(Divine Intervention, Francia, Palestina 2002)
Regia e sceneggiatura: Elia Suleiman; direttore della fotografia: Marc-André Batigne; montaggio: Veronique Lange; interpreti: Elia Suleiman (se stesso), Manal Khader (la donna), Nayef Fahoum Daher (il padre); prodotto da: Elia Suleiman; produzione: Ognon Pictures, Arte France Cinema, Gimages Films, Soread 2M, Lichtblick, Filmstiftung NRW; distribuzione: Warner Bros. Italia; durata: 92'
Link: www.warnerbros.it
Sempre
più spesso nel cinema d’autore appartenente alle cinematografie dei paesi non
occidentali, alla condizione opprimente del mondo reale da cui non si riesce a
sfuggire viene opposto il desiderio del sogno, l’onirismo come
viatico spirituale, sinonimi dell’aspirazione ad un cambiamento, ad un desiderio
di utopia. Tuttavia, la fuga nell’evasione dalle frustrazioni del
quotidiano (che un tempo sarebbe stata tacciata di “regressione”
nell’ambito del cinema che si voleva “impegnato”) si può interpretare
come rimessa in questione del presente o come rivendicazione dei propri diritti
di fronte alle ingiustizie. O ambedue le cose, come nel nuovo ed eccellente film
del regista palestinese Elia Suleiman, dove la dimensione immaginaria non
è mai “passiva” e “remissiva”. È quello che avviene nella sequenza
detta “del ninja”, in cui una kamikaze palestinese con kefiah si
lancia in una serie di incredibili combattimenti acrobatici, tutti realizzati
con il contributo della grafica digitale, contro un gruppo di soldati
israeliani. Qui l’autor combina riferimenti visivi e narrativi alla cultura
pop o trash, in particolare a film come Matrix (1999) fondati sull’uso
ampio della tecnologia digitale, e nel quale l’illusione di una realtà
fittizia è assieme il mezzo di rappresentazione e il tema della
narazione.
Questa
influenza del cinema “basso” sul cinema “alto” è esplicitamente
rivendicata dal regista nella bella intervista concessa di recente ai Cahiers
du Cinéma nella quale Suleiman afferma di aver voluto unire due opposti
come il cinema alla Bresson (l’inquadratura fissa) a quello di genere
che fa sempre più uso delle tecnologie digitali. Il regista aggiunge di voler
innanzitutto fare cinema tout court, prima ancora che “cinema
d’impegno” o “di messaggio”. A conti fatti, l’unione di pratiche
cinematografiche agli antipodi è un utopia riuscita, sorta di metafora della
possibilità potenziale di unire due popoli, quello israeliano e quello
palestinese, che si contrappongono da così tanto tempo. Un utopia ‘teorica’
che apparentemente si nutre degli stessi sogni dei personaggi del film, ma che,
in definitiva, si rivela speculare ad essi.
Nella
dimensione sognata dei personaggi, infatti, c’è una rivendicazione: quella
del diritto all’autodeterminazione da parte di un popolo oppresso da un paese
certamente democratico ma che sembra aver perso la propria lucidità perché
pervaso da una cultura colonialista che ricorda gli atteggiamenti della Francia
nei confronti dell’Algeria, i cui guerriglieri indipendentisti (che mettevano
bombe facendo strage di innocenti), qualificati come “terroristi” dal
governo del socialista Guy Mollet, erano invece definiti “liberatori”
da un senatore americano, John Fitzgerald Kennedy (chi, oggi, oserebbe
tanto, rischiando di entrare in conflitto - diplomatico, s’intende - con un
paese alleato?).
Tale
lucidità, in una certa misura, manca ad entrambe le parti: se infatti il film
privilegia la sofferenza palestinese, è critico anche verso l’atteggiamento e
certi comportamenti degli ‘oppressi’. Una bellissima sequenza è quella in
cui il regista, fermo in automobile a un semaforo, fissa insistentemente un
ebreo fermo anch’esso all’incrocio: insistenza che presto si trasforma in
una sfida dello sguardo (che fortunatamente rimane tale). È forse il momento più
inquietante di Intervento divino, in cui traspare tutto l’odio
accumulato dalle due parti, un odio potente e folle assieme perché in parte
inesplicabile.
La
dimensione interiore sembra essere dunque il rifugio e, al contempo, il mezzo
con cui meglio esprimere la propria “resistenza” ad un reale che può
annichilire gli animi. Questa dimensione nel film emerge in due modi: da un lato
attraverso appunto il sogno e l’immaginazione, dall’altro, più
concretamente, mediante l’amore, altro antidoto al male. Emblematiche, a tal
proposito, le sequenze, delicate e sensuali assieme, in cui il regista e la sua
fidanzata (la splendida Manal Khader) si sfiorano reciprocamente le mani
con un ritmo quasi musicale (una sorta di duetto) che, del resto, è l’aspetto
dominante di tutto il film. I due si ritrovano la notte nel parcheggio adiacente
un check-point - sorta di terra di nessuno, di no man’s land - che
acuisce la dimensione straniante che pervade il film.
Anche
il lato burlesco, coreografico, largamente presente in Intervento divino
(i vecchietti che duettano commentando quel che vedono dall’alto di un
terrazzo, i tre soldati che si puliscono le scarpe in maniera perfettamente
sincronizzata mentre sullo sfondo tre palestinesi stanno faccia al muro a gambe
divaricate), sembra concepito per meglio esaltare l’assurdità, la follia
della vita in Israele. A volte - splendido paradosso - raggiungendo una
leggerezza ed una delicatezza alla Tati, Suleiman sembra volerci dire
che, nonostante tutto, si ha il diritto di sognare e di divertirsi
(l’attrice Manal Khader ha affermato che questa è una delle caratteristiche
del film che l’hanno principalmente attratta), e questo nonostante il timore
che, prima o poi, la pentola a pressione (simbolo della faida
israelo-palestinese o di tutto il Medio Oriente?) su cui il film si chiude,
possa scoppiare.
Francesco Boille, 28/11/2002