Matrix Reloaded

(Usa 2003)

 

Regia, soggetto e sceneggiatura: Andy Wachowski, Larry Wachowski; fotografia: Bill Pope; montaggio: Zach Staenberg; musica: Don Davis, Rob Dougan; supervisione effetti visivi: John Gaeta; scenografia: Owen Paterson; costumi: Kym Barrett; interpreti: Keanu Reeves (Neo), Laurence Fishburne (Morpheus), Carrie-Anne Moss (Trinity), Hugo Weaving (Agente Smith), Jada Pinkett Smith (Niobe); prodotto da: Joel Silver; produzione: NPV Entertainment, Silver Pictures, Village Roadshow Productions, Warner Bros.; distribuzione: Warner Bros. Italia; durata: 137'

Link: http://www.thematrix.com

 

“You have many questions, and though the process has altered your consciousness you remain irrevocably human ergo some of my answers you will understand, and some of them you will not. Concordantly, while your first question may be the most pertinent, you may or may not realize it is also the most irrelevant”.

The Matrix (1999) ha creato un’aspettativa. Questo Reloaded è un capitolo-riempitivo che ci dovrà bastare fino a novembre, mese previsto per l’uscita di Revolution, ultimo episodio della trilogia. Abbiamo quindi davanti tutta l’estate per discutere, se interessa, su che cosa vuol dire questo Reloaded, sui vari livelli di lettura, e su ciò che i Wachowski ci vendono per altro, ad esempio per una filosofia alternativa, ma che in definitiva rimane solo un film. Matrix dà la risposta all’ossessione tipica dell’essere umano che la realtà che ci circonda non sia reale, che ciò che noi vediamo sia una sorta di proiezione creata a nostro uso, che le varie vicissitudini della vita non stiano davvero accadendo. E la risposta a questa domanda, è un’altra domanda.
Alcuni vedono Matrix come un bel film pieno di effetti speciali, altri iniziano una speculazione filosofica che li porta a costruire milioni di spiegazioni possibili. Altri ancora, più smaliziati, guardano il film. Ossia un action movie migliore di molti altri, straripante di investimenti, gadget, sponsorizzazioni, e una dose ossessiva di misticismo un po’ alla buona, che mescola generi e filosofie, e che si realizza nello spiegone (termine tecnico che indica un discorso per lo più farraginoso, comunque lunghissimo, alla fine del quale si ha una vaga idea del significato del film, e in genere della Weltanshaung del regista) a opera dell’ingegnere creatore di Matrix, un lungo excursus dall’origine di Matrix fino al Neo attuale, che si vede costretto, ancora una volta, a scegliere. Cosa, e come, lo si scoprirà a novembre. Nel frattempo, rimangono inquietanti interrogativi. Non ultimo di questi, perché la Bellucci si doppi da sola, con tipico accento dei Castelli Romani (il pensiero vola al pecorino con le fave), bella come una dea, inguainata nel latex bianco, ma in definitiva moglie annoiata e con qualche pruderie (come darle torto? È sposata con il Merovingio. Lo stesso che fa un lungo e insensato discorso sulla causa-effetto con zummata finale sulle parti intime virtuali e verdine di una tizia del ristorante dove si svolge la scena. Terribile).

Matrix Reloaded
porta avanti e perfeziona l’idea che possa esistere una realtà alternativa, che un piccolo switch-off della nostra coscienza possa portarci alla conoscenza, alla reale e inconfutabile risposta alle domande per eccellenza (chi siamo, dove andiamo, perché viviamo) e che il tutto derivi dalla fondamentale scelta tra la pillola rossa e la pillola blu. Il buon vecchio libero arbitrio. Ovvero, se attraversare lo specchio o rimanere al sicuro in casa. Se scendere a controllare quanto è profonda la tana del Bianconiglio (The Matrix inizia così). Se, accompagnati dalla colonna sonora di Rob Dougan e Don Davis, indossare la nostra bella tunica sacerdotale, i nostri occhiali griffati, e andare a spaccare la faccia a chi ci nasconde la verità. E superare difficoltà, percorsi iniziatici, vampiri, fantasmi, seppie e terribili Gemelli. Se ascoltare i lunghi, estenuanti deliri di Morpheus (Obi Wan Kenobi spiegava la Forza con tutto un altro stile). O imparare il francese così da poter rispondere al Merovingio “Tout ça à toi et à ta mère, salaud fils de salaude Mérovingienne” (con tutti quei dischetti, un corso di francese…). Ma allo stesso tempo, insieme alla necessità della Scelta, c’è anche la constatazione che “La scelta è un’illusione creata insieme da quelli che hanno il potere e da quelli che non lo hanno” (Morpheus). Non c’è speranza. Solo una vaga profezia. Che forse si realizzerà, ma per volontà della Matrice. Una visione plumbea, disperata. Che si spiega vagamente nei sotterranei di Zion, nelle sue macchine che danno la vita contrapposte alle macchine che uccidono. O che possiamo anche decidere di ignorare, per inciso.
Volendo, e avendone la pazienza, dietro ogni singolo elemento di Matrix si possono trovare significati nascosti, messaggi subliminali, citazioni alla portata di tutti e altre solo per iniziati. Chi vuole può persino trovare il Vangelo (Neo-Gesù) o Ghostbusters (il Mastro di Chiavi), ma per chi non appartiene a frange integraliste e si avvicina da semplice curioso, Matrix Reloaded è un film affascinante, con scene assolutamente incredibili (come la Burly Brawl) e inserimento di nuove tecnologie create appositamente (il Bullett Time usato nel primo episodio è stato ampliato per rendere le migliorate capacità di Neo, ed è stata creata la u-cap, universal capture, evoluzione della mocap, motion capture). Ed è un film pieno di parole che, a differenza del primo, non spiegano alcunché e si limitano a rimbombare nelle cavità sotterranee intorno a Zion, a rendere Morpheus un santone esaltato un po’ ridicolo e tendenzialmente pericoloso, e ovviamente a creare maggiore aspettativa per il terzo capitolo. Rimane però a lungo negli occhi (più che la costosissima scena dell’autostrada, che lascia comunque senza fiato) il rave di Zion, le sue luci, i corpi, i colori caldi, il sudore che brilla, la musica ritmata e ossessiva di Fluke.
Se posso, consiglio come lettura propedeutica o alternativa la Trilogia del cyberspazio di William Gibson: Neuromante (1984), Giù nel cyberspazio (1986), Monna Lisa Cyberpunk (1988). Non costano trecento milioni di dollari, e contengono già tutto. Anche l’inevitabile fine.

Silvia Spernanzoni, 15/05/2003