack), Ashton Holmes (Jack Stall), Heidi Hayes (Sarah Stall), Peter MacNeill (sceriffo Sam Carney), Greg Bryk (Billy), Kyle Schmid (Bobby), Stephen McHattie (Leland), Sumela Kay (Judy Danvers), Deborah Drakeford (Charlotte); prodotto da: Chris Bendern Jc Spink; produzione: New Line Productions Inc., Bender-Spink Inc.; distribuzione: 01 Distribution; durata:97’
Link: www.historyofviolence.com/
Nella
sua ormai trentennale carriera,
David Cronenberg
ha alternato spesso film basati su soggetti originali ad altri tratti da storie
non originali (per citare i principali successi del regista canadese su questo
versante segnaliamo La mosca, La zona morta, Crash,
Spider). È questo
anche il caso di
A History of Violence tratto dalla graphic novel di
John Wagner e Vince Locke (il primo artefice della graphic novel,
‘romanzo grafico’ o ‘romanzo a fumetti’, fu il geniale Will Esiner,
recentemente scomparso). Avvalendosi dei suoi soliti, magistrali collaboratori,
Peter Suschitzky alla fotografia e Josh Olson alla sceneggiatura,
Cronenberg sceglie di rielaborare la graphic novel originale in una maniera
apparentemente classica: personaggi psicologicamente ben definiti, ambientazioni
caratteristiche e dettagliatamente precisate, svolgimento lineare e progressivo
della narrazione, dialoghi secchi dal taglio di fondo ironicamente caustico. In
breve, una classica fabula noir, talmente classica da risultare del tutto
apparente, proprio per la capacità del regista di ribaltarla dall’esterno,
applicando la struttura di un genere classico alla caratterizzazione di ogni
singolo personaggio, cosicché la struttura complessiva del film risulti
completamente anomala proprio rispetto a quella dei noir classico. D’altronde,
già dal titolo l’ultimo film di Cronenberg lascia aperta una porta
sull’ambiguità: A History of Violence, come tradurlo?
‘Una
storia di violenza’
o ‘una
storia della violenza’?
Un tema, quello dell’ambiguità, da sempre al centro delle opere del cineasta
canadese (da Rabid a eXistenz), come dimostra la scelta di
sovvertire anche il suo stile visivo, sottolineando la capacità di (non)
raccontare una storia: motivo per cui in questo film egli procede attraverso la
linearità narrativa, inconsueta per un autore
come
lui, da sempre maestro nel mescolare, nascondendo attraverso la concatenazione
delle immagini la struttura narrativa dei film. Eppure, nonostante questa
scelta, la carica espressiva e la forza visiva delle immagini non perdono nulla
dell’abituale efficacia cinematografica a cui ci ha abituato l’autore.
