Il mestiere delle armi

(Italia, Francia, Germania 2001)

 

Regia: Ermanno Olmi; soggetto e sceneggiatura: Ermanno Olmi; fotografia: Fabio Olmi; montaggio: Paolo Cottignola; musica: Fabio Vacchi; scenografia: Luigi Marchione; costumi: Francesca Sartori; interpreti: Hristo Jivkov (Joanni de’ Medici), Sergio Grammatico (Federico Gonzaga), Dimitar Ratchkov (Lucantonio Cuppano), Fabio Giubbani (Matteo Cusastro), Sasa Vuliceviv (Pietro Aretino), Dessy Tenekedjieva (Maria Salviati de’ Medici), Sandra Ceccarelli (nobildonna di Mantova), Giancarlo Belleli (Alfonso d’Este), Paolo Magagna (Francesco Maria della Rovere), Nikolaus Moras (Zordo Frundsberg); produzione: Cinema11undici, Rai Cinema, Studiocanal, Taurusproduktion, con il sostegno del Dipartimento dello Spettacolo e del Fondo Eurimages del Consiglio d’Europa; distribuzione: Mikado; durata: 105'

Link: www.mikado.it

 

Il mestiere delle armi è il diciassettesimo film di Ermanno Olmi. Il regista debuttò nel 1959 con Il tempo si è fermato – titolo che è quasi una dichiarazione di poetica – e, dopo esser passato per una lunga gavetta di documentarista - cui si devono le granitiche inquadrature che da sempre caratterizzano le sue opere – come Enrico Ghezzi ha affermato in un recente Fuoriorario, "ha fatto cinque, sei, sette capolavori".
Il titolo, facile rimando al "mestiere della vita", ci riporta a un tempo in cui la guerra era un lavoro come tanti altri (si notino le lettere tra il condottiero lontano e la moglie), ma la lealtà imperava come valore: l’uso delle armi da fuoco, che avrebbero costituito un vantaggio per qualsiasi esercito, dopo la morte di Joanni de’ Medici, colpito da un falconetto – uno dei primi pezzi di artiglieria ad essere introdotti sui campi di battaglia - venne proibito in base a una risoluzione emessa da una sorta di congresso dei più importanti generali dell’epoca.
Il film inizia dalla fine, con il funerale di Joanni, e, seguendo uno schema narrativo che, da Viale del tramonto in poi, è divenuto abusato, racconta le gesta del mitico condottiero che, capitano di un’armata pontificia nella campagna contro i Lanzichenecchi di Carlo V a soli 28 anni, venne tradito dall’introduzione delle armi da fuoco e dalla complicità con gli invasori di Federico Gonzaga, Capitano generale della Chiesa e di Firenze.
Il mestiere delle armi
può essere letto come un’agghiacciante metafora dei nostri tetri tempi, non solo nei contenuti. La fotografia delle notti nebbiose e delle brume mattutine (con i vividi squarci di luce delle battaglie vis a vis, senza inganni né distanze), il voler fermarsi nel contemplare l’inquadratura, quasi a bloccare il tempo del film, l’esplorazione ieratica della micromimica dei volti, il simbolismo del crocifisso bruciato per riscaldarsi (che ha un suo referente causale/casuale in quello martoriato di Underground di Kusturica) e quello della soggettiva di Joanni morente sui nudi degli affreschi che è come un inno alla vita – trasposizione per immagini di una frase del regista stesso: "la morte di un giovane è una bestemmia contro il destino" – sono tutti momenti altissimi di un cinema che documenta l’impossibile cammino di una lealtà dimenticata che, inesorabilmente, muore insieme al protagonista.
Il film è passato in concorso a Cannes - dove Olmi vinse nel 1978 con l’etnografico L’albero degli zoccoli – accanto alla versione restaurata di Apocalipse Now, vincitore della Palma d’oro nel 1979. Il mestiere delle armi è, tutto sommato, l’affresco di un’apocalisse più che mai odierna.

Gaetano Gentile