(Italia 2002)
Regia, soggetto e sceneggiatura: Paolo Genovese, Luca Miniero; fotografia: Andrea Locatelli; montaggio: Paola Freddi; musica: Tom Sinatra, Renzo Avitabile, Rocco De Rosa; scenografia: Valentina Scalia; costumi: Marzia Tardone; prodotto da: Gianluca Arcopinto, Andrea Occhipinti, Amedeo Pagani; interpreti: Marina Confalone (Patrizia), Gianni Ferrari (Gianni), Tonino Taiuti (Tonino), Luciana De Falco (Renata), Danny Zullino (il marito di Renata), Tonino Taiuti e Riccardo Zinna (gli zii), Clelia Bernocchi (Assunta a ottant’anni); distribuzione: Lucky Red; durata: 90'
Gianni (Gianni Ferrari),
pescivendolo, e Patrizia (Marina Confalone), casalinga, coppia di
una non ben identificata località campana, già nota al cinema per la lite con
la lavatrice in Così parlò Bellavista, coronano il sogno antinoia di
ogni coppia: avere un figlio. Evento sicuramente straordinario, da vivere
nell’unico passaggio terreno del comune mortale, per consumare meglio
l’attesa… l’attesa. E ogni genitore vorrebbe che il suo ‘prodotto’ sia
almeno un pochino rispondente ai propri desideri, ossia una condensazione di
aspirazioni represse, eventi soffocati, libertà incatenate, competitività
inutili, proprie di ogni mamma e papà. Rispetto a tutto ciò la coppia rimane abbastanza ‘sana’, tranne che per un fondamentale particolare:
l’integralismo partenopeo della neonata. Ma la bambina nasce… milanese, e
questo è (o meglio doveva essere) lo spunto per una serie di gag ed equivoci
comici.
L’esordiente accoppiata
Genovese-Maniero, già autori di spot pubblicitari e di un interessante corto,
Piccole
cose di valore non quantificabile, riuscito found footage con voce
narrante, ‘stecca’ clamorosamente la prima. La fiacca storiella della coppia
delusa per la scarsa affezione della figlia ai babà e alle sfogliatelle, con
contorno di scenette-intervista melense (scopiazzatura del primo Woody Allen)
naufraga nel patetico e nel pessimo gusto. Aggiungiamo la Confalone non
utilizzata al meglio e compressa in tremende battute esistenziali, il povero Gianni
Ferrari promosso protagonista che si arrangia come può, e il risultato è
un filmetto slegato, esile, che annoia e non fa ridere mai. Ci si chiede come un
produttore del calibro di Amedeo Pagani, che ha prodotto Anghelopulos,
Kitano, Bechis, Wenders, e molti altri, e un cacciatore di
talenti come Arcopinto si siano fatti coinvolgere in questa operazione
che, nonostante sia evidente il low low budget, artisticamente non può
essere certo un vanto.
Di questo incantesimo che non
incanta, incantato come un vecchio disco di vinile rigato, salveremmo il cameo
di Antonella Stefanucci (vedi le
Convenscion televisive), il
gruppo di figuranti basiti che guardano in macchina nella scena della
‘tragica’ confessione di papà Gianni riguardo al meretricio della figliola,
il nobile impiego di capitali privati senza spolpare l’osso ministeriale, e
l’anteprima romana per gli ottimi babà al rum.
Gaetano Gentile, 15/09/2002