Cronenberg va giù duro nei confronti dello spettatore, rielaborando a suo modo
un tipico racconto di genere, trasformando i personaggi in archetipi dell’essere
umano e del suo lato oscuro, così da investirli di una complessità che è tipica
non solo di un’intera opera cinematografica, ma della società umana. È proprio
sull’essere umano e la sua ontologica violenza che Cronenberg concentra la sua
lucida visione, tanto da arrivare al fondo del cuore nero (alla bile nera di
omeriana memoria) non tanto dei singoli personaggi, quanto di un universo intero
che, si badi bene, non è solo quello della provincia americana, ma piuttosto
quello della società occidentale contemporanea (ma non solamente di essa)
tout court. Più del
Peckinpah
di Cane di paglia, del
Kubrick
di Arancia meccanica e di Eyes Wide Shut o dell’Haneke
di Funny Games, Cronenberg evidenzia l’ipocrisia sulla quale è costruita
la cellula base della società occidentale: il nucleo familiare. È nell’ipocrisia
di una famiglia intesa come luogo dell’egoismo assoluto da difendere a ogni
costo e sul quale è costruita la società capitalistico-cristiana che Cronenberg
trova il fulcro tematico con cui evidenziare allo spettatore la sua stessa
natura ipocrita: ma non si tratta di un discorso moralistico del cineasta,
quanto di uno sguardo dettagliatamente realistico e obiettivo sull’ordinaria
quotidianità della vita socio-familiare. È il
cuore
nero di ogni essere umano (non solo di un singolo personaggio come il Paris
Trout dell’omonimo, splendido romanzo di Pete Dexter) che viene
scandagliato e messo a nudo dal cineasta contemporaneo più vicino al già citato
Kubrick. Non solo nel prologo del film, dove genialmente istituisce un
parallelismo tra l’incipit (da sottolineare come l’inquadratura con cui si apre
il film sembra presa da uno dei tanti quadri inquietanti nella loro normalità,
nello stesso tempo realistica e metafisica, di Edward Hopper) e il
successivo svolgersi degli eventi (attraverso l’incubo della bambina), ma in
ogni sequenza del film, dove il dubbio è sempre insinuato facendo vacillare
l’apparenza delle cose rappresentate e i presunti equivoci narrativi lasciano
più di qualche incertezza nell’interpretazione apparentemente scontata da parte
dello spettatore. La rappresentazione della sessualità, come spesso accade in
Cronenberg, è indice proprio di questa ambivalenza: prova ne sono le due scene
che la visualizzano in maniera completamente diversa; la prima come forma di
ritorno alla giovinezza che la coppia di coniugi si regala in età adulta, non
essendosi conosciuti all’epoca del college, una sessualità gioiosa rappresentata
in forma di gioco e di complicità (anche se già presenta la sua degenerazione
violenta con il continuo chiamarsi dei due sposi con l’aggettivo “bad”
(‘cattivo/a’) o “horny” (‘arrapato/a’), con la donna vestita da cheerleader);
la seconda volta dopo lo sconvolgimento familiare quando viene rappresentata
attraverso la conflittualità e l’atto di violenza che l’uomo impone alla donna,
prima che i due si lascino andare a una
passione
“violentemente complice”. Eppure al di là della rappresentazione della
sessualità degli adulti, anche gli adolescenti non sono esenti dall’oscurità
malvagia dell’animo umano, dal figlio adolescente alla piccola sorellina.
Inevitabilmente il richiamo al genio assoluto del male, Fritz Lang, viene
spontaneo e infatti, come nei film di Lang, in A History of Violence non
c’è possibilità alcuna di salvezza per nessuno dei personaggi, nonostante il
finale possa apparire una ricostruzione del nucleo familiare disgregato dopo
l’atto di eroismo del quale si è reso protagonista il padre di famiglia. Proprio
nel finale con la sua carica di ambiguità, Cronenberg rende evidente il
ribaltamento della struttura classica del noir: la ricomposizione della famiglia
riporta solo in parte all’inizio della storia quando questa era unita e felice,
poiché, in seguito alla sua disgregazione e ai conti che ogni suo membro ha
dovuto affrontare con se stesso e con gli altri mettendo in discussione tutte le
certezze (illusorie), nulla sarà più come prima, seppur nella ritrovata unità
familiare. La bravura degli attori nel rendere al meglio tutte le sfumature
psicologiche dei personaggi appoggiandosi a dialoghi efficaci e densi di humour
nero (uno stupefacente Viggo Mortensen, una bravissima, nuova scoperta
cronenberghiana, Maria Bello – che ricorda per bravura e bellezza
un’altra scoperta cinematografica del regista, Deborah Kara Unger di
Crash – con Ed Harris e William Hurt perfetti e al meglio
della loro vena interpretativa – una piccola curiosità è nel nome del
personaggio di Harris, lo stesso di un noto campione di motociclismo, Carl
Fogarty), completa perfettamente un’opera degna di essere definita un
capolavoro!
Alessandro Morera, 16/12/2005