(Italia 2003)
Regia: Ferdinando Vicentini Orgnani; soggetto: liberamente tratto dal libro di Giorgio e Luciana Alpi L’esecuzione; sceneggiatura: F. V. Orgnani-Marcello Fois; fotografia: Giovanni Cavallini; montaggio: Claudio Cutry-Alessandro Heffler; musica: Paolo Fresu; scenografia: Davide Bassan; costumi: Elisabetta Antico; interpreti: Giovanna Mezzogiorno (Ilaria Alpi), Rade Sherbedgia (Miran Hrovatin), Erica Blanc (Luciana Alpi), Angelo Infanti (Marocchino), Andrea Renzi (Francesco), Giacinto Ferro (Giorgio Alpi), Tony Lo Bianco (Generale Loi), Amanda Plummer (Karin giornalista ABC); produzione: Lares Video, Gam Film, Emme Produzioni, in collaborazione con Rai Cinema; distribuzione: Istituto Luce: durata: 96'
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Quando
a essere raccontata è
una storia vera, la responsabilità è un peso che si spartisce tra l’esigenza
estetica e formalizzatrice del cinema e la necessaria aderenza al reale che la
storia stessa comanda. Si capisce quindi che lo sforzo di raccontare il vero
si unisce alla fatica di raccontarlo bene, e da questo punto di vista il film
nella sua complessità è un ben orchestrato congegno di qualità narrativa e di
informazione. La storia di Ilaria Alpi. Il più crudele dei giorni è
ambientata tra Italia, ex Yugoslavia e Somalia (le riprese somale sono in realtà
state fatte in Marocco, in particolare a El Jadida, per via dei disordini ancora
in corso e per la delicatezza dell’argomento), e ripercorre l’ultimo mese di vita
della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi (Giovanna Mezzogiorno) e del
cameraman che era con lei Miran Hrovatin (Rade Sherbedgia), barbaramente
assassinati in un agguato da un commando somalo nelle strade di Mogadiscio. Il
film non vuole essere uno strumento di inchiesta, non ricostruisce la storia
sulla base di assurde invettive, bensì un atto di denuncia contro certa
lentezza nelle indagini e sicuramente un gesto di sensibilizzazione pubblica
costruito sulle verità accertate dai processi e sull’ampia documentazione
fornita dalla famiglia Alpi, il cui libro L’esecuzione ha liberamente
ispirato questo film.
Ma che cosa Ilaria aveva
scoperto per cui è stato necessario eliminarla? Traffici di armi e rifiuti
tossici che facevano la spola tra Italia e Africa e che coinvolgevano
diplomazie, militari e servizi segreti. Tutto questo lo avrebbe
annunciato in un collegamento con il Tg nazionale se non fosse stata uccisa
prima di poterlo fare.
Ferdinando Vicentini Orgnani
(sceneggiatore e regista) e Marcello Fois (co-sceneggiatore), già al loro secondo lavoro
insieme, hanno costruito un impianto narrativo partendo dalla fine, dall’agguato
che “non è mostrato” visivamente ma solo sonoramente (mentre l’inquadratura vola
sulle rovine di Mogadiscio), per poi tornare indietro, all’inizio dell’avventura
di Ilaria e Miran (circa un mese prima) e finalmente procedere in avanti fino
alla fine del film quando, come in un cerchio che si chiude, si “ri-udirà” e si
“vedrà” (per la prima volta) la fase dell’agguato. A priori si è scelto di
evitare le sorprese ma non per questo di rinunciare alla tensione ottenuta con
l’impiego di flashback e di flashforward che costruiscono una rete di rimandi
continui lungo tutto il film, a volte rischiando, però, di indebolire la
scorrevolezza del racconto. Apprezzabile è l’utilizzo della saldatura sonora
(voci e musiche off) fra porzioni temporali o spaziali diverse, mentre l’impiego
di musiche (on), tipicamente etniche, contribuisce a tenere calda l’emozione
della visione.
Molto ben curata è anche la
fotografia: colori accesi e caldi, soprattutto per la cornice africana, che
mettono in risalto la residua ritualità di un popolo sconvolto dalla guerra
civile. Colori tenui e freddi, invece, avvolgono le riprese di una Yugoslavia
ugualmente squassata dalla guerra ma gelida nelle temperature e nell’accoglienza
(qui i militari addirittura vengono presentati come banditi). Le poche scene
girate in Italia rimangono fedeli al nostro panorama, alle nostre strade
soleggiate e ai nostri uffici tutti illuminati. Si aggiungano anche i diversi
livelli di ripresa che si alternano nel racconto, cioè la caduta dello sguardo
totale del narratore in quello particolare del cameraman (Rade Sherbedgia) che,
attraverso la sua cinepresa, ci mostra un mondo non più a colori bensì in varie
tonalità di grigi. Usare il filtro dell’operatore ci permette, oltre che di
guardare le cose da un’altra prospettiva, una vicinanza più intima con Ilaria
anche se non abbastanza profonda da penetrare l’universo di una giornalista che,
pur coraggiosa, resta sempre un essere umano con molte più sfaccettature (un
film-verità dovrebbe tenerlo presente).
Giovanna Mezzogiorno
è Ilaria Alpi (è nelle sale
anche per La finestra di fronte di
F. Ozpeteck). Pur fisicamente molto
diverse, Giovanna è riuscita a rendere omaggio alla giornalista tentando di
capirla più che imitarla. La sua semplicità e la sua bravura hanno poi fatto il
resto riuscendo a esprimere la tenacia, la voglia di verità e la passione per
il proprio mestiere che il suo personaggio le richiedeva. Rade Sherbedgia
è l’operatore Miran Hrovatin. L’esperienza d’uomo e d’attore che lo distinguono
hanno reso la giusta immagine di un uomo abituato alle difficoltà del proprio
mestiere e che conosce le scappatoie per ottenere sempre quello che cerca: il
polso giusto per filmare mondi sconvolti.
Un film sicuramente da vedere
anche per non dimenticare, in questi tempi di guerra e morte, il difficile
lavoro dei reporter, degli operatori e di quanti si schierano sul fronte caldo
per documentare la storia. È anche un omaggio a chi il suo mestiere lo dedica
all’informazione schietta e vera, non manipolata a scopi di raggiro, di guadagno
o di parte.
Emiliano Diamanti, 24/03/2003